Light of my Life, recensione: Casey Affleck al debutto con un innocuo disaster movie


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Comincia nel più classico dei modi la storia di Light of my Life, ossia mettendoci davanti al racconto di un’altra storia. Rag (Anna Pniowsky) e suo padre (Casey Affleck) dentro una tenda, di notte, una torcia a fare luce, ed appunto un racconto. Non resta altro in un mondo decimato da un’epidemia che ha colpito la parte femminile dell’umanità, lasciando quest’ultima nell’ovvia condizione di attendere che l’ultimo uomo sulla Terra venga meno; insomma, la giovane Rag potrebbe essere l'ultima donna rimasta. E mentre perciò a quest’umanità non resta che scandire il conto alla rovescia prima della propria, definitiva dipartita, ebbene, in attesa dell'inevitabile estinzione si deve pur continuare a vivere.

Survival in piena regola, sullo sfondo di un disaster movie; sceglie questo genere Casey Affleck per il suo debutto dietro la macchina da presa. Ed è una prova tutto sommato competente, rispettosa della vicenda, nel senso che la sua è una regia appropriata, intima, che si adegua alla dimensione del contesto. Il già menzionato inizio si rivela programmatico: inquadratura fissa per oltre dieci minuti, tutto addossato al potere delle parole e alla capacità dei due attori di veicolarle. Procede così lungo l’intero corso della sua durata Light of my Life, che se vogliamo è appunto una meditazione su una condizione, quella di un mondo non semplicemente destinato a finire, ma che sa già, perché lo vede e lo vive, di essere proprio sul punto di venire irrimediabilmente meno.

Questa semplicità, che da un lato si conferma una scelta opportuna proprio perché funzionale a quanto evidenziato, dall’altro tende ad indulgere un pelo di troppo su un tono meditabondo, per mezzo del quale si vuole accumulare una tensione che sì, sul finale si lascia sfogare, sebbene alla fine, più che di un’esplosione, si tratta di un botto dal fragore alquanto contenuto. Non aiuta, forse, il fatto che le peripezie della piccola Rag e suo padre ricalchino in maniera sin troppo fedele altri spaccati simili, in questi mondi post-epidemici, post-nucleari o in generale apocalittici.

Certo il rapporto padre-figlia è un tema che riscalda, ma che non viene sfruttato a pieno in contrapposizione alla desolazione che c’è attorno, l’essere costantemente in pericolo, il non potere dunque abbassare la guardia nemmeno per un istante. E dire che Affleck la chiave la individua pure: il suo è un personaggio interessante, definito dalla sua comprensibilmente ossessiva attenzione per ogni minimo dettaglio, consapevole che in una situazione del genere basta un errore minimo, una piccola dimenticanza, e tutto è finito.

Sul finire, poi, quando è tempo di quel passaggio di testimone che punta dritto al cuore, certo trascinarsi, certo insistere, quasi sornione, su taluni episodi, si aggiunge uno strato ulteriore di significato, il cui spessore resta però, se non relativo, meno significativo di quanto apparirebbe su carta. Ed infatti è proprio su carta che quell’epilogo risulta potente, per questo la mancata deflagrazione, il lacerarci come avrebbe dovuto e potuto, conferma i limiti di un discorso nel corso del quale Affleck pecca anzitutto per eccesso di prudenza.

Tolta infatti quella prima, lunga e per certi versi coraggiosa sequenza, in linea col tenore generale, il suo fuggire un’artificiosa complessità che effettivamente non appartiene a Light of my Life, ciò che rimane non fa mai registrare un’impennata, un vero, rilevante sussulto capace d’innalzare non tanto il ritmo quanto la portata di questa vicenda esasperata. C’è da credere che, qualora Affleck non si fosse così velocemente affrancato dall’impeto che l’ha portato a girare in quel modo la prima scena, facendo leva su un approccio un po’ più viscerale, avrebbe portato a casa il risultato, anche senza stravolgere alcunché, ché di certo non ve n’era bisogno.

Voto di Antonio 5.5

Light of my Life (USA, 2019) di Casey Affleck. Con Anna Pniowsky, Casey Affleck, Tom Bower, Elisabeth Moss, Hrothgar Mathews, Timothy Webber, Monk Serrell Freed, Kory Grim e Patrick Keating. Nelle nostre sale da giovedì 7 novembre 2019.

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