Aspettando “Lo Hobbit”, un ricordo della trilogia

Cineblog fa il punto sulla saga del Signore degli Anelli… e omaggia Gandalf.


Gandalf con lo sguardo perso nelle volute di fumo della sua erba-pipa e in preda a elfiche e “svestite” apparizioni… Prendere in giro il solenne Mithrandir (questo il nome elfico del grigio pellegrino) non è proprio il modo più rispettoso per iniziare un post celebrativo della mitica trilogia come titolo suggerisce.

Ma non me ne vogliano i fan di Tolkien e di Peter Jackson: chi scrive nutre un amore sconfinato per tutta la saga del Signore degli anelli (libro e film ovviamente) e ancora oggi lotta strenuamente con i detrattori occasionali -anche amici!- che si rifiutano di coglierne l’immensa bellezza e complessità, preferendo bollarne, in mancanza di veri argomenti, la sua generosa “estensione”.

Per questo sfrutto l’occasione, e a meno di due settimane dall’uscita de Lo Hobbit, per ribadire questa passione attraverso il mio personale amarcord della trilogia, ricordo, soprattutto, di un periodo cinematograficamente irripetibile.

Aspettando Lo Hobbit

La compagnia dell’anello per il sottoscritto iniziò il suo cammino in un mite pomeriggio del Gennaio 2002, fra le ampie poltrone di una monosala cittadina che purtroppo non esiste più. Spente le luci, e dopo che dei solinghi ma efficaci cosplayer truccati da Nazgul, ci avevano debitamente preparato alla visione, restammo tutti travolti dall’incanto e la solennità del prologo: attraverso la voce calda e severa dell’elfa Galadriel, le immagini potenti e le visioni maestose di una profezia introducevano già la narrazione epica, sublime e spaventosa che sarebbe seguita nelle successive tre ore.

Era dai tempi della prima trilogia di Guerre stellari (vissuta al cinema giovanissimo) che non mi capitava di sentirmi parte di un’avventura così totale e coinvolgente, un cinema in cui le leggende del racconto fantastico si sposavano perfettamente con il realismo geografico dei luoghi e i fotogrammi sembravano svolgersi ora come delicati dipinti preraffaelliti ora come tenebrosi squarci medievali.

La Terra di Mezzo si svelava così davanti ai nostri occhi, sopra e sotto terra, mentre, tra le note ora dolcissime ora impetuosamente wagneriane di Howard Shore, hobbit, elfi, nani e stregoni cessavano di essere le semplici figure archetipiche prese dalle fiabe e divenivano la metafora di qualcos’altro, proprio come intendeva Tolkien.

Un capolavoro, immediatamente. E non il solo, perché dopo un anno di attesa febbrile, prontamente ingannata nella rilettura del classico di Tolkjen, Le due Torri approdava già nelle sale. Stesso periodo, nel bel mezzo di un gelido inverno e la temperatura ideale per immergersi nel capitolo più cupo della trilogia, quello in cui, dopo aver abbandonato i luoghi della spensieratezza e del colore, i protagonisti (e noi con loro) venivano catapultati in una Terra di Mezzo che sembra quasi la negazione di quella vista nel primo capitolo.

Paesaggi che si corrompono a vista d’occhio ammantandosi di fuoco e caligine, il mondo degli elfi –un tempo luminoso e eterno -su cui calano adesso le ombre del crepuscolo e infine un nuovo medioevo (centro della storia degli uomini) su cui spirano venti di guerra che sembrano la triste eco di quelli che il mondo viveva nel 2003.

Tra rimandi visivi a Excalibur e altri più sottili a Shakespeare (nella figura tragica di un Gollum spaccato a metà da follia e consunzione), la nostra fantasia viaggiava ormai verso il punto di non ritorno, intrappolata già dentro questo mondo ed impossibilitata ad uscirne se non grazie all’arrivo del Ritorno del Re, il terzo atto di un capolavoro in lento divenire. Questo è il capitolo in cui tutti i motivi e gli stili affrontati in precedenza trovano la loro sintesi e il proprio compimento, non solo sotto il profilo narrativo e psicologico ma anche sotto quello puramente cinematografico.

Esplodono, in modo definitivo, le ragioni della guerra e quelle del male, l’armageddon tolkenjano, e su una Pelennor dai confini quasi indefiniti, si affrontano gli eserciti terreni e quelli ultra-terreni, simbioticamente fusi in un abbraccio violento e mortale che altro non è che la deflagrazione necessaria per ricreare un nuovo ordine nel mondo. Quando si compie il destino dell’anello, e con esso quello dei suoi portatori o di coloro che ne sono stati emanazione diretta, davanti ai nostri occhi sembra chiudersi davvero un ciclo del mondo antico.

E’ la fine della Terza Era, così vicina a quella del nostro attuale e collassato mondo da provocarci la stessa spossatezza di Frodo al termine del suo lento disfarsi ma anche una commozione intensa ed autentica al suo risveglio e al suo successivo congedo da tutto. Accade così che quei sottofinali, ammantati di delicatezza e malinconia, servono a rendere, anche per noi spettatori, l’addio a quel mondo più lieve e sopportabile.

Perché la visione di quel veliero che annega nella luce del tramonto è il funerale vichingo di un frammento di vita vissuta dentro e fuori dal cinema, fra le pagine del libro o tra le sequenze di un unico film. E non saremo mai abbastanza grati a Tolkjen o a Peter Jackson per aver fatto di un racconto la tragica allegoria dell’umanità e di un film un’esperienza emotivamente unica. Da vivere e rivivere dentro quel castello inespugnabile chiamato fantasia….

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