Red Family: recensione in anteprima del film scritto e prodotto da Kim Ki-duk

Torino Film Festival 2013: Kim Ki-duk scrive e produce un film su un tema delicatissimo come quello sull’eterno scontro tra Corea del sud e del nord. Pur con qualche ottima idea, Red Family è però un’opera discontinua e sbilanciata. In concorso.

Kim Ki-duk è ritornato sulla cresta dell’onda da quando ha vinto il Leone d’oro alla Mostra del cinema di Venezia nel 2012 con il discusso Pietà. Quest’anno si è riparlato di lui per uno dei “casi” cinematografici del 2013, il delirante Moebius. Torniamo a parlare di lui anche al Torino Film Festival, dove l’autore è presente in veste di sceneggiatore e produttore di Red Family.

Si tratta del primo lungometraggio diretto da Lee Ju Hyoung, classe 1977, autore di alcuni corti e documentari e pupillo di Kim. Che dev’essersi effettivamente fidato molto per affidargli una sceneggiatura scritta di proprio pugno su un argomento tutt’altro che facile in patria come quello dell’eterno scontro tra Corea del nord e Corea del sud.

Sembra incredibile, ma ancora oggi si continua a “lottare” e questa lotta fa molto discutere. Lee imputa la colpa massima di questo circolo vizioso dal quale non si vuole uscire soprattutto ad un’ideologia che ormai si è fossilizzata nelle persone di entrambi gli stati. Red Family parla innanzitutto proprio di ideologia, con toni da commedia e spunti di riflessione più profondi.

Un gruppo di spie viene infiltrato dal governo di Pyongyang nella vicina Corea del Sud. I quattro sono fatti passare per una famiglia qualsiasi, così da dare il meno possibile nell’occhio e condurre le operazioni in tutta tranquillità. La vicinanza a una “vera” famiglia di sudcoreani, alle prese con problemi economici ma nonostante tutto ancora capace di amarsi, mette in crisi i quattro 007.

Dietro il distacco interpersonale della missione segreta, infatti, tutti instaurano coi vicini sentimenti di amicizia e comprensione. Pur spalleggiandosi l’un l’altro per coprire i rispettivi errori, un passo falso risulterà fatale agli agenti nordcoreani.


Baek, Kim, Cho e Oh ci vengono presentati all’inizio come la famiglia perfetta e ideale, composta da madre, padre, figlia e nonno. Li incontriamo al ristorante, dove stanno mangiando tutti assieme e sono effettivamente molto più uniti a prima vista di altre famiglie burbere e litigiose che siedono accanto a loro. Ma quando entrano per la prima volta nella loro nuova casa capiamo che si tratta di false identità.

Accanto a loro vive una famiglia composta sempre da quattro elementi (madre, padre, figlio e nonna). La nonna instaura un rapporto affettuoso con il “nonno” della famiglia rossa, il figlio prova simpatie per la figlia, mentre il padre prova a contenere le follie della moglie. Quest’ultima è per il gruppo rosso il tipico esempio di prodotto del “capitalismo corrotto”: sprecona, spendacciona e menefreghista coi soldi.

Il gruppo riceve delle missioni da portare a termine attraverso una spia che si finge meccanico e che instaura a sua volta una relazione (soprattutto sessuale) con una donna, la quale però non conosce la sua identità. Il personaggio vive in un piccolissimo scantinato che sembra uscire direttamente da Pietà, e non è certo l’unico tocco del film in cui si nota platealmente la firma di Kim.

Riprendendo il discorso fatto con Pietà e Moebius, Kim torna a parlarci di famiglia, cellula fondante della società, e di legami indissolubili fra i suoi componenti. Col tempo la famiglia rossa imparerà che anche se i vicini continuano a litigare, sono una famiglia vera e a tutti gli effetti anche grazie a questo continuo battibeccarsi e discutere. Al di là di ogni ideologia. C’è poi un problema: tutti e quattro i membri rossi hanno delle situazioni famigliari alle spalle, persone a loro care che non vedono da anni…

Red Family ha il pregio oggettivo del prodotto curioso, che ha la grande idea iniziale e la usa fino alla parte finale, in cui prova a tirare le fila del discorso. Così si stiracchia fino a diventare paradossalmente monotono, e addirittura sbilanciato fra le sue diverse scene(tte). I pochi guizzi di sceneggiatura e regia non lo risvegliano dallo strano torpore in cui cade. Un vero peccato, anche perché il tema è forte, e la chiave di lettura era notevole. E pensare che c’è pure Arirang

Voto di Gabriele: 5.5

Boolgeun Gajok [Red Family] (Corea del Sud 2013, drammatico 99′) di Lee Ju-Hyoung; con Kim Yu-mi, Son Byung-Ho, Jung Woo, Park So-Young. Qui il trailer.

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