#iorestoacasa: 3 film da guardare su YouTube, Prima Parte

Cineblog vi suggerisce alcuni film da vedere in questi giorni di quarantena, partendo da tre italiani

A Dio piacendo mancano ancora tre settimane al termine del confinamento domestico applicato in tutta Italia, al che ci siamo detti che, seppur nel nostro piccolo e limitatamente a ciò che ci compete, non sarebbe male offrire il nostro contributo. Non sappiamo infatti quanti di voi lettori in questo momento stanno riuscendo comunque a lavorare, quanti altri invece si trovano nella condizione di dover riempire le proprie giornate nei modi più creativi.

Ed è qui che proviamo ad intervenire, nel solco di questa esigenza di fare una scaletta, cercare insomma di organizzare le proprie giornate. Oppure lasciarvi andare ad esse, come più vi aggrada. In questi giorni andremo infatti proponendovi alcuni titoli, cominciando da alcuni reperibili su YouTube. Seguiranno anche dei suggerimenti per chi invece dispone di una sottoscrizione a servizi come Amazon Prime Video o Netflix.

Tocca al sottoscritto introdurre questo nostro spazio, che speriamo di archiviare quanto prima, almeno in relazione ai motivi che ci hanno spinto ad inaugurarlo. Oggi l’intenzione è quella di partire con tre film italiani, due commedie ed uno a tinte distopiche. Eccoli qui di seguito.

LA DECIMA VITTIMA (1965), di Elio Petri


(Clicca sull’immagine per vedere il film)

Partiamo dal meno recente. Capolavoro di Elio Petri, che qui era avanti di parecchio. Tratto da un racconto breve di Robert Sheckley, La settima vittima, oggi certi temi appaiono per forza di cose abusati, spesso pure molto male. Solo che qui siamo negli anni ’60, quando ancora la distopia al cinema non aveva attecchito come nell’ultimo decennio, e di lì a breve, più che immaginare un mondo vagamente orwelliano, molta fantascienza cercò per lo più di cavalcare il terrore dovuto alla minaccia atomica, a lungo incombente. Petri propone uno spaccato che per spunti ed ambizioni non manifesta alcun timore reverenziale verso produzioni più blasonate, attuale pressoché in tutto, dunque a suo tempo anticipatore. Oggi certi moniti è infatti facile comprenderli, mentre allora i tempi non erano evidentemente maturi; ma poiché spesso conta più il come del cosa, è interessante prendere atto come, malgrado un immaginario oggettivamente datato, La decima vittima regga ancora piuttosto bene. Aiuta certo minimalismo scenografico, questo va anche detto.

NELL’ANNO DEL SIGNORE (1969), di Luigi Magni


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Primo di una trilogia sulla Roma papalina (gli altri due sono In nome del Papa re, del 1977, e In nome del popolo sovrano, uscito nel ’90) ho sempre pensato che, dietro la critica relativamente aspra alla Gerarchia ecclesiastica, Magni fosse per forza di cose interessato anzitutto a raccontare quelle persone lì, coloro che assistettero ad un cambio di paradigma epocale, con un’Italia che si avviava verso una nuova fase della propria Storia. Basti leggere il cast: su tutti il Cornacchia di Nino Manfredi, personaggio teatrale che funge quasi da narratore in una vicenda che lo vede a larghi tratti presente. Ma anche i comprimari di lusso come Alberto Sordi, Claudia Cardinale o Ugo Tognazzi finiscono col ricordarci che cosa fu il nostro cinema, quante perle vennero sfornate in quegli anni. Lungo il corso dell’intero film si respira quell’aria di romanità per lo più inacessibile a noi, che gente come Magni fece forse in tempo a respirare, magari anche solo per via indiretta; ecco perché definirla una commedia è riduttivo, forse addirittura fuorviante. Ma è misura del genio italiano applicato al grande schermo in quel periodo lì: raccontava storia in modi che potevano venire fuori solo dalla cultura che prendevano di mira, spesso e volentieri motteggiandola, irridendola o scagliandocisi contro con veemenza, eppure di cui al tempo stesso quei cineasti si erano nutriti. In questo primo tassello del progetto di Magni si avverte, come a dire il vero anche in altri film, questo misto di sdegno e amore, di denuncia ed affezione, che appunto contraddistinse tantissimi film del periodo. Venendo meno tale presupposto, svanì la cosiddetta commedia all’italiana.

COSI’ PARLO BELLAVISTA (1984), di Luciano De Crescenzo


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L’esordio di Luciano De Crescenzo nelle vesti di regista. Siamo già in un’altra epoca, ed anche se si fosse digiuni di Storia o, più in generale, non si riuscisse immediatamente a cogliere certe differenze rispetto all’aria che si respirava appena vent’anni prima che venisse girato questo film, è evidente che si tratta di un altro Paese. Un’Italia dove nondimeno certo regionalismo è ancora nostro malgrado radicato, come forse solo in questi giorni stiamo avendo contezza, ascoltando certi allegri ma malinconici concerti che tante persone hanno allestito dai loro balconi. Se Magni è sinonimo di romanità, a De Crescenzo non può che toccare il medesimo incarico rispetto all’essere partenopeo. L’irresistibile scontro dialettico tra il professor Bellavista, interpretato proprio da De Crescenzo, ed il milanesissimo dottor Cazzaniga (Renato Scarpa) è solo un pretesto per marcare simpaticamente certe radicali differenze, la parte sana di certo orgoglio territoriale.

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