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Hulk Hogan: Real American su Netflix, il documentario che dice quasi tutto — ma non abbastanza

È disponibile su Netflix Hulk Hogan: Real American, quattro episodi diretti da Bryan Storkel. Steroidi, fentanyl, scandali razziali, Trump, Hollywood Hogan. Un documentario che fa discutere — anche per quello che sceglie di non dire e per chi ha firmato il contratto di produzione.

28 Aprile 2026 17:39

C’è un momento nel quarto episodio di Hulk Hogan: Real American in cui Werner Herzog, apparendo inaspettatamente in una produzione su un lottatore professionista, dice che tutti noi conduciamo una vita in qualche modo performativa.

Hulk Hogan e Werner Herzog

Werner Herzog è uno dei più importanti e creativi cineasti del nostro tempo: 83 anni, Leone d’Oro alla carriera lo scorso anno a Venezia, Oscar e innumerevoli premi per i suoi documentari, una vita passata a evidenziare fatti con le immagini e le testimonianze. Ha realizzato capolavori come Meeting Gorbaciov, The Mandalorian, quasi sempre firmando sia lo script che la produzione. E da tempi non sospetti Herzog ammette che il wrestling è una delle sue debolezze… “Perché esalta un aspetto che è assolutamente umano, tutti siamo pronti a qualsiasi cosa pur di essere competitivi in un mondo che guarda sempre di più alla performance individuale come all’unico metro di giudizio e di valutazione possibile”.

È una frase che funziona come chiave di lettura dell’intera operazione. Perché il documentario di Bryan Storkel, disponibile su Netflix dal 22 aprile 2026 in quattro episodi, è esattamente questo: il tentativo di separare Terry Bollea, la persona, da Hulk Hogan, il personaggio che lo ha letteralmente impossessato e divorato. Un tentativo che riuscirà solo a metà, e non per colpa del regista.

Quello che Hulk Hogan: Real American racconta

Il progetto nasce da più di venti ore di interviste realizzate da Storkel nei mesi precedenti alla morte di Hogan, in quello che si è rivelato il suo ultimo colloquio filmato — girato circa tre mesi prima dell’arresto cardiaco che lo ha ucciso nel luglio dello scorso anno, a settantuno anni.

Il materiale è straordinario per quantità e per la disponibilità dichiarata del soggetto: Hogan aveva accettato di parlare senza restrizioni né vincoli: tutta la verità, nient’altro che la verità. E avrebbe detto molto altro, ma non ha avuto il tempo di farlo fino in fondo.

I primi tre episodi costruiscono la mitologia di Hogan: la genesi del suo personaggio in Florida, la sua evoluzione dopo un lungo periodo di spola tra casa e Minnesota, la vittoria sull’Iron Sheik che aveva dato il via alla Hulkamania, le cinque WrestleMania da protagonista assoluto e una valanga di denaro piovuta non solo per essere il Dio del Wrestling, ma molto altro ancora.

Tre ore dedicate a costruire l’investimento emotivo dello spettatore, che ripercorre la traiettoria di un uomo che era stato, negli anni Ottanta, qualcosa di simile a un supereroe pop senza fumetti — il patriota invincibile, l’America muscolosa che entrava nell’arena tra cori e bandiere.

La transizione al lato oscuro

È il periodo di Global Hogan, capace di comparire con un cameo di enorme popolarità come Thunderlips, labbra tonanti, il wrestler che si esibisce in un match contro Rocky nel terzo episodio della saga di Stallone. In quel periodo Hogan vende qualsiasi cosa: barrette energetiche, bevande, cucine da barbeque, oltre che tutti i suoi prodotti. Linea di abbigliamento, pupazzi ed action figure, realizzate con l’allora WWF. Un business che vale milioni e milioni di dollari. Ma questo non basta mai…

C’è un passaggio di quegli anni che il documentario racconta con una intelligenza insolita persino per chi il wrestling lo conosce nel profondo e non si lascia ingannare da realtà e verità presunta: ed è la trasformazione di Hulk in Hollywood Hogan, avvenuta quando il wrestler lasciò la WWF per la WCW a metà degli anni Novanta.

Non fu solo un cambio di federazione. Fu un rovesciamento di identità: il buono assoluto che diventava il villain più potente dell’industria, il giallo e rosso sostituiti dal nero, la bandana da eroe americano ceduta a un’immagine da divo corrotto. Il simbolo dell’ottimismo reaganiano che si trasformava nel volto della sua stessa disillusione. Una mossa spietata e geniale — e, a modo suo, il momento più onesto di tutta la carriera di Hogan: un uomo che ammette implicitamente di aver esaurito il personaggio costruendo il suo esatto contrario.

