Capone, recensione, il confuso epilogo di un gangster

Nel suo protagonista, un Tom Hardy esagerato, Capone trova il suo emblema, quello di un biopic smodatamente lineare, malgrado cerchi di smarcarsi da qualsiasi linearità


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C’è un vizio in Capone, che a tal punto incide da informarne la sua ragion d’essere, l’idea insomma di aver voluto affrontare questa storia in questo modo. È un difetto di prospettiva, se così si può dire, che è al contempo frutto di una scelta precisa, ossia quella di porre lo spettatore sul medesimo livello del suo protagonista, farci vedere e vivere la vicenda attraverso i suoi occhi, le suggestioni da cui è investito. Non un’idea sbagliata di per sé, chiaramente, ma che a certe condizioni fa emergere alcune problematiche rilevanti, rispetto alle quali Josh Trank non riesce a venire a capo.

Siamo sul finire degli anni ’40, Al Capone (Tom Hardy) oramai devastato dalla sifilide, che lo ha portato alla demenza. L’escamotage è quello di (con)fondere i piani, quello reale e quello immaginato, fatto di sogni, visioni e quant’altro; senza alcuna netta separazione, anzi, imperniando il racconto proprio su questo incedere sfumato. Un taglio onirico che già da subito si mostra debole, impacciato, malgrado a livello stilistico sembri offrire alcuni appigli dal potenziale interessante. Per i primi tre quarti d’ora, insomma, Capone lo si vede bene ma lo si vive in maniera disorientante.

Più avanti, ahimè, quanto seminato in questi primi tre quarti d’ora si rivela insufficiente, il tutto troppo aleatorio per ricomporre il ritratto, né abbastanza incisivo per reggere come mero esercizio, che è poi ciò a cui credo si voglia approdare. Anziché sottoporre infatti una narrazione schematica, si predilige intavolare il discorso sull’onda delle impressioni, dei suggerimenti, il che effettivamente ha una sua virtù. Virtù che tuttavia tende a spegnersi a fronte di un esito non all’altezza dell’ambizione, poiché, pur fuggendo un certo tipo di didascalia, non si riesce ad essere meno lineari nel comporre questo quadro mentale (a conti fatti la vicenda si svolge per lo più lì, nella testa di Al).

Il tentativo, per certi versi ineludibile, di mettere ordine all’interno di un contesto simile, rendendo accessibile quanto sperimenta una persona le cui facoltà intellettive sono oramai pressoché in toto compromesse, si riduce ad una catena di scene, alcune più evocative, altre meno, a cui però manca un collante. Bagliori messi insieme che però non fanno una fonte di luce, per questo il mistero dietro alla gravosa condizione del protagonista resta comunque precluso, non tanto in termini verbali, bensì proprio nel portato esperienziale che si cerca di trasmettere, non riuscendoci.

Il mondo di Al Capone si comprende che è fatto di rimpianti, paure, paranoie, a fronte di decenni vissuti al di sopra di ogni cosa, persino di sé stesso, prima ancora che della Legge. Ed è comprensibile che questa sorta di redde rationem sia l’ovvio corollario, ultima, terrificante tappa di una vita in cui si è spinto troppo oltre e a più livelli. Perciò l’intridere questa parabola di accenti horror è sì intuizione formalmente corretta, pur restando nondimeno l’onere di rendere efficace tale identificazione. In altre parole, stabilire a priori quale debba essere la direzione, assumendosi l’impegno d’implementare la rotta scelta fino in fondo, costi quel che costi.

Capone cade invece nel solito equivoco del controbilanciare istanze che insieme stanno a fatica. Se non ci si può concedere una tenuta abbastanza libera è inutile fermarsi a metà strada, parlare una lingua e poi un’altra la frase dopo. Essere vagamente arty dovendo però al contempo tenere conto di tante, troppe altre fattispecie, significa complicarsi, e di molto, le cose; significa rinunciare ad avere un centro, senza però potersi nemmeno avvicinare ai margini. E si finisce con l’avere un grande attore che ci prova e ci riprova, strafacendo e finendo col potere tutt’al più limitare i danni, sommerso com’è da strati di trucco e grugniti che stonano con certi sguardi giustamente persi nel vuoto, che, senza volerlo, esemplificano questa impossibilità di mettere a fuoco, dunque di capire cosa c’è dietro.

Voto di Antonio 4

Capone (USA, 2020) di Josh Trank. Con Tom Hardy, Linda Cardellini, Kyle MacLachlan, Matt Dillon, Kathrine Narducci, Jack Lowden e Gino Cafarelli.

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