La mia classe, parla Gaglianone: “A un nostro attore ritirato il permesso di soggiorno”

Reduce dal successo di Ruggine, Gaglianone ha coraggiosamente deciso di interrompere i confini tra finzione e realtà per offrire allo spettatore uno spaccato della nuova Italia.


La mia classe è un film quanto mai attuale e le sue tematiche non potranno che far riflettere: immigrazione, integrazione, diritto di cittadinanza… In un Paese che ha sentito la necessità di istituire un apposito Ministero per l’integrazione (presieduto da Cécile Kyenge), con tutte le polemiche che la scelta ha scatenato, era giusto, o comunque plausibile girare un film che parlasse di “loro”, degli “altri italiani”, non solo quelli che sono venuti qui, ma i loro figli, spesso italiani a metà per la legge ma integrati o in cerca di un ruolo stabile in questa nazione. La mia classe verrà presentato il 2 settembre nella selezione ufficiale alle Giornate degli Autori del Festival di Venezia e Daniele Gaglianone, visibilmente orgoglioso del suo ultimo film con Valerio Mastandrea come protagonista, ha recentemente rilasciato un’intervista al quotidiano Avvenire:

“E’ un film in cui i confini tra la dimensione della messinscena e quella documentaria saltano semplicemente, perché credo che lo spettatore a un certo punto smetta di chiedersi cosa stia guardando e si trovi di fronte a un’altra storia.”

Una soluzione metafilmica, dunque, o perlomeno una scelta di mescolare le carte e introdurre la finzione nella realtà. Gaglione assicura però che non si tratta di un manierismo, ma una scelta autorale cui si sono sentiti moralmente obbligati quando a uno degli attori è arrivata la notizia che doveva lasciare il paese:

“Non succede per un gusto cinefilo. Abbiamo cercato di far emergere nel film il grandissimo disagio che avevamo provato prima di iniziare le riprese, quando a Issa è arrivata la notizia. Avevamo deciso perché per tutti noi non aveva più senso, dovendo cacciare dal set uno dei nostri attori. A quel punto ho trovato il mezzo col quale far entrare nel film questo disagio e farlo provare agli spettatori. E’ stato bello e drammatico verificare che se ti metti in gioco in modo responsabile con la realtà, questa ti può esplodere in mano da un momento all’altro. E così è successo. Siamo stati costretti a riflettere su ciò che è legale e ciò che è legittimo. Mi piaceva che il set diventasse anche un’allegoria del rischio che sta correndo la nostra società.”

Scelta coraggiosa, indubbiamente, e dando a Cesare quel che è di Cesare bisogna ammettere a priori, che se le cose sono realmente andate così, Gaglianone è un regista con gli attributi, che ha rischiato di mettere a repentaglio il proprio film per una presa di posizione, se così possiamo definirla, di carattere civile:

“Non c’è niente di studiato o programmato. Da quando ho iniziato a fare i primi cortometraggi ho sempre ragionato d’istinto e continuo a farlo. Evidentemente questo mi porta a voler affrontare certi temi, ma ritengo anche che il cinema sia il mezzo migliore per mediare il rappoto col mondo che ci circonda e quindi sia la chiave per entrare personalmente, come essere umano, in relazione con le situazioni e le vite degli altri, che altrimenti non saprei come affrontare.”

Quando al regista viene chiesto cosa ricorda di questa esperienza il pensiero va ai suoi attori:

“E’ nata una discussione pazzesca con i miei attori quando ho domandato “che cosa direste voi se cacciassi Issa dal set?” e che è diventata parte del film. Mi ha colpito la loro maturità, hanno capito perfettamente che cosa stavamo facendo e penso proprio che s siano sentiti benissimo. Quella classe è diventata il loro spazio, il nostro spazio, in cui abbiamo condiviso tutto in modo paritario. Il film è il nostro film.”

Gaglianone non teme dire ciò che pensa e gli fa onore, cresce la curiosità per vedere quest’opera che si preannuncia come unica, sperimentale forse, nella speranza che le comprensibili scelte sociali non abbiamo inficiato la qualità filmica, della quale, in Italia abbiamo veramente un gran bisogno.

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