Two Mothers: Recensione in Anteprima

Amicizia e passione in questo intreccio torbido con protagonisti Naomi Watts, Robin Wright, Xavier Samuel e James Frecheville. Anne Fontaine dirige Two Mothers, tratto dai quattro racconti brevi di Doris Lessing contenuti in The Grandmothers

Lil (Naomi Watts) e Roz (Robin Wright) si conoscono da una vita. Two Mothers comincia proprio soffermandosi su di loro quando, ragazzine, corrono e ridono con la spensieratezza tipica della loro età. Passa qualche minuto ed un impercettibile intervento di montaggio ci catapulta parecchi anni dopo, le due oramai mogli e madri. Non sarà l’ultimo salto temporale in avanti, perché questa non è soltanto la loro storia.

Tratto dalla collezione di romanzi brevi scritti di Doris Lessing, The Grandmothers, questa trasposizione si concentra sulla torbida vicenda di queste due amiche e madri travolte da qualcosa che le sovrasta. Accesesi di passione l’una per il figlio dell’altra, reciprocamente, su uno sfondo tanto anonimo quanto suggestivo, Anne Fontaine focalizza l’attenzione sulle dinamiche che si innescano a seguito di queste relazioni proibite, avvertite come tali più per l’atipicità della proposta agli occhi altrui che per reale scrupolo morale da parte di chi ne è convolto.

Evidenziamo per la seconda ed ultima volta la fonte, ossia il lavoro della Lessing. Apprendiamo che in sede di sceneggiatura si è molto lavorato per rendere l’idea di base, abbastanza forte, accessibile anche al grande schermo. Espungere tutta quella serie di escamotage letterari, avverte la Fontaine, ha rappresentato una delle prime operazioni al passaggio. Resta da chiedersi se quel che ne è rimasto fosse abbastanza per girarci un film. Magari sì, d’altronde grandi maestri ci hanno insegnato che si possono fare film con nulla. Tuttavia è diversa la conclusione che si trae a seguito della visione di Two Mothers.

C’è modo e modo di sorvolare. Ce lo siamo ripetuti a più riprese: all’inizio vediamo le due madri restare all’apparenza tali e quali a distanza di dieci anni, quando ci viene dapprima mostrato un piccolo frammento che ci informa della morte del marito di Lil. Salvo poi, nella scena successiva, far trascorrere appunto questo decennio durante il quale i figli sono cresciuti ed hanno raggiunto l’età che più interessa in termini di narrazione.

Il film, sin dalle prime battute, asseconda quell’atmosfera attraverso cui è palpabile una nient’affatto taciuta agitazione omosessuale, mai conclamata né nascosta dunque mal vissuta. Ciò che lega le due amiche di una vita è qualcosa che sembra andare al di là dell’amicizia, con quel continuo suggerirci dell’altro, senza poi per tutto il film manifestarlo apertamente. Impressione, questa, acuita dal prepotente irrompere sulla scena dei due giovani figlioli, Ian e Tom. Anche su di loro il giudizio è quanto mai incerto, sebbene sembrano aver ereditato con sospetta fedeltà quell’aura ambigua che aleggia sulla loro amicizia.

Proprio qui, quando il motore è stato oramai messo in moto, avviene lo stravolgimento. Che è poi in fondo una palese conferma, volendo dar ragione a quel meccanismo che i più informati conoscono col nome di sublimazione. Non è dato sapere cosa spinga i due giovani e aitanti ragazzi ad osare, sta di fatto che quella montante tensione sessuale non può che avere uno sbocco e uno soltanto. E la regista francese in tal senso non va per il sottile, regalandoci alcune compiaciute inquadrature tese a mettere in risalto l’artificioso idillio di queste coppie preconfezionate. Sì, ma non per questo mal assortite, anzi: tutti bellissimi, quasi fossero scolpiti nella pietra da un brillante scultore. A distanza di sicurezza dalle due donne, per via di certi inevitabili inestetismi dovuti ai segni del tempo che al contrario ne incrementano il fascino, più disinvolta invece quando si tratta di indugiare sui fisici impeccabili dei due giovanotti; specie all’inizio, quando prima di sgattaiolare in maniera liberatoria nella stanzetta di Ian, Roz non riesce a togliere gli occhi di dosso da quel busto scoperto in maniera così meravigliosamente sensuale, quasi lussuriosa.

Si direbbe che la passione viscerale e quindi sincera sia l’unica componente a spingere così in là le cose, se non fosse che l’altra coppia, quella composta da Lil e Tom, è per lo più una diretta conseguenza della prima. Un dispetto, a conti fatti. In questo c’è qualcosa che lascia perplessi, e non è la verosimiglianza. Sarà la complessità di un contesto di questo tipo, ma da quel momento prende man mano consistenza una caduta libera dal cui schianto Two Mothers non riesce a risollevarsi. Basti pensare alle comprensibili incertezze iniziali, quando Lil e Roz si guardano scrutandosi e promettendosi che a quella prima notte non ne seguiranno delle altre, mai. E a ben vedere è proprio in questi frangenti fatti di sguardi e frasi non dette o che era meglio non dire che si avvertono di più certi difetti, limiti che penalizzano in maniera irrimediabile il tutto.

Non si capisce dove Fontaine intenda andare a parare, posto che la scabrosità dell’argomento da sola non regga. In tal senso si segnala solo una scena a suo modo potente, quando i quattro, a carte tra di loro scoperte, siedono insieme a tavola. Unico esempio di un film avaro di certe botte visive ed emotive, quantunque il materiale per qualcosa che andasse oltre la telenovela ci fossero eccome. Ed invece quasi tutto appare forzato, di conseguenza privo di quel mordente capace di smuoverci come si pretenderebbe, almeno per ora, da una storia come questa. Ripicche (implicite o meno), smancerie, «tesoro qua e là», false remore, fisime. Insomma, tutti elementi per nulla estranei ad una situazione del genere, ma che a più riprese appaiono fuori posto, rischiando talvolta addirittura il ridicolo per via della banalità di certe uscite. Piccole e grandi cose, come il dare ragione dei due anni passati dalla costituzione delle coppie con una sequenza al cui inizio troviamo in sovrimpressione il classico «due anni dopo», mentre Ian, ormai grande (sic) avversa la delocalizzazione con aria da imprenditore consumato, modello yuppie («non me ne frega niente se in Cina costa meno»). O quando, più in là con gli eventi, Roz richiama l’attenzione in maniera estemporanea ed esordisce con «smettiamola», proseguendo, «finiamola qui! D’ora in avanti saremo persone rispettabili» (?).

La sensazione, alla fine, oltre al tedio di una storia che non decolla mai (anzi), è che gli autori abbiano creduto davvero che l’incipit fosse sufficiente, che bastasse far affidamento su quello e che tutto sarebbe arrivato di conseguenza. Al contrario, ne viene fuori un ritratto grossolano, non di rado irritante, su una materia che richiede maggior cura e meno approssimazione nell’essere avvicinata. In fondo il destino di Two Mothers sembra essere legato a doppio filo a quello dei suoi protagonisti, vuoti dentro e belli fuori. Con tanto di fotografia posticcia.

Voto di Antonio: 3

Two Mothers (Francia, Australia, 2013) di Anne Fontaine. Con Naomi Watts, Robin Wright, Xavier Samuel, James Frecheville, Ben Mendelsohn, Sophie Lowe, Jessica Tovey, Gary Sweet, Alyson Standen, Dane Eade, Scott Pirlo e Charlee Thomas. Nelle nostre sale da giovedì 17 ottobre.

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