Cannes 2019, Sibyl, recensione: elegante psicodramma francese al femminile

Festival di Cannes 2019: Justine Triet, supportata da una brava Virginie Efira, racconta la storia di una psicoterapeuta alle prese con la propria rinascita

Sibyl (Virginie Efira) è una psicoterapeuta sul punto di lasciare il lavoro per mettersi a fare quello che tanti, troppi hanno già fatto, ossia scrivere un libro. Il problema è che non sa da dove cominciare, ed è come se rinviasse quel momento in attesa di sbloccarsi. Finché non riceve una telefonata da un numero che non conosce: è Margot (Adèle Exarchopoulos), una giovane attrice che sta aspettando un bambino, il cui padre è Igor (Gaspard Ulliel). Il problema è che quest’ultimo non solo è il co-protagonista del film che Margot si appresta a girare a Stromboli, ma pure il compagno della regista, Mika (la Sandra Hüller di Toni Erdmann). Situazione davvero complicata, alla quale Sibyl cerca di resistere, finendo dentro però fin sopra i capelli.

Al suo terzo film Justine Triet continua ad avere al centro la vicenda di una donna alle prese con una situazione intricata a tutti i livelli. Sibyl infatti non deve vedersela solo con la sua ambizione di voltare pagina in ambito professionale, bensì è chiamata a superare traumi irrisolti, come la relazione clandestina con Gabriel (Nils Schneider), che non ha lasciato solo strascichi. Di tutta prima Sibyl vorrebbe smarcarsi da Margot, la quale insiste per essere seguita dalla dottoressa e da nessun altro. Il primo dei dilemmi che tormentano l’attrice è se tenere o meno il nascituro: il punto è che a breve si parte per le riprese e Margot vuole sbrigare la pratica al più presto. Eccola allora tempestare Sibyl di telefonate e messaggi, ai quali quest’ultima non risponde. Allora la paziente fa di testa sua e parte, se non fosse che a Stromboli non riesce proprio a concentrarsi, mentre va ripetendo di aver bisogno della sua psicologa.

Il soggiorno stromboliano comporta il cambio di paradigma per Sibyl, intendendo sia nella protagonista che nel film. Dopo una prima parte che gioca parecchio, e bene, col montaggio, mescolando ricordi, tempo diegetico e suggestioni, proprio lì, su quell’isola, tutto converge. La Triet si preoccupa di unire i pezzi, preparare quel momento in cui piccole/grandi rivelazioni si succedono, generando quello spaesamento che però piace, disorientandoti senza però lasciarti andare, tenendoti sempre dentro a quella storia.

Senz’altro l’esempio più accattivante di «female gaze» proposto in Concorso, non perché il più “rassicurante”, come il soggetto potrebbe lasciare intendere, ma proprio perché capace, nella sua forma elegante ma al tempo stesso piuttosto tradizionale, espone la complessità di una donna, matura per giunta. La Sibyl della Efira è un personaggio a cui si crede, nei suoi limiti, nelle debolezze, persino nel suo opportunismo. Poi, ok, è un po’ il vecchio gioco dell’auto-guarigione attraverso un processo di analisi romanzata rispetto a ciò che accade attorno o all’interno del protagonista; ma già il mero spostamento con al centro Margot, il ricostruire ciò che condotto Sibyl ai propri traumi attraverso gli eventi che coinvolgono, qui e ora, la giovane attrice, è foriero di possibilità interessanti.

Solo il disagio di Margot, infatti, può mettere in moto la macchina di Sibyl, che a quel punto ha forse finanche dimenticato non tanto i fatti che l’hanno condotta al punto in cui si trova, bensì sensazioni, impressioni e sentimenti, quel coinvolgimento da cui invece nel tempo si è voluta smarcare, e già questa è stata un’impresa. Nondimeno, illustrare il funzionamento di questo ciclo che si ripete (deve ripetersi) al contrario tende a svilire un po’ il lavoro della regista francese, che invece è brava a tenere le redini anche in relazione a quei passaggi più ostici; che non sono solo all’inizio, quando la Triet deve condurci per mano in questo scenario di cui può dire poco e poco alla volta.

Specie più avanti, quando s’ha da tirare le somme, già prima di un finale meno azzardoso di quanto ci si aspetta, o quantomeno si spera, se non altro perché non tanto in linea con la complessità messa in campo fino a quel punto, che ne esce almeno un po’ ridimensionata. Non del tutto però, perché non si può scartare quanto accumulato fino a quel punto, alternando non di rado registri diversi, senza però schiantarsi mai nel gioco meta su cui è imperniata la struttura del racconto. Uno sguardo femminile che elabora parte dell’universo femminile in un modo di cui c’è bisogno.

Voto di Antonio 7

Sibyl (Francia, 2019) di Justine Triet. Con Virginie Efira, Adèle Exarchopoulos, Gaspard Ulliel, Sandra Hüller, Niels Schneider, Laure Calamy, Paul Hamy e Arthur Harari. Concorso.

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