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Cinque secondi, recensione: un racconto intimo sulla colpa e sulla rinascita

È un Virzì più cupo ed ermetico quello di Cinque secondi, il nuovo film presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma, che mette a fuoco la colpa e la rinascita di un padre.

19 Ottobre 2025 10:00

C’è un momento, nel nuovo film di Paolo Virzì, in cui la vita sembra chiedere solo questo: fermarsi e ascoltare. Non scappare più, non schermarsi dietro la brillante retorica di un avvocato abituato a vincere, ma abitare il vuoto, riconoscerlo, farci passare aria. Cinque secondi – presentato alla Festa del Cinema di Roma e in sala dal 30 ottobre – è un film che lavora a bassa voce, che si prende il tempo necessario a entrare sottopelle per annidarsi in profondità. È più cupo dei precedenti, o forse solo più attuale, o magari entrambe le cose.

Di sicuro tornano i personaggi virziniani, uomini e donne che si cambiano a vicenda più che cambiare il mondo. Cinque secondi è un’opera che si concede imperfezioni e scarti d’umore, ma proprio in quel suo procedere con un passo irregolare trova una tenerezza inattesa. E quando il buio sfuma in una luce non consolatoria ma possibile, ci rendiamo conto che il percorso compiuto aveva un disegno.

Il dolore che chiede ascolto

Cinque secondi
Cinque secondi, Valerio Mastandrea e Valeria Bruni Tedeschi

Adriano Sereni (Valerio Mastandrea) è un ex avvocato che si è ritirato dal mondo. Vive solo nelle scuderie di una villa toscana in rovina e passa le giornate in silenzio, in una routine e in una stanchezza che lo assorbono totalmente. Dall’altra parte della strada, un gruppo di giovani prende possesso della tenuta: vogliono riattivare i filari e far ripartire il vigneto. Tra loro c’è Matilde (Galatea Bellugi), incinta e legata a quel posto da una storia familiare. Verso di loro Adriano è insofferente, poi però la convivenza forzata lo costringe a rimettersi in moto e affrontare anche una questione personale ingombrante. Torna quindi in città, grazie anche alla socia Giuliana (Valeria Bruni Tedeschi), per affrontare un processo che riapre ferite che l’uomo ha provato a coprire con il silenzio.

Il resto è un percorso che il film svela con calma, prendendosi il tempo giusto per spiegare cosa resta quando tutto cambia all’improvviso. Portandoci per mano tra conseguenze e responsabilità, tra i sensi di colpa e una possibile rinascita.

Cinque secondi, il tempo che basta a cambiare una vita

Cinque secondi paolo virzì
Cinque secondi Valeria Bruni Tedeschi

Il centro del film è la paternità. Non come etichetta ma come relazione che vive di tempo, di ascolto e soprattutto di limiti. I cinque secondi del titolo sono quelli che bastano a cambiare tutto: pochi, pochissimi, secondi di esitazione che ribaltano una vita intera. Che portano a conseguenze per cui non basterebbe tutto il tempo del mondo per farci pace. Sono attimi che chi è genitore conosce bene e che Paolo Virzì, insieme al fratello Carlo e a Francesco Bruni che firmano con lui la sceneggiatura, portano sul grande schermo in modo asciutto, evitando i toni melodrammatici.

Il regista lascia che siano gli sguardi e i silenzi a parlare, e fa esplodere le parole solo quando non se ne può fare a meno, in casa o nell’aula del tribunale. Oppure nell’energia deflagrante della comunità iper-laureata della porta accanto, che sa quello che fa ma si perde nell’incoscienza della gioventù quando c’è bisogno di serietà. Non c’è assoluzione, per Adriano, c’è semmai la possibilità di chiamare le cose con il loro nome e provare a ripartire.

Valerio Mastandrea e Galatea Bellugi sono gli opposti che si attraggono

Cinque secondi paolo virzì
Cinque secondi Galatea Bellugi

La fotografia di Luca Bigazzi accompagna la storia con un passo naturale alternando gli interni umidi e asfissianti della casa all’aria aperta che si perde tra i filari e le stagioni che scorrono. La villa di fronte è un luogo ferito che può tornare a funzionare se qualcuno ci lavora sopra, proprio come Adriano. Con la stessa pazienza e la stessa cura. Si passa quindi dai rituali di solitudine (il letto sfatto, la scrivania, il sigaro spento a metà) al lavoro condiviso in campagna, i cui ritmi fanno comunità più di ogni altra cosa.

Valerio Mastandrea ancora una volta sceglie di lavorare per sottrazione e dà al suo Adriano una postura e una fisicità che ne esprimono la sconfitta. Il personaggio si apre a scarti e lo fa spesso con un’ironia secca, meno scanzonata del solito. Alla sua chiusura, che ha il sapore di una punizione, fa da contraltare la frizzante Giuliana, socia e amica, che nasconde molto più di ciò che mostra. Una presenza che tiene il punto e accudisce, che bacchetta e si svela grazie a quella frenesia svampita che fa del sorriso la maschera prediletta. In questo Valeria Bruni Tedeschi è imbattibile e i suoi sguardi penetrano come lame.

Dall’altra parte c’è la giovanissima Galatea Bellugi che ha la responsabilità di smascherare i pregiudizi verso i giovani “alternativi” e porta in scena fragilità e determinazione senza caricature. Menzione d’onore a Ilaria Spada che dismessi i panni della commedia dona al suo “piccolo” ruolo un grande spessore e riesce a trasmettere tutte le sfumature di una donna ferita, Letizia, che ha perso tutto.

Cosa funziona e cosa convince di meno in Cinque secondi

Cinque secondi paolo virzì
Cinque secondi Ilaria Spada

A funzionare è soprattutto la misura: la regia non spinge mai oltre il necessario e lascia che la storia cresca per accumulo. Convince l’idea di comunità come pratica quotidiana — lavorare insieme, litigare, rimettere mano alle cose rotte — e il modo in cui privato e pubblico si toccano, specialmente nel passaggio in tribunale. Anche il dialogo tra generazioni è onesto e non fa né santi né colpevoli, solo persone con limiti e desideri. Convince meno, invece, la rappresentazione della comune, un po’ stereotipata, e qualche svolta verso il finale che corre troppo.

Alla fine resta l’idea che crescere, per un padre e per una figlia, non sia “risolvere” ma restare quando sarebbe più facile tagliare la corda. Restano domande più che risposte. È un cinema che non pretende di guarire nessuno, ma chiede di guardare chi si ha davanti. Ed è proprio in questo senso che Cinque secondi parla del presente: dell’attenzione che manca, del tempo che non concediamo, della cura che si impara facendo.