Hulk Hogan nel cinema
Hulk Hogan, scomparso a 71 anni, diversi film di successo e un ruolo storico in Rocky – Credits WWE Press Office (Cineblog.it)

Le conseguenze di una vita al limite

Il quarto episodio della serie è il più drammatico e racconta le conseguenze di una vita al massimo. In cui Terry non riusciva a fare pace con se stesso perché doveva essere Hogan, 24 ore su 24, sette giorni su sette. Gli steroidi assunti in modo massiccio fin dall’adolescenza, la dipendenza dagli antidolorifici che si trasformeranno in una devastante schiavitù dal fentanyl assunto per gestire il dolore di decenni di match e che alimentano pensieri tremendi, si suicidio e di autolesionismo.

Il documentario fa luce sui nastri in cui Hogan usa un linguaggio razzista in pubblico e si mette tremendamente in imbarazzo portando la WWE, che proprio in quel periodo lo voleva portare come ambasciatore sul ring in un lungo tour mondiale, a cancellare ogni traccia di lui per quasi un anno.

Tre mogli, due divorzi drammatici: e due figli dalla prima moglie, il maschio Nick e Brooke, figlia identica alla moglie sulla quale Hogan investe un paio di milioni di dollari per spianarle una strada da cantante di successo. Andrà male. Artisticamente ed economicamente. Il primo divorzio lascerà Hogan con le briciole di una ricchezza immensa: il secondo si mangerà anche le briciole.

Nel documentario le voci a margine del racconto sono autorevoli e illustri: ne parlano la prima moglie Linda, l’ex manager Jimmy Hart, i fuoriclasse Bret Hart e Kevin Nash. E Donald Trump, suo amico da molti anni, l’uomo che Hogan convinse a prestarsi al ring e al wrestling per una leggendaria edizione di Wrestlemania.

Il problema strutturale

Il documentario fa discutere per una ragione che non riguarda le confessioni e le rivelazioni ma la firma in calce alla produzione. Hulk Hogan: Real American è coprodotto da Words + Pictures oltre che dalla WWE. Tra i produttori esecutivi figura Paul Levesque — ovvero Triple H — oggi CEO della WWE e nuovo uomo forte della compagnia.

La stessa organizzazione il cui interesse economico dipende dalla sopravvivenza del personaggio Hulk Hogan come icona positiva e ancora spendibile, nonostante tutto. Quella tensione — tra un regista con un profilo investigativo e creditori di coproduzione che hanno tutto da guadagnare dal mito e molto da perdere dalla verità — è l’argomento non detto che struttura l’intera operazione.

 

Hulk Hogan, progagonista di un documentario su Netflix
Hulk Hogan, progagonista di un documentario su Netflix – Credits WWE (CineBlog.it)

Hulk Hogan: Real American: chi parla

Il cast degli intervistati è ricco e autorevole, composto quasi interamente da persone vicine a Hogan o legate a lui professionalmente. Chi avrebbe potuto contraddire il racconto dall’esterno è in larga misura assente. La promessa di un’autoconfessione senza filtri poggia sulla distinzione tecnica tra kayfabe — la finzione concordata del wrestling — e shoot, la verità nuda. Ma quella distinzione non basta quando l’autorizzazione alla ripresa è nelle mani dell’istituzione che ha costruito e venduto il mito per quarant’anni.

Storkel era ancora in fase di montaggio quando Bollea è morto improvvisamente, lo scorso anno, stroncato da un infarto ma soprattutto da anni di abusi. Il documentario che ne risulta non è quello che Storkel aveva progettato. È qualcosa di più ambiguo: il registro di un uomo che tenta di sopravvivere al personaggio che lo ha consumato, prodotto in parte da se stesso ma anche da chi aveva tutto l’interesse a controllare il risultato e le sue performance. Una contraddizione che non si risolve, ma che il film in modo sostanzialmente abbastanza onesto, quantomeno non si affanna a nascondere del tutto.

Hulk Hogan: Real American perché vale la pena vederlo

Tutto questo rende Hulk Hogan: Real American un prodotto onesto. È un documentario con un soffitto basso, che raggiunge altezze significative nei momenti in cui la macchina da presa cattura Bollea nella sua fragilità quotidiana. La scena più dura non è nessuna delle confessioni verbali. È Hogan che cammina con il bastone, la schiena a pezzi da decenni di voli e di bump, il corpo del gigante ridotto a memoria dolorosa di ciò che era stato. Non più l’uomo che si rialzava sempre al terzo pugno con le mani tese verso il cielo. Un campione anziano e logoro, che paga, centimetro dopo centimetro, il prezzo del suo stesso mito.

L’immagine in cui si gonfia davanti a un iPhone per registrare contenuti promozionali per il suo ristorante in Florida è realistico almeno quanto triste: quasi come una vecchia tigre allo zoo che ruggisce davanti a un bambino con la bocca spalancata. Ed è, probabilmente, il più onesto di quattro ore di televisione: non Terry Bollea che cerca di liberarsi da Hulk Hogan, ma Terry Bollea che ammette di avere smesso di provarci.