Odio l’estate, recensione – la rinascita di Aldo, Giovanni e Giacomo

Una sorta di remake di Tre uomini e una gamba, con parecchie, indovinate libertà, nonché il miglior film del trio comico da Chiedimi se sono felice a questa parte

Ripartire non tanto da dove si era lasciato, quanto invece da dove tutto è cominciato. Chi scrive temo sia uno dei pochi difensori dell’ultimo lavoro di Aldo, Giovanni e Giacomo, quel Fuga da Reuma Park rispetto al quale reitero la mia adesione, l’aver apprezzato, forse anche un po’ col magone, l’operazione; una celebrazione funerea il cui retrogusto amaro sapeva un po’ di commiato, alternato a un grido non tanto d’aiuto ma quasi di disperazione. Consapevoli o meno che fossero, lì il trio è come se confermasse di non riuscire più a trovarsi, di essersi arresi all’evidenza di un tempo scomparso, con in più la consapevolezza di quanto fosse oramai vano inseguirlo.

Odio l’estate, su tutto, è la prova di quanto si fossero sbagliati. Da Tu la conosci Claudia? in avanti, i tre hanno sempre manifestato una vistosa fatica nel condurre un processo che di fatto non si è mai consumato, ossia il trasportare la loro verve, così peculiare, in nuovi contesti, in nuove storie, in nuovi periodi. A forza di sperimentare ricette, fino all’ultima, i cui meriti, come scritto in sede di recensione, vanno ben al di là della resa di un prodotto destinato per la sala, Aldo, Giovanni e Giacomo hanno finalmente capito cosa c’era da recuperare e cosa invece valeva la pena scartare.

Per certi versi Odio l’estate è infatti la rivisitazione contemporanea e aggiornata di Tre uomini e una gamba: lo è per l’incipit così come per l’innesto di alcune scene finanche iconiche che rappresentano più di un mero omaggio a quel film lì: l’affacciarsi al balcone di un indolente Aldo giusto un attimo prima di scendere in Meridione, allora per un matrimonio, oggi per le vacanze con la famiglia; la partita in spiaggia, di cui stavolta non si sa il risultato, con lo stesso brano e lo stesso gol in tuffo sbucando fuori dalla sabbia; il vigile amicone e un po’ cialtrone (anche se questo è un altro film), anch’esso tipico di certo modo che loro hanno di tratteggiare le forze dell’ordine, e via discorrendo.

Se ci si pensa, la procedura non è poi così diversa a quanto fatto con Fuga da Reuma Park, che rispetto a quest’ultimo lavoro si colloca quasi come una copia in brutta, tappa seminale in vista di questa rinascita; da qui la sgangheratezza, forse addirittura l’improponibilità di quel progetto, che era un maldestro tentativo di andare verso la direzione di Odio l’estate, ovviamente senza rendersene ancora conto. Perché se il penultimo si basava a priori su un soggetto ripiegato su sé stesso, meditabondo, intriso di una malinconia a tratti agghiacciante (e che per questo colpiva, proprio perché, suo malgrado qualcosa la diceva eccome), stavolta i medesimi sentimenti vengono incanalati in una struttura di ben altro tipo e spessore, ordinata da una scrittura pulita, semplice ma soprattutto intelligente, con quel vezzo autobiografico che emerge qua e là e che contribuisce a farci cogliere con maggiore chiarezza il sottile filo rosso tra i due film.

Odio l’estate è il film che non puoi aspettarti, sia per la parabola dei tre esuberanti comici, sia per l’andazzo di un cinema medio che versa in condizioni talmente tragiche ché quasi sembra che tale segmento nemmeno esista più nel nostro Paese. Poi però assisti agli incastri, alla chiarezza espositiva e alle numerose buche che, anche là dove si percepiscono, vengono quasi sistematicamente eluse; tre famiglie che si ritrovano loro malgrado a condividere la stessa abitazione durante le vacanze, per via del più classico degli equivoci, la prenotazione multipla. Senza gettarla mai in caciara, proponendo una forma di comicità che è la loro, dunque apparentemente “superata”, ma il cui rigoglio è tangibile.

Ecco, l’abilità nel fare quel passo che manca da tanti, troppi anni, finalmente in Odio l’estate trova compimento, ossia convogliare i tratti distintivi di questa comicità, di questi tre personaggi, in un’opera attuale il giusto, senza tradirla, anzi, restituendole quella vitalità perduta e di cui una qualunque storia che li vede protagonisti non può fare a meno. O per meglio dire, ciò che è mancato è proprio questo processo, la capacità di attualizzare certi format, svecchiare quanto basta siparietti ed intuizioni che non sta scritto da nessuna parte dovessero “funzionare” solo limitatamente a certi ambiti.

L’aver trovato la formula, faticosamente, a fronte di non poco tempo, costituisce perciò una delle note più liete, delle sorprese più corroboranti. È come se Aldo, Giovanni e Giacomo, insieme ai loro collaboratori, fossero tornati ad intercettare qualcosa, a parlare con un pubblico, stabilendo un contatto; e ci sono riusciti senza infedeltà, senza inganni, insistendo su note e registri che sono i loro e loro soltanto. Poi ok, il finale sarà pure preparato in modo non impeccabile, rappresentando di per sé una concessione, se si vuole, quell’accento forse un pelo forzato pure essendo nient’affatto stonato. Ma è come ci si arriva a quel punto, le dinamiche di questi tre attori/amici che si sdoppiano nei loro figli e nelle loro mogli.

Si deve infatti almeno provare ad andare oltre ad uno scenario che è comunque ampiamente accessibile senza strati ulteriori. Per quanto ci riguarda, stringe la gola un racconto in cui i tre partono da una situazione in cui non si conoscono e, nel corso di quasi due ore, imparano a stare insieme, tra gag e malintesi, tutto in tono garbato, altra cifra di questa commedia agrodolce. Senza recedere dal turpiloquio quando serve in funzione comica, quelle maleparole declamate a modo loro, delle battute in sé stesse, quasi avulse dalla situazione, che però un loro peso ce l’hanno assolutamente.

Colpisce la consistenza di Odio l’estate, che non ha chissà quali pretese se non quella di focalizzarsi su quelle poche cose che contano, inglobando quel tanto che serve la quotidianità, la cui presenza è mitigata da tonalità leggere ma non per questo stupide, di chi con certe cose spesso ci condisce il nulla. Qui invece la pietanza c’è eccome, ed è un piatto per nulla elaborato ma saporito, che tiene bene insieme più istanze, in primis quella relativa a modalità di racconto semplici ma estremamente complesse da conseguire, di modo che si possa accedere con facilità, anche se a certe condizioni. Le condizioni, appunto, di una rinascita (provvisoria o meno, si vedrà), quella di un grande trio comico che non avverte più la necessità di dimostrare alcunché, e che anche per questo può concentrarsi a tirar fuori un lavoro in cui nostalgia e desiderio non sono nemici bensì potenti alleati.

[rating title=”Voto di Antonio” value=”7″ layout=”left”]

Odio l’estate (Italia, 2020) di Massimo Venier. Con Aldo Baglio, Giovanni Storti, Giacomo Poretti, Lucia Mascino, Carlotta Natoli, Maria Di Biase, Davide Calgaro, Ilary Marzo, Melissa Marzo, Sabrina Martina, Edoardo Vaino, Massimo Ranieri e Michele Placido. Nelle nostre sale da giovedì 30 gennaio 2020.

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