Roma 2012: Goltzius and the Pelican Company - sette clip dal film di Peter Greenaway

Il nostro interesse riguarda sei tabù sessuali.

Tanta, troppa attesa per Goltzius and the Pelican Company, ultima fatica di Peter Greenaway. Un'opera oltremodo accattivante, che permette al cineasta britannico di confrontarsi con temi piuttosto scabrosi. Non tanto il nudo e l'erotismo di per sé, come vociferato durante l'austera vigilia, quanto i tabù di cui in apertura.

Voyeurismo, incesto, adulterio, pedofilia, prostituzione e necrofilia. Sono queste le tematiche su cui esplicitamente si concentra il film di Greenaway, trattate con la sensibilità che lo contraddistingue, specie a livello visivo. Un viaggio attraverso gli occhi di Hendrick Goltzius, uno dei maggiori esponenti del barocco olandese.

Non a caso Goltzius and the Pelican Company segue la medesima falsa riga: composizioni e soggetti decisamente stravaganti, legati da un tono cupo, quasi macabro. I temi presi in esame si soffermano su altrettanti episodi e personaggi biblici, in larga parte tratti dall'Antico Testamento: Adamo ed Eva (voyeurismo); Lot e le sue figlie (incesto); Davide e Betsabea (adulterio); Giuseppe e la moglie di Putifarre (seduzione dell'innocente); Sansone e Dalila (prostituzione); e per concludere, la vicenda di Salomè e San Giovanni Battista, tratta dai Vangeli di Matteo e Marco.

Insomma, come spesso accade col cineasta in questione (uno che più o meno da sempre afferma serenamente di girare film per sé stesso, giudicando arrogante il volerlo fare per il pubblico), un lavoro destinato a far discutere, nel bene o nel male. Garantito già da queste brevi sequenze l'ampio ricorso al blue screen, con tanto di significativi innesti digitali. In attesa dei primi riscontri da Roma, all'estero c'è già chi ne parla con un contenuto entusiasmo. Il motivo sembra essere la struttura tendenzialmente anti-narrativa della pellicola. Tuttavia, rassicurano: regge bene le due ore.

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