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“Lost in Translation” e “Her”, così Coppola e Jonze si sono parlati attraverso i loro film

Quando la solitudine e il desiderio di connessione approdano al Cinema: Coppola e Jonze raccontano emozioni e relazioni attraverso i loro protagonisti

25 Novembre 2025 20:00

L’incomunicabilità tra gli esseri umani è un tema ricorrente negli ultimi tempi, nonostante i social, nonostante le nuove tecnologie. Il cinema come sempre è riuscito a captarne l’esistenza, facendo proprie le sue corde profonde, anche sotto il punto di vista dei sentimenti. “Lost in Translation” di Sofia Coppola e “Her” di Spike Jonze sono due esempi straordinari di questa realtà che riguarda tutta l’umanità. Entrambe le pellicole raccontano storie di solitudine, smarrimento e desiderio di contatto, ma lo fanno attraverso linguaggi cinematografici e contesti differenti.

È come se i due registi, un tempo legati anche personalmente (sono stati sposati dal 1999 al 2003), avessero trovato nei propri film il modo di dialogare, esplorando ferite interiori senza mai incrociare direttamente le loro parole. Quando Lost in Translation arriva nei cinema nel 2003, il mondo scopre la delicata malinconia di Charlotte, interpretata da Scarlett Johansson. Giovane, persa nei propri pensieri, Charlotte attraversa Tokyo come un’anima in cerca di sé stessa, immersa in una città che è al tempo stesso affascinante e alienante.

La sua vita matrimoniale è piatta e distante, e l’incontro con Bob, interpretato da Bill Murray, dà il via ad un’intimità astratta, fatta di sguardi, gesti lievi e momenti di vicinanza delicata. Il film fotografa la fragilità umana, della difficoltà di comunicare e della forza del non detto: la connessione emotiva nasce dall’attenzione reciproca e dalla volontà, primo ostacolo da superare, di ascoltarsi, anche in mezzo al caos di luci, rumori e frenesia di una metropoli straniera.

Cosa accade dieci anni dopo

Dieci anni più tardi, Spike Jonze risponde con Her ambientato in una Los Angeles futuristica e ipertecnologica. Theodore Twombly, interpretato da Joaquin Phoenix, è un uomo solo che fatica a gestire le proprie emozioni dopo la fine di una relazione importante. Quando acquista un sistema operativo dotato di intelligenza artificiale, Samantha (doppiata da Scarlett Johansson), tra i due si instaura un legame profondo, fatto di dialoghi, complicità e intimità mentale. Come Charlotte e Bob, Theodore e Samantha vivono una connessione intensa, sospesa tra desiderio e impossibilità, tra realtà e proiezione dei propri bisogni emotivi.

L’isolamento di Theodore
L’isolamento di Theodore e la comunicazione con Samantha mostrano come la malinconia possa trasformarsi in intima intimità – Youtube@FilmIsNow Trailer Italia – cineblog

I flm sono simili perché riescono a raccontare la difficoltà emotiva attraverso dettagli quotidiani: gesti, sguardi, rituali che rivelano fragilità e desiderio di vicinanza. In Lost in Translation, Tokyo diventa lo specchio della solitudine di Charlotte, mentre in Her il mondo digitale rifletta l’isolamento di Theodore. Entrambi i registi traducono le loro esperienze personali in una narrativa che riguarda tutti.  Coppola attraverso il distacco e la malinconia, Jonze attraverso la tecnologia e la riflessione sulle relazioni contemporanee. Ed è curioso che, in fondo, Lost in Translation e Her, pur parlando dell’impossibilità di comunicare pienamente in un mondo che corre veloce e trabocca di distrazioni, finiscano comunque per comunicare tra loro.