Roma 2013 – L’ultima ruota del carro: Recensione in Anteprima

Apertura ufficiale al Festival di Roma con Giovanni Veronesi e il suo l’Ultima Ruota del Carro

Tradizione vuole, praticamente da sempre, che il film d’apertura del Festival Internazionale del Film di Roma deluda. Negli anni questa verità si è sempre più fatta strada con forza e convinzione, tanto dall’attendere al varco con estrema preoccupazione l’Ultima ruota del Carro, atteso ritorno in sala di Giovanni Veronesi con quello che potremmo serenamente definire il suo titolo più ambizioso.

Abbandonato DeLaurentiis, con cui negli ultimi anni aveva girato diversi film di successo, particolarmente commerciali e chiamati unicamente a far ridere, Veronesi si è affidato in questo caso alla Fandango di Domenico Procacci, il più delle volte sinonimo di qualità, e alla Warner Bros., non solo in ambito distributivo ma anche partner produttivo. Il risultato, tutt’altro che spregevole, ha comunque lasciato l’amaro in bocca alla ricca platea stampa, causa una perenne e fastidiosa sensazione di prodotto ‘televisivo’. Alto, ma pur sempre televisivo. Zero gli applausi a fine proiezione, e se il buongiorno si vede dal mattino…

Ad ispirare lo sceneggiatore e regista il suo autista, Ernesto, nel corso degli ultimi 40 anni letteralmente catapultato da un lavoro all’altro, nel cuore di una Roma santa e un po’ puttana, politicamente corrotta e calcisticamente esaltata dalle prodezze sulla fascia di Bruno Conti. Affidatosi alle verità sviscerate dal ‘vero’ Ernesto, Veronesi ha provato a ripercorrere un pezzo di storia recente del nostro Paese. Dai brigatisti anni 70 devastati dal ritrovamento di Aldo Moro passando per il mondiale del 1982, la Tangentopoli di inizio anni 90 e la discesa in campo del Cavaliere nel 1994 con Forza Italia, fino agli anni della crisi di questi giorni.

Semplice autista di camion che per quarant’anni ha girato tutta l’Italia per scaricare mobili, attraverso il suo sguardo semplice e incorruttibile Ernesto ha visto scorrere al suo fianco scandali e malaffare, speranze e delusioni, burrasche e schiarite, riuscendo nell’impresa di schivare gli ostacoli più insidiosi restando fedele alla famiglia, agli amici e ai propri ideali.

Per riuscire in questa impresa, sulla carta tutt’altro che semplice, Veronesi ha avuto il merito di affidarsi ad un cast impeccabile. Splendido Elio Germano, volto di un’ultima ruota del carro non solo credibile ma a tratti commovente. Uno dei tanti italiani ‘normali’ che hanno sempre assistito dal di fuori alle ingiustizie politiche e non di questo incredibile Paese, rimanendo eticamente vergine ma economicamente povero. Con le ruote sgonfie, sempre in seconda fila, visto dai più come un cretino ma a conti fatti tra i più fortunati, perché innamorato, padre affettuoso e con una fedina penale linda e pinta. Attorno a lui, è evidente, gatti e volpi ammalianti come Ricky Memphis, esilarante nel pennellare i tratti di un cafone pronto a tutto pur di far soldi, un tempo di sinistra, poi socialista ed infine berlusconiano, una limpida ed eccellente Alessandra Mastronardi, dolce e fedele moglie, uno strabordante Maurizio Battista, zio romanista inciucione con i potenti di turno, un credibile Alessandro Haber, ‘Maestro’ d’arte folgorato dal vile denaro, e uno straordinario Massimo Wertmuller, ferreo, violento e assente padre di Ernesto, purtroppo troppo presto ‘abbandonato’ al suo destino.

Trascinandosi nel corso dei decenni, passando dai colori sgranati degli anni 70 a quelli più accesi del nuovo millennio, Veronesi è scivolato nella banalità del raccontare una storia da noi tutti conosciuta. Quel che capita attorno ad Ernesto è risaputo e con forza sottolineato, spesso superficialmente e con una tutt’altro che velata traccia melanconica, mentre la solo apparentemente incredibile storia di quest’uomo qualunque non fa altro che ricalcare quella di milioni e milioni di connazionali, padri di famiglia cresciuti anni 70 come lui, tra lavori improbabili, figli da mantenere e casse famigliari da far galleggiare mentre deputati e senatori vivevano nel lusso alle nostre spalle.

Tra pregi (ricostruzione storica, costumi, fotografia e montaggio) e difetti (quasi tutti legati allo script) l’Ultima ruota del Carro intrattiene, facendo ridere in più di un’occasione e a tratti addirittura commuovere, ma senza mai convincere appieno causa scarsa originalità mista ad una pochezza di fondo che solo grazie alla bravura del solito Germano non appare ancor più marcata. La rapidità con cui si susseguono gli eventi è eccessiva, condensare quattro decenni in 113 minuti era arduo, tanto da ampliare la spiacevole sensazione di una fiction mancata, di una serie di film tv sulla carta più che possibile e invece qui sacrificati sull’altare di un unico lungometraggio, spesso affrettato e inconsistente, tanto da scivolare via con sfolgorante velocità. Se non fosse che l’intero impianto narrativo, e i tanti volti televisivi qui prestati al grande schermo, vedi Ubaldo Pantani, Virginia Raffaele e lo stesso Battista, facciano pensare proprio a questo. Ed è qui, che a fine proiezione, ci si chiede con estrema serenità come mai un film come questo, digeribile, apprezzabile, tecnicamente encomiabile ma tutt’altro che indimenticabile sia stato scelto per aprire un Festival che due ore prima aveva esaltato la critica attraverso il maestoso Snowpiercer. Il primo mistero del carrozzone capitolino.

Voto: 6.5

L’ultima ruota del carro (commedia, Italia, 2013) di Giovanni Veronesi; con Elio Germano, Ricky Memphis, Alessandra Mastronardi, Virginia Raffaele, Ubaldo Pantani, Massimo Wertmüller, Maurizio Battista, Francesca Antonelli, Francesca D’Aloja, Matilda Anna Ingrid Lutz, Elena Di Cioccio, Dalida Di Lazzaro, Alessandro Haber, Sergio Rubini, Luis Molteni – uscita giovedì 14 novembre 2013.

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