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Marco Bellocchio ha cambiato il concetto di “mainstream”: quando la regia diventa indagine

Marco Bellocchio torna con una serie sul caso Tortora e dimostra quanto mettersi in gioco voglia dire superare ogni tipo di limite.

22 Settembre 2025 19:00

Che Bellocchio abbia cambiato il modo in cui un certo tipo di cinema viene percepito è palese, basta guardare come si presenta ai red carpet per capire come siano cambiate le attenzioni nei suoi confronti e in quello che propone. Il look del regista di Bobbio è lo stesso da tempo, ma solo recentemente hanno iniziato ad emularlo. Sì, i Festival se lo contendono: chiamano ripetutamente pur di averlo protagonista anche solo di un panel.

Immaginate cosa possa essere successo quando ha annunciato che avrebbe presentato a Venezia 82 (l’ultima edizione de La Mostra del Cinema) “Portobello”: una serie evento sul caso Tortora. Il più grande abbaglio giudiziario, che ha riguardato il noto presentatore televisivo, del passato recente. Una ferita ancora aperta per molti, soprattutto i familiari, rispetto alle sorti del compianto conduttore che è passato dall’essere icona a capro espiatorio. Ingiustamente, per via di una svista legata al suo nome che somigliava (secondo un camorrista) a quello di un noto esponente malavitoso.

Marco Bellocchio porta al cinema Enzo Tortora

Le accuse sono chiare, ma non vere: associazione a delinquere e traffico di droga. L’epopea giudiziaria che ha cambiato un Paese – compreso il modo di concepire e vivere la cronaca a livello mediatico – è chiara a tutti. Quel che risulta meno cristallino è perchè Bellocchio ha deciso di far diventare tutto questo una sceneggiatura, partendo dallo spunto editoriale che la figlia del conduttore tv ha pubblicato qualche anno fa. Gli appassionati si sono chiesti, ma lo ha fatto anche più di qualche addetto ai lavori, come mai il regista abbia trovato interessante – al punto da proporlo sul grande schermo – uno scenario del genere che potrebbe soltanto riaprire vecchie cicatrici in grado di fare ancora male.

Portobello Marco Bellocchio
Marco Bellocchio con il cast di Portobello (Instagram profilo ufficiale) – TvBlog

La risposta è semplice nella sua complessità: Bellocchio è un regista che ama indagare. Non si accontenta di portare una storia, qualunque essa sia, sullo schermo. Vuole capire, sviscerare una situazione e farla sua. Mostrando anche, se possibile, un pizzico di provocazione: per questo i suoi film sono spesso definiti sferzanti. Lo insegna, forse meglio di chiunque altro, il suo Buongiorno notte. Una rilettura intensa, puntuale e leggermente orientata del sequestro Moro.

“Portobello” a Venezia 82 sulle orme di Buongiorno Notte

Bellocchio non si accontenta, in quell’opera del 2003, di raccontare e mettere in mostra le sensazioni del sequestrato. Mette in luce, anche in modo schietto e senza alcun tipo di filtro, le vite, i pensieri e le suggestioni dei sequestratori. Non li assolve, ma cerca di comprendere cosa scatta nella mente dei brigatisti. Proprio per questo tipo di scelte, che vediamo anche all’interno di altre opere come Esterno notte e Vincere – senza dimenticare L’ora di religione –, il suo repertorio cinematografico ha sempre fatto molto discutere.

Motivo per cui ci sono stati anni, Bellocchio è del 1939, in cui arrivava in determinati contesti senza troppo clamore. Addirittura con qualche rimostranza. La critica non gli ha mai risparmiato nulla: ha sempre alternato produzioni più di nicchia a progetti elevati, anche con cast importanti, proprio perché non ama fare progetti. Un film, Bellocchio, lo deve sentire e deve poterlo guardare con i propri occhi prima ancora di riuscire a girarlo. Vuol dire conservare la sua visione e versione dei fatti, nonostante tutto. Una sorta di marchio di fabbrica che l’ha reso unico nel suo genere.

Non è mai diventato commerciale: è il mercato che si è adattato a lui, anche se questo è costato molto al regista. Il quale, in più di un’occasione, si è sentito escluso. Fuori posto. Non adatto ad assecondare certi meccanismi. Oggi, con la sua esperienza e tenacia, la storia è cambiata. Il concetto di mainstream gli sorride, ma semplicemente perché è lui a dettare le regole – come ha sempre fatto – rispetto a quel che propone. Solo che adesso, in molti, gli danno ascolto e bramano per avere in anteprima le indiscrezioni su quello che farà. Esattamente come quel biopic su Sergio Marchionne che non è ancora uscito, ma già profuma di cult.

Da Moro a Tortora: la trasformazione di Fabrizio Gifuni

La stessa sorte è toccata a “Portobello”: una serie tutta italiana dai principi internazionali, per movimenti di macchina, montaggio e sovrapposizioni. La resa del personaggio è precisa, quasi maniacale, e volta a mostrare Tortora lontano dalla celebrità spicciola ma vicino all’annientamento. La trasformazione quando passa dalla ribalta al retroscena che porta alla detenzione è netta, visibile, inesorabile.

Accanto a lui sempre quel Fabrizio Gifuni che si plasma come una tela vivente in attesa di trovare la cornice migliore che possa valorizzare i colori di una recitazione ricca e profonda. Dramma, commedia, emozione e pragmatismo. Tutto al servizio dello spettatore. I film di Bellocchio sono indagini personali che partono dall’analisi oggettiva dei fatti accaduti, per poi rimettere insieme i pezzi alla maniera onnisciente congeniale esclusivamente a un certo tipo di cinema. Quello d’autore che, comunque vada, non fa sconti a nessuno.

La Rai aspetta Bellocchio

Lo sa bene la Rai che ha pagato una cifra considerevole per arrivare seconda nella divisione dei diritti di trasmissione di “Portobello”: la serie sul caso Tortora uscirà nel 2026 su HBO Max e successivamente arriverà a Viale Mazzini. Tuttavia, dal quartier generale della tv di Stato, è arrivato ugualmente il segnale di fare il massimo per avere a disposizione il prodotto. Anche se in seconda battuta e nonostante la posizione netta del regista di Bobbio, il quale – all’interno del girato – fa chiaramente notare come la Rai abbia voltato le spalle al compianto conduttore nel momento più difficile della sua carriera.

Una prospettiva che non giova ai vertici di Viale Mazzini, ma non avere Bellocchio a disposizione potrebbe essere ancora peggio. Questo vuol dire diventare un pezzo pregiato, quando il mainstream – che un tempo non lontano preferiva altro – diventa il principale alleato (concetto molto diverso da complice) di un artista.