Il passaggio della linea, nel 2007 Pietro Marcello raccontava l'Italia

Recuperiamo il documentario che ha portato alla ribalta il talento di Pietro Marcello, il cui sguardo colse nel 2007 qualcosa che potrebbe tornarci utile oggi

Vedere oggi Il passaggio della linea, documentario che ha lanciato Pietro Marcello nel 2007, è vedere un Paese per quello che è: l’Italia dei treni è Italia tout court, oggi solo sospesa, mentre tutti si sta lì alla finestra, in attesa di capire se quell'Italia, bistrattata, piena di vizi e di qualche virtù, sarà la stessa. Tra l’ansia, la paura, in alcuni casi addirittura l’angoscia, troppi i livelli del discorso, non uno solo ma più virus, quelli che minacciano non soltanto la tenuta del corpo, ma dell’economia, della socialità e via discorrendo.

Marcello coglie una prospettiva che credo molti di noi in fondo conoscono, ossia che è possibile capire cosa sia e come sia questa nazione muovendosi al ritmo dello sferragliare dei suoi treni, la calca così come il deserto delle sue stazioni, spesso e volentieri periferiche, il via vai di gente la più disparata. Ogni vagone regge il peso di queste vite in marcia, le loro apprensioni, le loro idee per forza di cose parziali, ma pur sempre le loro, cioè le uniche che hanno e con cui debbono tirare avanti, buone o cattive che siano, perché «la tua vita dipende da come pensi» (interpretazione di Proverbi 4, 23).

La macchina da presa si muove in quei corridoi stretti, tutti uguali, così come i suoi scompartimenti, vuoti o pieni, comunque tristi. Meno triste il tutto, ed oggi abbiamo credo modo di rendercene conto con maggior cognizione di causa, quando questi luoghi spettrali improvvisamente si popolano di gente, anzi no, di persone, di singoli con le loro storie in valige che non si vedono, che non occupano spazio se non quello della memoria, o dell’anima di chi le ascolta. E in quel contesto così arretrato, cristallizzato ad un boom economico che non è mai davvero esploso, nessuno sa dirsi davvero soddisfatto, se non lui, Arturo, un novantenne che chissà dov’è oggi, tredici anni dopo.

Non sapremo granché di Arturo, men che meno quanto ci sia vero nelle peripezie che racconta, così circostanziate che nondimeno si tende a credergli. Europeista ante-litteram, dice di aver pagato questa sua propensione, diventando di fatto un dissidente, condannato dalla magistratura e dalla Democrazia Cristiana per le sue idee eversive. Lui che, convinto, guardava ad espressioni geografiche di segno diverso, uno dei tanti, immagino, scottati dalla Guerra, credeva davvero che dietro questa sua idea di Europa, a dire il vero mai chiarita nel corso del documentario, si celasse la chiave di volta. Eppure Arturo ha eletto a sua casa l’Italia, nello specifico i suoi treni, queste figure quasi mitologiche dove dorme muovendosi tutti i giorni da Nord a Sud. Dice di essere un pezzente, perciò il più potente del mondo. Sarà.

Si rincorrono voci, che s’accavallano, aprendo a panorami a volte suggestivi, altri degradati, come solo certi scorci in prossimità di talune stazioni sanno essere; quasi sempre al buio, di notte, che è il viaggio per eccellenza, quello da attraversare con la Fede di chi, volente o nolente, non riesce a vedere, perché non può. Nel riecheggiare di quel verso vergato da Dylan Thomas, costoro «s'infuriano contro il morire della luce», pur mantenendo una compostezza spiegata solo dalla rassegnazione: la vita è questa, inutile dannarsi. Uno di questi fantasmi reali sostiene che partire una volta per tutte sarebbe pure possibile, ma se poi dall’altra parte non trovi nulla, che fai? Ritorni? («che so tutte ‘ste tarantelle?», chiosa, lui che viene da Scampia).

Un altro, presumibilmente pugliese, magnifica la vita di coloro che si aprono al mondo, non prima di aver imbastito un estemporaneo discorso sulle differenze tra il dialetto barese e quello foggiano, prediligendo l’apertura di quest’ultimo a scapito della chiusura del primo. Per quest’uomo vivere è andare in giro, vederlo questo mondo, conoscere altre lingue, se possibile impararle pure. Altrimenti ha poco senso. Ognuno c’ha le sue, è chiaro. Ma non è nelle parole che l’italiano si tradisce: il fratello lo sgami dagli occhi, da quel suo modo di guardare penetrante suo malgrado, come se ciò che sta dicendo, qualunque cosa sia, volesse infilartela nel cuore aprendoti il petto. Immagine violenta quanto si vuole, ma che posso farci se l’italiano è violento e con esso la sua seppur dolcissima lingua?

