Venezia 2011: The Exchange - La recensione del film di Eran Kolirin

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Un uomo torna a casa in un momento della giornata in cui non è mai tornato, a un’ora in cui la luce la illumina da un angolo diverso e in cui il ronzio del frigorifero è l’unico suono che si riesca a sentire. Per un istante gli sembra di essere entrato nella casa di uno sconosciuto, vuota e silenziosa. L'uomo entra nella propria vita in un momento in cui non si è mai trovato, osservandola con gli occhi del bambino che era. O di un estraneo.

Piccole cose. Il cinema di Eran Kolirin è un cinema "piccolo" che sogna in grande: nel senso che parte dalle piccole cose per raccontare enormi realtà. Nel suo primo lungometraggio, La banda, premiato all'Un certain regard cannense nel 2007, il regista israeliano raccontava 24 ore della (piccola) banda musicale di un corpo di polizia egiziano che si recava in Israele per suonare all'inaugurazione di un centro d'arte arabo e si perdeva in una cittadina (piccolissima). I membri erano così ospitati da alcune persone del luogo, e il film si concentrava su una notte fatta di "routine", confessioni, aiuti reciproci.

Dal piccolo al grande, il cinema di Kolirin sogna. Ne La banda sognava la "normalità" tra due paesi raccontando la "normalità" di un giorno in cui persone comuni di entrambe le parti si trovavano a confrontarsi in una giornata qualunque. In The Exchange (Hahithalfut) il suo cinema scopre e coglie nuove, inedite sfumature proprio attraverso uno sguardo quotidiano e di routine che viene trasformato radicalmente. Ovvero: si continuano a fare le stesse cose di sempre, si continua a vivere negli stessi identici posti, ma lo si fa tentando di avere uno sguardo "altro", e vivendo nascosti come fantasmi.

Ha una bellissima intuizione l'opera seconda di Kolirin: chi, in un momento di "follia" (chiamiamola così), da solo in casa, non ha mai fatto qualcosa di strano, toccato un oggetto in modo diverso o fatto qualche piccola cosa sapendo di non essere osservato? In una delle prime scene, nell'atrio del suo palazzo, il protagonista si slaccia i pantaloni e si guarda allo specchio il membro in full frontal. Così, semplicemente, perché sì. In quel caso però c'è, a sorpresa, un vicino che lo guarda, e che lo rivedrà fare un'altra cosa strana (sdraiarsi per terra al piano terra dell'edificio), per poi confessargli che anche lui a volte si comporta in modo anomalo.

Il protagonista inizia a comportarsi in modo diverso anche con la moglie, frequenta l'università dove sta studiando per il dottorato ma fa finta di non esserci, si comporta come un'ombra che si mimetizza con il resto dell'ambiente. The Exchange non racconta una crisi d'identità, ma la scoperta di una nuova identità. Certo, poi man mano che il film prosegue Kolirin non lascia tutto come all'inizio e inizia a portare avanti un discorso più ampio sull'interscambiabilità (da qui il titolo) delle identità stesse.

Tutti discorsi molto interessanti e su cui lavorare. Bene. Ma The Exchange, dall'autore del piccolo, toccante e onirico La banda, risulta essere innanzitutto un gelido film anempatico, più interessato alla sua teoria e alla costruzione del meccanismo della comicità (sì, il film è comunque una "commedia"). Comicità che si presenta dopo una buona mezz'oretta, e funziona in rapporto al meccanismo dell'imprevedibile (le gag con il protagonista che fa cose strane guardato a sorpresa dal vicino) e della rottura tra causa ed effetto (l'uso degli oggetti, spesso buttati fuori da finestre o in strada). Non privo di interesse, quindi, ma anche freddo e calcolato.

Voto Gabriele: 6

The Exchange (Hahithalfut - Israele, Germania 2011 - Drammatico 94') di Eran Kolirin con Dov Navon, Rotem Keinan, Sharon Tal.

Al momento del post non sappiamo quando e se arriverà nelle sale italiane.

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