L'Enfant

Palma D’ Oro a Cannes 2005: La trasposizione in chiave cinematografica di un disagio tanto comune delle nostre metropoli.

Che un film possa non piacere alla critica, non è mistero per nessuno. Che l’ennesimo lavoro dei fratelli Dardenne sia testimonianza di un neorealismo un po’ da cassetta, invece, sta diventando sempre di più la norma per i due registi belgi, a cui va comunque riconosciuto il coraggio delle proprie azioni, la scommessa di un film, capitali compresi, per una pellicola, “go and stop“, cinepresa in spalla, alla ricerca, forse pedissequa, di una miseria vera, quella delle periferie, quella della gioventù sbandata, quella delle troppe metropoli degradate. Ben interpretata, invece, la vicenda dai suoi protagonisti, che di mestiere artistico ne avranno anche poco alle spalle, ma che vivono di quel vissuto giornaliero che li fa assurgere al ruolo di star nella ribalta misera della nostra civiltà progredita.

Storia di Bruno e Sonia, lui, 20 anni, lei 18, troppo giovani per affrontare una vita di coppia consacrata alle responsabilità quotidiane, troppo bambini per generare un figlio che, tuttavia, incrocia le loro passioni e diventa anello centrale di tutto il romanzo. Jimmy è l’ “ Enfant “, il bambino dei due, nato per sbaglio, venuto alla luce perché desiderato, non soppresso in grembo perché, forse, profondamente amato o odiato a tal punto da meritarsi di vivere nel degrado, nell’ abbandono in cui rotola, come fra escrementi freschi, la vita del padre, fra furtarelli, pedinamenti in cerca della vittima di turno e tanti, tanti espedienti diversi, per tirare a campare.

Ma quanti sono gli “ Enfant “ in questo film. Tanti, troppi o forse nessuno. A prima vista il vero Enfant potrebbe essere Jimmy, ma sarebbe troppo facile intravedere nel bimbo in fasce il titolo di un lavoro cinematografico che vuol andare oltre le apparenze. Più facile immaginare che il vero Enfant sia da ricercarsi nella figura del padre, Bruno, che troppo presto ha abbandonato il suo ruolo di bambino per cavalcare un mondo, quello degli adulti, che non gli appartiene anche quando, anagraficamente, avrebbe l’ età per avvicinarvisi. E, allora, nel degrado di una grande città, dove non c’è spazio per i bambini, non v’è posto per la loro meraviglia davanti ad un giocattolo, anche loro possono diventare oggetti di scambio, utili per ricavarne denaro, tanto denaro, quello stesso, troppe volte consacrato sull’ altare di un benessere effimero nel vortice di un gorgo dentro il quale sprofondare fino a rasentare l’ annientamento della propria vita.


Ma quando pare che, persino il pianto di un bimbo, sommesso e disperato, possa essere barattato con una carrozzina riempita di banconote nuove di zecca, ecco tornare la ragione in chi si riveste di una paternità sofferta e mai accettata, col suo carico di responsabilità sempre schivate e sostituite al malaffare, al traffico illecito, culminato con la tentata vendita del figlio. Se c’è un momento della vita di ognuno in cui rimettersi in seria discussione, questo è un appuntamento irrinunciabile con la propria esistenza, anche per quella di Bruno, da quel profondo baratro che è stata la sua vita, anche per lui arriva il momento in cui dover fare i conti essa e con le sue responsabilità, precise e sofferte, che l’ esistenza impone a tutti.


E’ da qui che gli autori traggono quella speranza che in ogni spettatore è stata ricercata in tutta la trama del film, quella che si era persa nei sobborghi della metropoli e nei vicoli stretti e degradati della sua periferia, quella stessa che, giunta a galla, rivaluta tutto il film, nella trasposizione che lo spettatore riesce a dare a tutto il lavoro cinematografico, forte del proprio vissuto, quella stessa che ha rivalutato tutte le ambientazioni artistiche dell’ opera da noioso tormentone, trito e ritrito di impegno sociale e mai di giudizio sulla Società, a profondo spaccato di miseria quotidiana, che è valso, ai fratelli Dardenne, la Palma D’ Oro a Cannes 2005 e, anche solo per questo, riteniamo che se la siano sicuramente meritata.

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