Infatti è violenza che riscalda, che desta, magari strattonando, facendosi perciò quantomeno inopportuna, ma non lascia mai indifferenti. Al contrario, ti circonda e ti fa stare bene, anche se non la conosci o ne hai scarsa confidenza. Persino un giovane nordafricano, con inequivocabile accento romanesco, ha quegli occhi, quell’eloquenza italica che in parte gli deriva già dalla sua di cultura, la quale, mentre si dispiega nel suo incedere effettivamente pure un po’ comico, ti tiene a due centimetri da terra. Idem per l’argomentare disarticolato di quell’uomo più anziano, campano, che compone e scompone frasi che nella sua testa avranno senz’altro un senso, senonché non gli escono bene. Lo ascolti e non capisci: lo guardi e sai vita, morte e miracoli della sua parabola.

L’Italia è quel luogo dal quale chi vuole scappare è costretto a restarci, mentre chi non vorrebbe lasciarla per nessuna ragione al mondo si trova costretto ad abbandonarla. O forse non è così: forse ci si lamenta finché non si parte, per un motivo o per un altro, salvo poi lamentarsi con ancora più frustrazione per essere finiti altrove, lontani da lei. Che sia permanenza o esilio, è molto italiano viverla come se si stesse subendo tale condizione, pesante perché mai ideale. Da dove viene questo profondo senso d’ingiustizia che ci accomuna, ma che eppure in molti, lontano dalle spire rumorose dei social, hanno finito con l’accettare?

Quell’Italia lì, del 2007, mica del Dopoguerra, avvertiva la sua condizione di subalternità, che sapeva essere ingiusta, ma faceva spallucce e non si lasciava atterrire, così sembra, dal disagio che l’attraversava. Chiaro, l’umanità dei treni, tra pendolari e occasionali, non è quella dei parecchi che invece stavano meglio, del lavoro non lontano da casa, una casa di proprietà, ricolma di roba a volte utile, altre meno, ma che comunque fa stare bene, l’uscita a cena e la vacanza qualcosa di più del quando capita. Ma non è meno Italia, non sono meno italiani. Senza qui cavalcare l’insipida retorica di certo pauperismo di professione, sterile come minimo, chissà che al cuore dell’intasamento di aeroporti da parte della massa low cost non vi sia questo malcelato desiderio di scappare da quell’Italia, quella vera™, a fronte di una dinamica forse talmente banalotta da apparire ingenua: piuttosto ci volo sopra, a distanza, anziché mescolarmici e rendermi conto.

Non rendendosi appunto conto che tra i binari che coprono larga parte del Paese, binari vecchi come le carrozze che ci transitano sopra, specie da Roma in giù (poco rileva se l’alta velocità coinvolge da tempo pure la Campania), correva, anzi, arrancava, metaforicamente e non, il Paese, quello reale. È il nostro destino, pare, quello di sognare l’altrove perché possiamo raggiungerlo solo per farci una rapida visita, illudendoci di averlo persino conosciuto, mentre invece non possiamo far altro che limitarci ad osservarlo da un finestrino, che la nostra permanenza duri due o dieci giorni. Nel frattempo siamo qui, bloccati alle nostre fatiscenti fermate, sinonimo di una crescita promessa e mai realizzata, presidio di chi non fa nulla o chi è costretto a passarci, malvolentieri.

Oggi quel mondo, il nostro mondo, confinati come siamo, confusi, impauriti, ci sembra qualcosa di lontano, eppure così vicino. Si apriranno le porte, verosimilmente si tornerà a calpestare quelle banchine, ad occupare quei vagoni, sprezzanti e delusi, come o magari più di prima. Ma se è vero, come alcuni ci stanno dicendo, che per un po’ non ci si potrà concedere il lusso di sorvolare questa meravigliosa miseria, perché spostarsi da un capo all’altro del mondo non è più così “sicuro”, chissà come reagiremo a quella colonna sonora composta da rotaie arrugginite, vociare incomprensibile e senso del limite, da cui l'umiltà di chi affolla questi spazi. Ma soprattutto se e come sopporteremo quelle immagini, di una popolazione che, ignara, si muove(va) in continuazione senza andare da alcuna parte.

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