The Hunt, recensione, satira non troppo irriverente in salsa di genere

I limiti di The Hunt finiscono anche col costituire la componente più interessante di questa operazione che cavalca anche troppo consapevolmente luoghi comuni e cliché, e a più livelli


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Materia particolare quella di The Hunt, esempio quasi da manuale su come giocare con le aspettative, le premesse, i pregiudizi e chi più ne ha più ne metta, specie in un periodo così polarizzato, in cui la discussione è avvelenata da limiti apparentemente insormontabili. Basta guardare al soggetto: un gruppo di persone abbienti, quella che un tempo veniva definita alta società, organizza una caccia in cui le prede sono altre persone. Il punto è che i primi sono liberal, i secondi invece conservatori. Insomma, le basi per una farsa.

Ma in realtà farsesco questo The Hunt lo è, sì o no? Pongo qui il quesito, subito, complicandomi le cose, perché temo che di qui alla fine del pezzo opterò per il giro largo, eludendolo. Volendo però sì, questo ennesimo prodotto targato Blumhouse ha un che di farsesco, ma non per questo risolvendosi in una solenne farsa (il che, di per sé, significa poco). Quel che è certo è che un film del genere è complesso da fare, ancora di più da analizzare, perché il giochino messo in piedi dagli autori è frutto di una scaltrezza che fa anche rima con cialtroneria; qualcosa, sia chiaro, di voluto, cercato a dispetto di quello che il film vuole dire nelle intenzioni di chi l’ha concepito, scritto e poi girato.

Horror sociale? Distopia? Thriller di denuncia? Forse tutte queste cose insieme, ma è chiaro che le etichette vanno strette, non solo perché cangianti ma per via del loro prestarsi all’equivoco. E c’è già qui un primo cortocircuito, questo saltellare allegramente tra i generi che non è certo pratica inedita, anzi, cifra di una stagione alla quale lo stesso Jason Blum ha contribuito e non poco. Non si tratta perciò di stabilire cosa sia The Hunt, quanto forse capire perché voglia dire ciò dice; adesso, in questo modo. La prima sequenza si apre con questo scambio di messaggi in cui viene fuori la parolina magica, figlia della spettacolare campagna elettorale del 2016 in vista delle elezioni alla Casa Bianca, quando l’allora candidata Hillary Clinton se ne uscì con lo storico Deplorables (deplorevoli) per definire l’intero elettorato di Trump: «non c’è niente di meglio che andare al maniero e massacrare una dozzina di deplorevoli», scrive uno dei membri della chat.

Lo scrive appunto una delle protagoniste, che per quasi tutto il film non si vedrà, altro cliché: il villain che opera nell’ombra, mandando avanti la manovalanza, finché non è il suo turno, sul finire, ed allora svela sé stesso ed il suo piano. È un meccanismo quasi molesto nel suo rievocare schemi e stilemi che, almeno per chi ha un po’ di confidenza con la materia, risultano ampiamente interiorizzati. D’altra parte è quello che Damon Lindelof e soci vogliono, anzi, ambiscono proprio ad innescare questo genere di micce, continuamente, rimandando non solo a misure squisitamente di grammatica filmica, che afferiscano al genere o meno, bensì, ad un livello più superficiale, a luoghi comuni rispetto a come certe categorie antropologiche vengono descritte, dunque percepite.

Da notare che proprio i due sceneggiatori, Lindelof e Nick Cuse, scrivono da una prospettiva per forza di cose parziale: il milieu di quei liberal così attenti e scrupolosi in merito a come ci si debba porre, quali termini si debbano adoperare per accostarsi a temi scottanti, quali il gender, le buone opere nel Terzo Mondo e via discorrendo, è il medesimo al quale loro stessi appartengono, quella cultura il filtro attraverso il quale leggono ogni cosa. Anche per questo il tentativo di umanizzare l’altra parte, quei conservatori trumpiani che vedono nella cosiddetta Élite il Male Assoluto, si risolve in un ritratto magari non irrispettoso, palesemente canzonatorio, ma di sicuro un po’ angusto.

