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Dracula: il cinema non muore mai…

Arriva il Dracula di Dario Argento. Ma Cineblog ricorda i vampiri più famosi con uno speciale disegno.

“Ho attraversato gli oceani del tempo per trovarti…”

Questa la frase con cui Dracula, un seducente ed aristocratico Gary Oldman, proferisce la sua dichiarazione d’amore universale alla fragile Mina Murray, nella più barocca, esotica e melodrammatica versione del romanzo di Bram Stoker.

I critici ebbero a storcere il naso all’epoca (era il 1992) perché, al di là dell’opulenza visiva e dello sfrenato citazionismo, non riconobbero alla splendida messa in scena firmata Coppola quella dignità che gli spettava anche sul piano puramente cinematografico e drammaturgico. Ma “Dracula di Bram Stoker”, il cui titolo tradiva già un filologico rispetto del romanzo originale, aveva appena iniziato ad attraversare quegli oceani del tempo che lo avrebbero reso (semplicemente) una delle versioni più amate dai cinefili di tutto il mondo.

Forse perché Coppola, pur conformandosi al modello di Stoker, si era divertito a sovvertirlo al suo interno, ribaltando, pagina dopo pagina, il significato di alcuni passaggi fondamentali (basti pensare a come la vampirizzazione di Mina, da momento di autentica ferocia sulla carta, muti in pellicola, in una spirale di erotismo sfrenato e romantico).

Dracula: il cinema non muore mai...

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Il tutto sontuosamente incorniciato da trucchi finti ma più veri di qualsiasi CGI, mai invecchiati di un sol giorno nonostante gli abbondanti 20 anni sulle spalle, a dimostrazione del grande amore che l’autore del Padrino nutriva ( e nutre) per tutto ciò che di più materico vi è nella celluloide.

Perché Dracula è il cinema, semplicemente perché non esiste stagione nella storia della settima arte che non esprima ciclicamente il suo conte vampiro e non gli faccia indossare, più che il suo iconico mantello, l’aria stessa dei tempi e l’immagine nel suo divenire.

Perfino Dario Argento, nella sua forsennata e discutibile riappropriazione del mito, non ha esitato a legare la più classica delle storie con la tecnologia della terza dimensione, bidimensionalizzando, per converso, ogni sottotesto implicito nella storia in favore di una radicalizzazione dell’horror fin troppo ingenua. Non passerà alla storia per qualità ma, malgrado tutto, non potrà non essere citato in futuro.

Nosferatu

E tornando indietro, attraversando gli oceani del tempo fin quasi alle origini del cinema, a scrutare l’intero secolo dall’alto ci ha pensato il Nosferatu di Murnau, ombra del vampiro che, fra suggestioni provenienti dell’espressionismo tedesco e una cauta (in)fedeltà al romanzo di Stoker (con tutte le conseguenze legali dovute alla vedova di Stoker), ha regalato a Max Schreck la più iconica delle incarnazioni del vampiro.

La vicenda del conte Orlok però, oltre ad costituire il primo Dracula non ufficialmente riconosciuto della storia, è anche il manifesto di una corrente cinematografica, quell’espressionismo che, fra le pieghe dei propri deformi chiaroscuri, nascondeva (inconsapevolmente?) oscure premonizioni storiche di ciò che sarebbe venuto (e il brivido aumenta alla visione di quella processione di bare che attraversa la città evocando i fantasmi dei futuri eccidi in Germania).

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Dall’Europa all’America il salto è lungo ma a colmare le distanze ci pensò un ungherese di razza teatrale, quel Bela Lugosi che consegnò alla storia il primo Dracula ufficiale, senza sotterfugi di storia e nomi ma un’ esibita aderenza al testo e qualche novità (il mantello il celebre vampiro lo prese dalla versione teatrale già interpretata dall’attore nato a Lugoj).

All’espressionismo tedesco subentrò quindi l’espressività tutta teatrale di Lugosi, macabro e aristocratico succhiasangue capace di sintetizzare, con quello sguardo che fluttua disinvoltamente tra una accomodante nobiltà e lampi improvvisi di orrore, un’intera esperienza attoriale e la potenza stessa di un cinema, quello americano anni ‘30, che stava già definendo i canoni del proprio classicismo. Tanto celebre e iconico da meritare perfino una canzone (Bela Lugosi’s Dead dei Bauhaus) che ne celebra mito, morte e influenza attraverso la descrizione del suo tetro funerale.

Dall’orrore al colore, e quindi al calore, passando per Terence Fisher, Christopher Lee e il Dracula rivestito di mantello, canini (una novità fino a questo film!) e una nuova, perversa sensualità. La fine degli anni ’50, e con essa l’inizio di un ipocrita e tormentato puritanesimo tutto americano, non potevano trovare cinematograficamente una celebrazione migliore se non nel vampiro e nella sua sete (bisessuale?) di sangue.

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Resuscita Dracula ancora una volta e, nei quasi due metri di altezza di Christopher Lee, simulacro vivente dell’horror di mezzo secolo, la figura del vampiro si ammanta di una inedita concupiscenza, esaltata ancor più da un technicolor che, dal melo’ alla commedia, dilagava ormai in ogni genere americano: difficile dimenticare quei canini intrisi di sangue che erompono fuori dallo schermo meglio di qualsiasi fasullo 3D.

E nell’intervallo fra gli anni ’60 e i ’90 del Dracula coppoliano, del conte sfilano soltanto parodie (volontarie) di se stesso, nonostante una mirabile, eccellente parentesi offerta dal sogno herzoghiano di Nosferatu principe delle tenebre, abbia provveduto a fare piazza pulita dell’ormai sbiadita tradizione della Hammer iniziata proprio con Lee.

Il cerchio si è chiuso e riaperto innumerevoli volte nel corso di un secolo di cinema e gli spettatori saranno sempre grati a questo conte rumeno che nutrendosi del buio (e del sangue ovviamente) ha reso loro le ombre (della sala) più vere e seducenti della luce irreale del giorno.

Perché senza che ce ne accorgessimo abbiamo attraversato quegli oceani del tempo insieme a lui…