What Did Jack Do? - recensione, David Lynch interroga sé stesso nei panni di una scimmietta

Due sedie, un tavolo e una pistola. Ai due lati Lynch è una scimmia. Sono questi gli ingredienti di What Did Jack Do?, cortometraggio del 2016 ora disponibile su Netflix

Era il 2014, e David Lynch l’aveva detto: «in questo momento sto per lo più scrivendo, ho un dipinto in corso e sto costruendo una sedia. Adoro costruire cose e questo è per un film su una scimmia. Sto lavorando con una scimmia di nome Jack ed il risultato prima o poi uscirà. Non è uno scimpanzé, la scimmia viene dal Sud America». Alla fine il lavoro è venuto fuori e si tratta di un cortometraggio, uscito pressoché in sordina su Netflix l’altro ieri. Ma davvero c’è una scimmia? È che ruolo ha? Semplice, la scimmia, che è poi un alter-ego dello stesso Lynch, è praticamente la protagonista.

L’intero corto si svolge all’interno di una stanza, campo-controcampo, con questo poliziotto, interpretato dal regista, da un lato, mentre dall’altro troviamo questa scimmietta dall’aria spaesata, sottoposta ad interrogatorio. Al centro c’è l’assassinio di un personaggio di cui non diciamo alcunché, ma la tesi è che sia stato Jack, la scimmia; perciò si tratta non solo di ricostruire le ore dell’accaduto, ma di stabilire anche possibili connessioni.

Diciassette minuti in cui c’è tutto Lynch, il quale rimane sé stesso sia che si confronti con una serie da quasi venti ore, sia che sforni un pezzo di poco più di un quarto d’ora. Per certi versi ritengo che questo piccolo lavoro finisca con l’essere suo malgrado rivelatore circa una tesi che molti vanno sostenendo da tempo, ed a cui chi scrive aderisce senza riserve, ossia che Twin Peaks – The Return sia da considerare alla stregua di un film, ancorché diviso in episodi. Questo non significa che sia necessariamente un film tout court, asserzione che giustamente obbliga a definire certi concetti, ai quali ahimè non possiamo concedere lo spazio che meritano.

Tuttavia il senso è che lì di cinema, malgrado le misure adottate, derivanti per lo più da logiche di natura commerciale, quindi solo in ridotta misura legate a quella artistica, in questa serie concepita per la TV vi sia eccome. E c’è un altro tabù con cui, in quanto tale, è difficile confrontarsi, complementare a questo, per cui tutte quelle opere che durano meno di un’ora vadano relegate ad una dimensione diversa, non importa la dicitura di medio o cortometraggio. Una visione comprensibile, per un motivo o per un altro largamente accettata, verrebbe addirittura da dire dominante, nel senso che, per convenzione o altro, si dà per scontato che un lavoro audiovisivo che duri 40 o 10 minuti non sia film.

Ho fatto il giro largo, me ne rendo conto, e avverto io per primo una sorta di frustrazione nel non potere, e per certi versi nemmeno sapere, trattare qui e adesso la questione in maniera più approfondita, anche solo nel tentativo di illustrare meglio la mia posizione. Quanto scritto, nondimeno, mi offre uno spunto utile per chiarire come mai anche in un lasso di tempo così ristretto il nostro riesca ad infondere un’idea precisa, qualcuno forse direbbe una prosa, altri ancora, in maniera più avventata proprio perché abusata, potrebbero addirittura alludere allo stile (sic).

What Did Jack Do? è un tipo di trip diverso da quelli che Lynch, con tempi più dilatati e mezzi di altro tipo, è solito farci fare. Questo però non significa che non riesca a farci entrare in un mondo, che fatichi ad inglobare al suo interno dinamiche prettamente cinematografiche – viene da citare, su tutti, i codici del genere, in questo caso dall’ovvia ispirazione noir, contesto che Lynch apprezza parecchio da sempre, e infatti lo bazzica da altrettanto. Più accessibile nella misura in cui, per apprezzarlo (così come per disprezzarlo), non c’è bisogno di scervellarsi a trovare significati reconditi, essendo per lo più un gioco che però genera quel seppur minimo senso d’inquietudine col quale il regista di Mulholland Drive ha parecchia confidenza.

A tal proposito sono diversi gli elementi che concorrono a farci sperimentare una certa atmosfera, farci percepire certe note; in primis mi sembra che una funzione significativa l’abbia certa artigianalità, quel servirsi di apparenti limiti e difetti sublimandoli in qualcos’altro. Mi riferisco alla bocca di Jack, che è quella di Lynch appiccicata sul muso della scimmietta; un vezzo decisamente lynchiano, step successivo rispetto a quella battaglia senza quartiere che è stata combattuta in favore del digitale: là dove si privilegia quest’ultimo ai danni della pellicola per una questione anzitutto pratica, poi per la componente materica di questa “nuova” tecnologia, ora ci si limita ad un lavoro di aggiunta posticcia, anticamera e al contempo negazione della computer grafica, che nella sua perfezione e organicità ci priva dell’arte, che è quel mezzo attraverso il quale si attinge a mondi che diversamente non potrebbero essere “spiegati”.

Questo suo stare con un piede dentro un realismo di risulta, mentre l’altro si trova non meno piantato nell’assurdo, rappresenta uno dei maggiori e più affascinanti misteri di Lynch; mistero che quest’ultimo riesce a declinare non solo mediante diverse forme interne al medesimo ambiente (nel nostro caso il cinema), ma anche al di là di certi seppur labili confini (ricordiamo che Lynch è anche pittore e musicista). Altro elemento, per chiudere, che lo inserisce così in profondità in un contesto filmico è poi la scrittura; i dialoghi sopra le righe tra Jack e il poliziotto accompagnano non meno che qualsivoglia misura visiva, in accordo con le intenzioni, evocate a priori dalla prima scritta che vediamo, che è quella riportante il nome della compagnia di produzione di Lynch: Absurda. Un avviso che è un invito, ma anche un’esortazione, a lasciarsi andare al suono delle immagini ed ai contorni ritmati della parole, che non sono affatto incomprensibili… solo che vogliono farsi inseguire almeno un pochino.

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