Venezia 2011: le recensioni di Kotoko e di La clé des champs

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Kotoko - Shinya Tsukamoto (Orizzonti)
La storia di una madre che soffre di visione doppia. Vede le persone divise in due: una negativa e una positiva. Questo disturbo le provoca un forte senso di disagio, e prendersi cura del suo piccolo diventa un compito estenuante che la porterà all’esaurimento nervoso. Quando la situazione le sfugge di mano viene accusata di abusi sul bambino, che di conseguenza le viene tolto. Mentre canta, però, non vede doppio. Quello è l’unico momento in cui il mondo torna a essere uno e la sua mente trova la pace. Conosce un uomo, incantato dalla sua voce, ma la storia tra i due finisce presto. Nel frattempo ottiene di nuovo la custodia del bambino, ma le sue “visioni doppie“ diventano davvero intense...

A due anni di distanza dalla chiusura della sua trilogia su Tetsuo con The Bullet Man, forse il titolo più discusso del regista nipponico, torna Shinya Tsukamoto. Che fino ad almeno cinque anni fa veniva adorato da molta critica e dai fan per il suo stile unico, che da Tetsuo si è raffinato ed è stato capace di scavare nelle metropoli e nella carne, nella psiche e nella tecnologia. Poi sono arrivati due sequel, Nightmare Detective 2 e il già citato Tetsuo 3, e l'amore per questo regista unico è scemato. Non senza motivazioni, in realtà, soprattutto nel caso del titolo in concorso a Venezia nel 2009.

Ed è così che Tsukamoto torna sul grande schermo con una storia finalmente originale, per raccontarci ancora dei meandri della mente. Ad aiutarlo c'è la cantante Cocco, che con il regista aveva collaborato alle musiche di Vital. Le tocca un compito devastante, ovvero quello di interpretare una madre che il pubblico non sa come prendere, tra mille visioni, istinti omicidi e istinti masochistici ("mi taglio per sentirmi viva"), deliri vari.

Kotoko è soprattutto, almeno per buona metà, Cocco. Il film si regge sulla sua interpretazione straordinaria, incredibile nei momenti di follia, dolcissima e toccante quando canta e ritrova un po' di serenità. L'altra metà del film è puro Tsukamoto, per la gioia degli appassionati che pensavano di aver perso il regista nel cattivo mondo della "maniera". La sua è una follia che ha un suo scopo preciso, che sa cosa fare (provate a restare "sereni" nella scena della preparazione del cibo in padella, tra urla del bimbo e montaggio isterico) e che punta dritta ai nervi.

In Kotoko ci sono attimi di poesia pura (la protagonista che balla sotto la pioggia, un'immagine che richiama anche la pioggia di A Snake of June), distillata da quegli orrori che fanno paura e non possono che continuare ad angosciare l'anima. Perché la bellezza non può che nascere da un percorso dove si scava a fondo nell'orrore dell'animo umano, senza limite alcuno, come nella scena dello strangolamento del bimbo. Ma Kotoko è anche un film che riconferma l'ironia di Tsukamoto, che si ritaglia un personaggio stralunato, che si becca continue forchettate sulle mani da parte della protagonista di cui è innamorato (!), e che viene picchiato e di conseguenza si "deforma" (e ricorda Tetsuo!).

Kotoko è un'esperienza terrificante, che affonda la macchina da presa nelle zone più remote e scomode del nostro cervello e della nostra esperienza con la realtà, e per quel che riguarda il tema della maternità provate solo a confrontarlo con il film della Comencini. Questo sì che è un film umano-troppo-umano. Perché Kotoko è un film assolutamente esagerato e a tratti fastidioso, forse molto fastidioso. Ma è anche un film necessario, dolorosissimo, e che fa tremare le gambe, il cervello, il cuore.

Voto Gabriele: 8
Kotoko (Giappone 2011 - Drammatico 91') di Shinya Tsukamoto con Cocco, Shinya Tsukamoto.

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La clé des champs - Claude Nuridsany e Marie Pérennou (Fuori concorso)

Uno stagno deserto. Due bambini soli si lasciano stregare da quel luogo selvaggio che a poco a poco li avvicina l’uno all’altro, dando loro la forza di affrontare la vita. Visto attraverso i loro occhi e la loro fantasia, lo stagno diventa un regno segreto, meraviglioso e terrificante al tempo stesso, infestato di creature nate dai sogni o dagli incubi. I bambini vivono un’iniziazione, breve ma intensa, dalla quale usciranno trasformati.

Che gli entomologi Claude Nuridsany e Marie Pérennou fossero interessati non solo all'aspetto scientifico della natura è stato chiaro sin dal loro lavoro, quel bel Microcosmos che a metà anni 90 aveva colpito prima Cannes e poi il resto del mondo. I due ex insegnanti ci conducevano letteralmente all'interno di un mondo sconosciuto, il nostro, mostrandoci la vita quotidiana degli insetti, le furbizie, l'amore, la vita e la morte. Tutto questo, non a caso, girato nel giardino della loro casa.

Un giardino che rivela un mondo, e oggi uno stagno che diventa un regno. Si ripetono, i due registi, con un lavoro che lascia perplessi. Per chi si avvicinerà per la prima volta al mondo dei due con questo film, potrebbe risultare un lavoro ammirevole, certo, ma invitiamo a recuperare la loro prima fatica. Con il quale Nuridsany e Pérennou avevano già detto tutto. Pare che continuino ogni volta a fare lo stesso film, solo con una cornice diversa: nel caso di Genesis la (stucchevole) voce narrante del saggio africano, nel caso de La clé des champs la (stucchevole) storia dei due bambini.

Va bene, il film è una fiaba visivamente accattivamente, certo, ma a chi dovrebbe interessare un'opera come questa? I bambini dopo mezz'ora in sala si annoiano, non aiutati di certo dalla voce off del piccolo protagonista creciuto che narra la vicenda in flashback (ma da giovane, on screen, non dice manco una parola). Gli adulti che conoscono i registi avranno solo una sensazione di tedioso déjà-vu, e mal sopporteranno la storiellina tra i due piccoli personaggi.

Piccola nota sulla proiezione in Sala Grande: non me n'ero accorto, anche se il programma lo specifica, ma il film è stato presentato doppiato. Si tratta di una proiezione per bambini, evidentemente, ma buh, sì, mah...

Voto Gabriele: 3

La Clé des champs (Francia 2011 - Drammatico 81') di Claude Nuridsany e Marie Perennou con Simon Delagnes, Lindsey Henocque, Jean-Claude Ayrinhac.

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