Venezia 2019, Passenger, l'accogliente stop-motion in realtà virtuale

Siamo nei panni di un peluche impossibile da identificare; se non per le mani pelose appoggiate alle ginocchia, non sapremmo proprio nulla di lui/lei. Seduti nel sedile posteriore di un taxi, in attesa che il conducente presumibilmente sistemi le nostre cose nel bagagliaio.

Girato interamente in stop-motion, con un’ambientazione costruita da zero, un percorso lungo circa sessanta metri: ecco Passenger. Avvolti dall’oscurità, condizione tipica di chi si trova in un Paese che visita per la prima volta, come fosse stato catapultato. La realtà virtuale, mi pare, dovrebbe sperimentare seguendo la logica del calarci in una data situazione, un’idea di per sé non “nuova”, ma le cui declinazioni sono diverse rispetto ai media che abbiamo fin qui bazzicato.

E può farlo servendosi proprio di un contesto, di un’ambientazione di cui può consentirci di fare esperienza in una maniera totalmente “altra”, con un’intensità a cui né il Cinema né gli stessi Videogiochi possono oggettivamente aspirare. L’essere lì, quel senso del momento e del posto, mi pare possa rivelarsi un plus non da poco per questa tecnologia, che infatti sta già adottando strumenti di racconto in larga parte familiari sebbene via via tarati nell’ottica delle nuove possibilità.

In Passenger, come in altri lavori VR, non vi sono tagli: è un pianosequenza di 10 minuti nel corso del quale un simpatico pennuto discute del più e del meno con noi, cercando di metterci a nostro agio lungo la traversata. E sono interessanti le impressioni che questo seppur stilizzato lavoro evoca, qualcosa per cui non viene francamente nemmeno di dire che giochi facile per via del delizioso stop-motion con gli animali.

L’ambiente minimale, infatti, questa location costellata di davvero pochi elementi, non spezza quella verosimiglianza secondo la quale, oltre il buio pesto, ci s’immagina tranquillamente una città da esplorare, un intero ecosistema da conoscere, persone con cui confrontarsi, diverse da noi, anche facendo il piccolo sforzo di dare per buono l’essere un animaletto antropomorfo ricoperto di pelliccia.

La chiusa se vogliamo poetica è un plus, quello spiccare il volo che vuole dirci pure qualcosa sui tanti che prima di noi si sono trovati nella condizione del nuovo arrivato; non a caso il tassista è anch’egli uno straniero, che nel corso del viaggio ha modo pure di manifestare qualche considerazione sulle differenze rispetto a casa sua. Ecco, casa. Dopo quanto tempo smettiamo di definire così il posto dove siamo magari nati, cresciuti, o dove comunque abbiamo passato buona parte della nostra esistenza?

Passenger è opera di opposti: una tecnica nient’affatto giovane come lo stop-motion all’interno di uno scenario dai modi più che contemporanei, quelli quasi futuristici della realtà virtuale; la straordinarietà dei personaggi immersi in una delle situazioni più ordinarie che si possano pensare. E questa ordinarietà si sente, anzi, oso dire che è uno degli aspetti più interessanti. Tanto fa il doppiaggio del tassista, calmo, conciliante, che ci accompagna mentre ci ritroviamo stranamente affascinati da alcune scatole di cartone a cui viene data la forma di un minimale centro urbano che prende vita davanti ai nostri occhi. Succede così anche nella realtà.

Immersione
8
Tecnica
8
Storytelling
7

Regia: Isobel Knowles e Van Sowerwine
Paese: Australia
Durata: 10 minuti

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