Rotterdam 2013: Stoker – Recensione del film di Park Chan-wook

Sono solo un fiore che non ha scelto il proprio colore.

Dieci anni da Oldboy, film che consacrò Park Chan-wook quale uno dei registi più interessanti del palcoscenico asiatico, nonché tra i più conosciuti. Di mezzo c’è la conclusione della sua trilogia della vendetta, con Lady Vendetta, più altri due film (I’m a Cyborg, But That’s OK e Thirst). In tutti e tre i casi, comunque, Park è rimasto nell’ambiente a lui più congeniale, vale a dire quella Corea del Sud che eppure gli consentì di farsi notare.

Passa da qui l’opportunità di girare il suo primo film in lingua inglese, per di più ad Hollywood. Grosso rischio per uno straniero abituato a tutt’altri ritmi, altre dinamiche. Eppure Stoker è oramai realtà, avendo in pochi giorni fatto il giro del mondo, dal Sundance fino qui a Rotterdam, dove chiuderà il Festival domani.

Le aspettative, inutile nasconderlo, erano piuttosto alte. Il cast prometteva bene, il soggetto intrigava; l’unica ma non indifferente preoccupazione risiedeva nel rischio che il tutto venisse (per così dire) annacquato per via del contesto. Niente paura, però. Il regista coreano è riuscito a destreggiarsi abilmente tra le paludi del Nuovo Mondo, portando a casa una pellicola che stavolta non accontenterà solo i suoi più accaniti sostenitori, bensì i cinefili a tutto tondo.

È bene sottolinearla quest’ultima nostra considerazione. Perché Stoker, a dispetto di quanto sia legittimo supporre, non ha nulla di anche solo vagamente commerciale. Sarà pure un’opera dalla perversione più contenuta rispetto ai ritmi ai quali Park ci ha abituato in passato, può darsi. Tuttavia ciò che volutamente cede in termini di mero impatto psicologico, lo guadagna nel meraviglioso esercizio di stile in cui si produce.

Lungi da noi confondervi con troppe parentesi, ma anche in questo caso è bene farla un’altra osservazione. Stoker è un film dai contenuti forti, poche chiacchiere. La trama si apre con la morte del padre di India (Mia Wasikowska), visibilmente stravolta, come lo è la madre (Nicole Kidman). Tra le due s’inserisce lo zio (Matthew Goode), nonché fratello del defunto, sbucato dal passato senza spiegazione alcuna. Chi possiede un minimo di familiarità con contesti di un certo tipo si sarà già fatto un’idea in merito a quest’instabile triangolo: fidatevi… in realtà le cose vanno pure meglio.

L’impressione che non ha smesso di tormentarci per tutto il corso del film, oltre che immediatamente dopo, è stata la sorprendente compattezza di questo film. Perché sorprendente? In tutta onestà ci eravamo preparati all’ipotesi che Park Chan-wook fosse dovuto venire comprensibilmente a patti più del dovuto, per via di ingerenze magari un po’ troppo aggressive. Niente di più infondato. O meglio, il risultato depone decisamente a favore dell’ampia libertà elargita al regista, che alla luce di un budget più sostanzioso ha avuto modo di spaziare, immergendosi ed immergendoci in questa storia come non aveva mai fatto fino ad ora.

Sia chiaro, nessun ridimensionamento del Park coreano. La sua bravura è stata quella di imprimere in Stoker il proprio marchio, senza però disdegnare di aggirarsi al di fuori del proprio seminato. Quel che ne è venuto fuori è una pellicola che rappresenta una sorta di unicum nella sua filmografia, alla quale resta in ogni caso ancorata.

Ma partiamo dalle differenze, cominciando da quel colore che tanto ci ha colpito sin dalle primissime battute. La densità e la pienezza cromatica di Stoker devono molto ad una fotografia sublime, che dona spessore ad immagini davvero meravigliose. Niente a che vedere con certe tonalità monocromatiche dei suoi passati lavori: qui Park osa e pure tanto, mescolando con disinvoltura più gradazioni e di più tipi. Il tutto abilmente amalgamato, tanto da donarci quadri pressoché impeccabili.

Altra componente che ha permesso di far fondo ad un’encomiabile creatività è il montaggio. Superbo, che ci incalza dove e quando serve, per poi lasciarci riprendere mentre il resto continua lavorare su di noi. Mai una sbavatura, mai uno stacco platealmente fuori posto, tale elemento ci racconta a sua volta qualcosa, assecondando in pieno l’effetto straniante riscontrabile a più riprese.

Come non citare però lei, Mia Wasikowska? A parer nostro si tratta di una conferma che la pone ai livelli ai quali già va attestandosi da tempo: diabolicamente ingenua, maliziosa, tragica. La sua performance tocca vette eccelse in almeno due punti. La prima durante una delle scene più potenti del film, ossia quando suona il pianoforte con lo zio, manifestando un’innocente sensualità dalla rara efficacia. E poi c’è la fine. Oh la fine! Non devastante, ma di estrema classe. Ci piacerebbe assistere ad un altro film (non un sequel) in cui alla Wasikowska venga data la possibilità di interpretare il personaggio che diventa in quel meraviglioso finale.

Bene, molto bene pure Matthew Goode, con quel suo inquietante ghigno malefico che si trascina per tutto il film. Presenza ambigua la sua, nonché eccessivamente puntuale: in altre parole, è sempre al posto giusto al momento giusto, scelta magari forzata, ma può starci. Un po’ sottotono invece la bellissima Kidman, tranne che non rientrasse nell’ambito di direttive specifiche un’interpretazione così rigidamente codificata, da madre e moglie frustrata che ha perso la bussola. Anche nel suo caso, comunque, si tratta di una prova che tutto sommato si integra piuttosto bene.

Nondimeno, alla fine dovremo tornare sempre a lei, la Wasikowska. Quel suo volto gelido, imperscrutabile, che attira, ammalia, rendono il suo personaggio un perfetto surrogato vampiresco – d’altronde di cognome fa Stoker, e già all’inizio verrà suggerito quale sia il suo colore prediletto… il rosso sangue.

Park Chan-wook, tirando le dovute somme, ce l’ha fatta. Il suo è un palese quanto meraviglioso omaggio ad Hitchcock su tutti, il cui unico film accostato a Stoker è stato immancabilmente L’ombra del dubbio, anche se i rimandi al cinema di Hitch trascendono la singola opera, in un continuo gioco di specchi e chicche per intenditori o semplici amanti. L’eleganza di Stoker ci scuote, ci incanta, non prima però di averci attratto a sé grazie alla sua finezza estetica. La poetica di Park è tutta lì, intatta, anche se qualcuno potrebbe trovare che abbia mutato colore, ma non pelle. Come quel fiore che è India, anzi Mia.

Voto di Antonio: 8,5
Voto di Gabriele: 8

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