Addio a Richie Havens, la voce che aprì Woodstock
Richie Havens, musicista americano e prima voce del Festival di Woodstock nel 1969, è morto a 72 anni a New York per un attacco di cuore, come ha reso noto il suo agente, chiudendo una carriera nata nelle strade del Greenwich Village e arrivata sui palchi più noti della musica internazionale. La notizia è stata
Richie Havens, musicista americano e prima voce del Festival di Woodstock nel 1969, è morto a 72 anni a New York per un attacco di cuore, come ha reso noto il suo agente, chiudendo una carriera nata nelle strade del Greenwich Village e arrivata sui palchi più noti della musica internazionale. La notizia è stata confermata dalla Roots Agency, che lo ha rappresentato per molti anni e che in una nota ha ricordato il legame dell’artista con il pubblico, dai grandi festival ai piccoli club: “Era sempre grato a chi veniva ad ascoltarlo”.
Richie Havens, la voce che aprì Woodstock
Per molti, Richie Havens resterà l’uomo che salì per primo sul palco di Woodstock, nell’agosto del 1969, quando il festival di Bethel, nello Stato di New York, stava ancora cercando il proprio ritmo tra ritardi, folla e fango. Fu lui ad aprire la lunga maratona musicale davanti a centinaia di migliaia di ragazzi, con la chitarra battuta con forza e quella voce ruvida, immediata, riconoscibile dopo poche note.
La sua esibizione, nata anche per allungare i tempi mentre altri artisti non riuscivano ancora a raggiungere il palco, divenne uno dei momenti più ricordati della rassegna. Havens improvvisò e trasformò il brano “Freedom” in una sorta di manifesto generazionale, asciutto e diretto. Non una costruzione studiata a tavolino, piuttosto un’urgenza. In quel momento, per molti, Woodstock trovò la sua prima immagine sonora.
Dalle strade del Greenwich Village ai grandi festival
La storia musicale di Richie Havens era cominciata poco prima, nei locali e sui marciapiedi del Greenwich Village, a New York, dove negli anni Sessanta si incrociavano folk singer, poeti, pittori, studenti e musicisti in cerca di una strada. Havens aveva iniziato eseguendo cover di artisti già noti, ma presto il suo stile — voce profonda, accordature aperte, ritmo quasi percussivo sulla chitarra — lo rese diverso dagli altri.
La Roots Agency, nel comunicato diffuso dopo la morte, ha ricordato che l’artista suonò “da Woodstock all’Isola di Wight, da Glastonbury al Fillmore Auditorium, dalla Royal Albert Hall alla Carnegie Hall”. Una geografia della musica dal vivo attraversata senza perdere, almeno secondo chi lo seguiva da vicino, il rapporto semplice con chi comprava un biglietto. “Anche quando suonava nei bar del Greenwich Village, in un piccolo club o in un teatro regionale, era grato alle persone che accorrevano ad ascoltarlo”, ha spiegato l’agenzia.
Una carriera tra impegno civile e riconoscimenti
La popolarità di Richie Havens non rimase legata soltanto a Woodstock, anche se quel festival segnò per sempre la sua biografia pubblica. Negli anni successivi continuò a registrare, viaggiare e partecipare a concerti di beneficenza, sostenendo iniziative legate ai diritti civili e alla difesa delle persone più fragili. Era un profilo coerente con l’immagine di artista nato nella stagione del folk urbano americano, quando musica e impegno sociale viaggiavano spesso insieme.
Nel 1993 fu chiamato a esibirsi durante gli eventi per l’insediamento alla presidenza degli Stati Uniti di Bill Clinton, un passaggio che confermò il suo posto nella memoria musicale americana. Dieci anni più tardi, nel 2003, il National Music Council gli conferì l’American Eagle Award, riconoscendogli un ruolo nella musica statunitense e definendolo una voce “rara e ispirata” di eloquenza, integrità e responsabilità sociale.
Anche John Lennon, in un giudizio riportato da Rolling Stone, aveva colto la forza fisica della sua musica, definendola “fortemente funky”. Una formula breve, ma efficace: in Havens convivevano folk, soul, blues e una pulsazione che rendeva i brani più essenziali qualcosa di vivo, mai da museo. Lui, del resto, non amava troppo le etichette. Preferiva suonare, raccontano collaboratori e amici, e lasciare che fosse il pubblico a trovare le parole.
Il ritorno a Woodstock e l’eredità musicale
Nel 2009, a quarant’anni dal festival che lo aveva consegnato alla fama mondiale, Richie Havens era tornato a suonare sullo stesso palco di Woodstock durante una rievocazione della grande kermesse musicale. Un ritorno carico di memoria, ma senza nostalgia esibita. Chi era presente raccontò di un artista ancora concentrato sulla chitarra, sul respiro delle canzoni, su quel modo di stare in scena quasi senza filtri.
La morte di Havens, arrivata per un attacco di cuore a 72 anni, chiude una vicenda artistica attraversata da palchi enormi e sale piccole, da platee internazionali e serate nei club. Resta soprattutto quell’immagine: un uomo solo, chitarra in mano, davanti alla folla di Woodstock, mentre il festival prendeva forma minuto dopo minuto. E da lì, da quella voce roca e insistente, una parte della musica americana imparò a riconoscersi.