Tornare a vincere, recensione, la fisicità di Ben Affleck a fare la differenza

Il filtro di O'Connor e la presenza scenica di Affleck a riscattare l'ennesima ma in alcuni casi edificante parabola di risalita


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Jack (Ben Affleck) fa l’operaio, uno tra i tanti di questo immenso cantiere con macchinari enormi. Sentirsi schiacciato dal contesto, dalla pesantezza del lavoro è inevitabile; pesantezza che traspare dal volto, dalle movenze lente e cadenzate di Jack, che si trascina anziché muoversi. Dev’esserci dell’altro però, questa spossatezza non la si spiega con la calura o l’usura per le seppur provanti ore di lavoro. Di tanto in tanto infatti va versandosi sulla sua borraccia una bevanda, forse vodka oppure gin; fino a che non passa dal suo locale di fiducia, a fine giornata, per rincarare la dose, oppure un ultimo giro a casa, tirando fuori una lattina da un frigorifero che scoppia di lattine di birra.

Tornare a vincere è storia familiare, nel senso che se ne ha confidenza. Parabola di un presunto riscatto, del tentativo di riuscirci, malgrado le condizioni siano infami a tal punto dall’impedirlo, dal rendere una qualsiasi risalita esito utopistico. C’è che Jack è sfatto, ridotto a una carcassa per una serie di vicissitudini di cui l’ultima è stata la più devastante, ossia la perdita del figlio di nove anni. Separato, solo, alle spalle una carriera da cestista vanificata, sebbene qualche attenuante per questo spreco vi sia.

Un giorno lo chiama il rettore del liceo che frequentò da giovane, quando tutto sembrava possibile; è un prete (scuola cattolica) che ha bisogno di lui poiché l’allenatore della squadra di basket ha avuto un infarto e serve un sostituto. Jack fa resistenza, non è convinto, esporsi troppo significherebbe mostrarsi per ciò che è diventato, ossia l’ombra di un uomo. Certo, è un giudizio forte questo, ma il primo a vedersi in questo modo è lui. Val la pena già qui evidenziare l’apporto di Affleck, che con la sua sola fisicità tiene botta, trasmette quanto deve a prescindere dalle non molte battute che, giustamente, sono assegnate al personaggio. Parleremmo di un altro film, qualcosa di ben meno efficace senza questa presenza forte, la macchinosità di un attore che lavora col corpo ancor prima che col volto.

Non a caso Gavin O’Connor indugia soprattutto su campi medi e lunghi, approfittando dell’immagine di quest’uomo imponente, reso pachidermico al di là delle dimensioni, bensì proprio da questo suo incedere ovattato, a tratti persino irritante. Credo che Tornare a vincere sia tutto qui, nel corpo voluminoso e il viso tirato di Affleck, in quella tenuta grave e sofferente, che, sola, eleva un ritratto altrimenti appena passabile. Sono storie, queste, che vanno sempre tarate, su cui di volta in volta va trovata una chiave, qualcosa di apparentemente marginale che però ne giustifichi il ricorso; potenti, perché tendenzialmente universali, ma di un’universalità tale che finisce col coprire ogni altra cosa qualora appunto ci si appiattisse su questo loro carattere trasversale.

Tolto l’elemento perciò più appropriato, l’avere insomma capito quale contributo potesse dare Affleck, c’è poi un lavoro a togliere che va a sua volta menzionato. O’Connor è uno a cui non piace caricare troppo, anzi. Lo si è visto con Warrior (2011), che è tematicamente affine a questo suo ultimo lavoro: emotivamente forte, abbastanza incisivo, con qualche scena persino notevole, eppure mai sopra le righe, senza approfittarsi di certi sviluppi per colpire facile. In Tornare a vincere fa qualcosa di analogo, meno riuscito ma non perché venga meno a questo suo approccio, che anzi riscatta un incipit ed una trama che non contemplano chissà quali colpi di coda.

Evitare perciò di svilire il percorso di Jack con argomenti e situazioni banali mi pare fosse il primo ostacolo, dunque l’obiettivo primario. O’Connor per lo più ci riesce, componendo uno mosaico asciutto, fatto di pochi tasselli, per lo più messi al posto giusto. Certo, quest’asciuttezza si paga, perché in certi passaggi si ha l’impressione che si sarebbe potuto/dovuto dire di più e meglio, specie in relazione a come, una volta accettata la proposta, Jack riesce in qualche modo a far breccia in questa squadra di giovani scanzonati. Ma è un programma quello del regista, al quale immancabilmente si adegua dall’inizio alla fine, forse non avendo ragione su tutti i fronti, ma al contempo riuscendo se non altro a non avere pressoché mai torto.

Voto di Antonio 6.5

Tornare a vincere (The Way Back, USA, 2020) di Gavin O'Connor. Con Ben Affleck, Al Madrigal, Michaela Watkins, Janina Gavankar, Glynn Turman, Hayes MacArthur, Rachael Carpani, Yeniffer Behrens, Caleb Thomas, Alfredo Tavares, Edelyn Okano e Ryan Gold.

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