Un giorno devi andare: recensione in anteprima

Una giovane donna che porta con sé un forte dolore (Jasmine Trinca), decide di lasciare l’Italia per l’Amazzonia, dove si unisce ad una missionaria cattolica che evangelizza le comunità indios. Ma non è un modello che fa per lei. Con “Un giorno devi andare”, Giorgio Diritti (autore de “Il vento fa il suo giro” e “L’uomo che verrà”) unisce percorsi intimi e temi universali. Con un certo schematismo in fase di sceneggiatura.

Il cinema di Giorgio Diritti è incentrato, o almeno gira attorno, alla comunità. Era incentrato su una piccola comunità delle Alpi occitane il suo film d’esordio, l’ottimo Il vento fa il suo giro, vero caso nel cinema italiano recente, rimasto vivido nel ricordo degli spettatori grazie al massiccio passaparola. Anche L’uomo che verrà, il film sulla strage di Marzabotto, era ambientato in una comunità di contadini, nell’epoca dell’Italia fascista.

Anche in Un giorno devi andare il regista continua la sua riflessione sul senso di comunità, ma rispetto alle due opere precedenti c’è uno scarto importante: per la prima volta al centro dell’opera non c’è un’unica comunità in cui uno straniero tenta di “entrare”, cercando di superare le differenze (Il vento fa il suo giro) o imponendo la sua “dittatura” con la violenza (L’uomo che verrà).

In Un giorno devi andare c’è una “straniera” che invece osserva la colonizzazione (occidentalizzazione) dei villaggi e delle comunità che visita, e decide che non è un modello che le appartiene. Si tratta di Augusta: è una ragazza di trent’anni che un giorno ha deciso di partire per l’Amazzonia, viaggiando di comunità in comunità con Suor Franca, missionaria cattolica e amica di sua madre.


Porta con sé un dolore lancinante, che è probabilmente anche la causa della scelta di abbandonare l’Italia per andare a vivere un’esperienza del genere. Ma un giorno Augusta capisce anche che non vuole più viaggiare con Suor Franca. Non vuole più evangelizzare i villaggi indios, e fugge in una favela di Manaus: “Ora devo essere terra, devo dimenticarmi di Dio”.(Ri)partire dalla “base”, insomma.

È un cinema “semplice”, quello di Giorgio Diritti, il quale grazie ai primi due film si è guadagnato il titolo di erede di Olmi. Con la sua terza fatica, il regista alza il tiro e va all’estero, con tutte le conseguenze del caso. Perché se nei due casi precedenti il suo sguardo “documentaristico” era quello di un italiano che osservava due storie profondamente ancorate nel nostro territorio, qui il suo è per forza di cose uno sguardo “straniero”.

Diritti cerca quindi di registrare la “verità” del luogo in cui è ospite assieme alla sua protagonista, e dall’altra parte si fa interprete delle contradizzioni del luogo stesso. Lo Stato vuole distruggere le palafitte decadenti per costruire nuove comunità, sradicando la tradizione e, quindi, minando il senso di comunità. Così come fanno i missionari cattolici che, pur con tutte le buone intenzioni, finiscono per imporre un modello di religione, quindi di vita.

Lungi dal voler fare un film su una netta contrapposizione come quella del senso di comunità che c’è in certi luoghi del Brasile e la mancanza di senso di comunità dell’Occidente, Un giorno devi andare accumula pian piano tanti argomenti che si risolvono proprio con delle contrapposizioni. In questo senso il viaggio intimo e personale di Augusta (una convincente Jasmine Trinca) rischia di essere soffocato da tematiche servite e (ir)risolte con trovate un po’ didascaliche. Il film finisce così per diventare non un’opera “semplice”, bensì “semplicistica”.

Se da un certo punto di vista il grande tema della pellicola sembra essere quello della “ricerca di sé” attraverso un viaggio, mi pare che innanzitutto la tematica che tiene in piedi gli equilibri del film sia invece quella del senso di maternità. Con un’immagine d’apertura come quella di un’ecografia, poi, come pensare diversamente? Augusta ha perso un figlio, e questa è ovviamente la causa scatenante del dramma interiore che la sta devastando. Anche ne L’uomo che verrà era morto il fratellino di Martina, la piccola protagonista muta.


Ma se in quel caso la speranza finale era riposta in un altro bimbo appena nato – “l’uomo che verrà” del titolo -, nel caso di Augusta non pare esserci più speranza, se non quella di provare a trovare il proprio posto nel mondo. Come fare a capirlo? Confrontandosi con gli altri, ripartendo dalla “base” a cui si accennava prima, ed interrogandosi continuamente. È quello che la ragazza fa con Suor Franca: “La fede è una voce che ti dice di andare”, le dice la suora. “E se uno non la sente?”, risponde lei.

In Italia, in Trentino, l’aspetta sua madre, Anna, divisa tra la sua assenza e quella del marito scomparso da poco. Le due non si sentono ormai da due mesi, e il loro “incontro” virtuale via Skype è uno dei momenti più emozionanti del film. Diritti spinge spesso il pedale sul tema dell’istinto materno, sia nel segmento italiano, dove Anna è alle prese con la madre anziana (Antonia), sia ovviamente nel segmento brasiliano: in questo caso basterebbe citare soltanto gli sguardi di Augusta sui bambini locali, inquadrati un po’ troppo a lungo forse con una certa furbizia.

Un film al femminile, quindi, questo terzo lavoro di Diritti. Il quale verso il finale decide di regalare una figura che fa da contraltare ad Augusta e al suo percorso laico: il personaggio della brasiliana Janaina, che vive un’esperienza dolorosa simile a quella della protagonista, ma finirà per affrontare un cammino speculare. Così facendo il regista rende ben chiaro il senso dell’opera, che non riguarda né la presenza né l’assenza di Dio, ma si concentra solo sulla ricerca del cammino più giusto da percorrere per il singolo.

Quello che invece lo spettatore rischia di non capire sono proprio le motivazioni dei comportamenti e delle scelte dei personaggi: non tanto a livello interpretativo, ma a livello emozionale. Sarà proprio colpa dello schematismo della sceneggiatura; o degli ovvi cambi di colore della fotografia tra l’Amazzonia e il grigio e freddo Trentino; o sarà colpa anche di alcuni dialoghi onestamente bruttini.

Un giorno devi andare ha le ottime intenzioni di un’opera che vuole unire percorsi intimi e temi universali, ma lascia innanzitutto l’impressione di essere un insieme di immagini (bellissime) e frasi poco ispirate su Dio, Amore e Felicità.

Voto di Gabriele: 5

Un giorno devi andare (Italia / Brasile / Francia, 2013, drammatico) di Giorgio Diritti; con Jasmine Trinca, Anne Alvaro, Pia Engleberth, Sonia Gessner, Amanda Fonseca Galvao, Paulo de Souza, Teresa Benevides Schermuly Santos, Eder Frota Dos Santos, Manuela Mendonca Marinho, Federica Fracassi, Nilton Avani Rodrigues, Michael Parchow Figueiredo, Fredo Valla, Davide Tuniz – Dal 28 marzo in sala.

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