Si tratta di un esito che gli autori nondimeno intendono sublimare proprio attraverso un contesto che a priori tende a mettere le mani avanti, a “scusare” questa pelosa faciloneria mediante il ricorso a toni beffardamente comici. Un humor nero, furbo se vogliamo, proprio perché rappresenta quel dispositivo che non consente di prendere troppo sul serio certi ritratti, ancor di più se si pensa che un trattamento analogo lo subisce pure l’altra parte, ossia i cacciatori democratici. Piuttosto, a dirla tutta, sono proprio quest’ultimi ad essere pizzicati con più sarcasmo, una sorta di fuoco amico che, in quanto tale, dovrebbe essere accettabile.

The Hunt ha però il merito, forse involontario, di dirci a che punto siamo in relazione a come il cinema può, qui e adesso, trattare argomenti così delicati. E la situazione pare essere che ancora non si sia del tutto nelle condizioni di farlo, proprio perché, checché se ne pensi, non è stata maturata la giusta distanza. Ecco allora l’implementazione del genere, degli escamotage narrativi che spostano l’attenzione da questa speriamo temporanea deficienza: il film si basa su un ribaltamento di prospettiva che è anzitutto di matrice narrativa, ossia funziona proprio in quanto racconto, a prescindere dal cosiddetto tema. Che poi a tali capovolgimenti si possa dare una lettura politica e sociale, è un plus senz’altro cercato, ma con la timidezza tipica di chi non vuole prendere la questione di petto, lanciando il sassolino abbastanza vicino da poterlo vedere, ma abbastanza lontano da poter tirare indietro la mano senza farsi notare troppo.

Che The Hunt voglia quindi operare anzitutto in quei termini, è chiaro sin dall’inizio, dal modo in cui presenta i suoi protagonisti, o per meglio dire, la sua protagonista, Crystal, che per la prima volta compare dopo venticinque minuti dai titoli di testa. Un modo ingegnoso, semplice ma al contempo efficace per depistare il giusto, quanto basta per non farci subito orientare senza però farci perdere. Eppure l’intera struttura è molto basilare, fin troppo precisa, il che presta il fianco a quella critica che vuole in questa sua impalcatura un pretesto per servirsi di dinamiche così centrali nella vita del Paese (gli USA) allo scopo non tanto di aggiungere o togliere qualcosa al discorso, bensì di monetizzarci sopra.

E sapete che c’è? È ovvio che sia così, né Blum, Lindelof e soci si sforzano più di tanto nel negarlo. Dietro quella confezione così impeccabile, senza sbavature, c’è il desiderio di rimestare nel torbido di uno scontro in relazione al quale in questa fase pare non esserci soluzione alcuna. The Hunt è perciò elegante rumore, giocoso quanto una battuta estemporanea, magari sagace, ma che non si capisce se serve a stemperare l’atmosfera grave oppure si rivela solo inopportuna. Dietro c’è, come già evidenziato, una certa intelligenza, l’essere sottili il minimo sindacale, perché in fin dei conti chi di dovere sa quali tasti toccare, come evitare di farla troppo fuori dal vaso, infastidendo quanto basta, senza divenire molesto. Non so però fino a che punto una simile destrezza sia preferibile ad una seppur sgangherata, estrema ma sincera critica, persino incazzata, come si confà ai tempi.

[rating title=”Voto di Antonio” value=”6″ layout=”left”]

The Hunt (USA, 2020) di Craig Zobel. Con Betty Gilpin, Emma Roberts, Justin Hartley, Ike Barinholtz, Glenn Howerton, Amy Madigan, Macon Blair, Teri Wyble, Alexander Babara, Steve Coulter, Wayne Duvall, Sturgill Simpson, J.C. MacKenzie, Reed Birney, Hans Marrero, Juan Gaspard, Jim Klock, Sylvia Grace Crim e Dean J. West.

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