Gli sfiorati - Recensione in Anteprima

Chi sono gli sfiorati? Una definizione di questa categoria ci viene già fornita nel trailer di questo film diretto da Matteo Rovere. Tuttavia preferiamo inquadrare il gruppo in questione servendoci di uno stralcio estrapolato dal libro da cui è tratta la pellicola.

Accadono cose immense, terribili, meravigliose, talmente vicine da segnare per sempre la nostra vita. Eppure, quando sono passate, ci accorgiamo che ci hanno soltanto sfiorato, e dobbiamo accontentarci d'immaginarle, come se non fossero accadute affatto.

Così l'autore, Sandro Veronesi, descrive tale tipologia di individui. Possiamo tentare di comprendere cosa incida in maniera così determinante sulle vite di certe persone, ma la realtà è molto più complessa. Tanto più complessa che lo stesso film, all'atto di riadattare un contesto in cui inserire certi personaggi, arranca, fa fatica a tenere il passo di certe incisive parole riportate sull'opera cartacea.

Quest'ultimo lavoro di Matteo Rovere ci parla della storia di Méte, un giovane grafologo, e dei suoi affetti. Gli amici, Damiano e Bruno, figure esattamente opposte, che con Méte formano un trio decisamente eterogeneo. E c'è Belinda, sorellastra del protagonista, che all'improvviso si insinua prepotentemente nella vita del fratello acquisito. Per sommi capi, questo è il quadro.

Ma Gli sfiorati non ci parla di episodi collegati, quasi seguisse un canovaccio lineare. La storia si sofferma su come tali episodi, apparentemente semplici, talvolta scontati, incidano non solo sulla vita ma anche sul pensiero delle persone. Discutendo della pellicola, è inevitabile far ricorso al libro da cui è tratta, perché è lì che giace il potenziale inespresso di questo film.

La generazione descrittaci appartiene davvero al nostro tempo: confusa, insaziabile, senza punti di riferimento. Assegnare al personaggio principale il mestiere di grafologo rappresenta una misura letteraria davvero azzeccata, che va letta tra le righe. Le stesse righe da cui Méte cerca di decifrare quanto più possibile di quelle persone che le hanno messe nere su bianco. Uno studioso della grafia che diventa uno psicologo delle persone. Figura contrapposta a Bruno (Claudio Santamaria) - quest'ultimo decisamente più inquadrato, metodico - mentre Méte non disdegna di approntare teorie più sciolte, meno codificate. Dei voli pindarici che ci danno un'idea del carattere circa il carattere di questo personaggio.

Poco sopra abbiamo fatto cenno riguardo ad una certa potenzialità inespressa di questa pellicola. E' così, pur rendendoci conto che l'impresa fosse ardua. In una Roma che gioca a nascondino, Rovere non sembra essere stato colpito dallo stesso stupore che Veronesi pare manifestare nel proprio libro. L'insofferenza di Méte è evidente, a tratti anche troppo forse, ma in alcuni frangenti non dà ragione di un malessere che la stessa sceneggiatura suggerisce essere più profondo.


Un male generazionale, che cresce da dentro e che ognuno esprime a modo proprio. Perché in fondo, qualora ci fosse bisogno di sottolinearlo ulteriormente, è il profilo di ognuno dei personaggi che si muovono in questa giostra a farla da padrone - ed il titolo del film, in tal senso, parla chiaro. Il risultato, però, è che buona parte di questi personaggi appaiono stereotipati, anche se non sapremmo dire fino a che punto non sia stato voluto. Damiano (Michele Riondino), è il più classico dei "rimorchiatori" di donne: senza apparenti sentimenti, dedito al lavoro inteso come farsi largo a suon di furbizie piccine. Bruno è calcolatore, cupo, un po' insicuro, ma dedito alla sua passione trasformatasi in un mestiere. Ma c'è anche Beatrice (Asia Argento), femme fatale che dietro quell'aria da predatrice di uomini cela ferite irrisolte, ed una tenera mancanza d'affetto che solo un compagno saprebbe darle. Ed infine, visto che su Méte abbiamo già speso qualche parola, c'è lei, Belinda. Ecco, forse è lei il vero jolly. Un personaggio che vive davvero in un mondo tutto suo, fatto di tutto fuorché di convenzioni e quant'altro. Una donna giovane, accattivante, che vive a margine della dimensione attorno alla quale ruotano fittiziamente le vite di tutti gli altri protagonisti.

Eppure qualcosa continua a mancare. Una storia che ha tutte le carte in regola per narrare una vicenda dal vago tono universale, finisce col raccontarci un estratto di quella Roma bene oramai ampiamente sdoganata, tanto da aver esaurito un certo mordente. Questo è un peccato che oramai riscontriamo troppe volte in certe nostre produzioni, ossia il servirsi di una città meravigliosa, in questo caso la Città Eterna, relegandola al ruolo di contenuto e non di contenitore. Quello che manca, a nostro parere, è un più ampio respiro su temi che, ci rendiamo conto, sono difficili da affrontare. Ma si devono sapere affrontare. Saremmo disonesti a dire che Gli sfiorati pecchi di superficialità, anzi. In tal senso riesce a mitigare certi toni drammatici con qualche episodio un po' più grottesco, senza mai scivolare nel banale. Questo gli va riconosciuto.

Alla fine, però, restano alcune perplessità. Cercando di dare un senso ad una storia che certamente lo cerca, si finisce col brancolare nel buio di un'opera che tenta solo di fare una diagnosi sui sintomi, senza osare un po' di più, magari tentando di far luce sulle cause. E a chi pensa che non è questo ciò che compete al cinema ed ai suoi autori, si sbaglia di grosso. Perché quel senso di "smarrimento" che si avverte dopo la visione di certi film nostrani è dovuta per lo più proprio a questa mancanza di coraggio nel voler approfondire. Ma forse il punto è che abbiamo paura a farlo, e non c'è niente di peggio di un'opera che vuole scuotere solo a metà.

Voto di Antonio: 5


Gli sfiorati (Italia, 2011) di Matteo Rovere. Con Andrea Bosca, Miriam Giovanelli, Claudio Santamaria, Michele Riondino, Asia Argento, Massimo Popolizio e Aitana Sánchez-Gijón. Qui trovate il trailer ufficiale. L'uscita nelle nostre sale è fissata per oggi.

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