Davanti e dietro i candelabri: un cinema costruito dalle idee e sensibilità... e noi?

Si conferma la superiorità delle sceneggiature e la chiarezza del racconto, in tre film che vengono da altri mondi

Quando vai al cinema, capisci meglio. Lo dico riferendomi alla strana situazione di un cinema, il nostro, che vive di esploit e poi si addormenta. Sogni d’oro? No, veri e propri incubi. Che senso ha accapigliarsi sul successo al botteghino di Sole a catinelle di Checco dalle uova d’oro? E sul fatto che dobbiamo essere orgogliosi per i successi di premi o di futuri premi (l’Oscar?) toccati o che toccheranno a La grande bellezza di Paolo Sorrentino, unico nostro regista che portiamo all’occhiello?

Mah. Boh. Li mortacci loro, degli opinionisti che si accapigliano, quasi sempre in romanesco, anche se sono di Milano o di Torino. Noi andiamo al cinema. Noi che siamo spettatori comuni e sappiamo solo cose che abbiamo viste o studiate con emozione, senza preconcetti, senza arrampicarsi sui tubi innocenti (colpevoli) di teorie stracotte. Un giorno, se dio me la manda buona, farò nomi, cognomi, ditte e facoltà. Noi che in pochi giorni abbiamo potuto fare filotto con tre film.

Dietro i candelabri di Steven Soderbergh, con due grandi interpreti Michael Douglas e Matt Damon. Due gay che ricordano la “zia di Carlo”, classico teatrale dei travestimenti. Il primo nei panni del decorato Liberace, pianista e cattolico innamorato a go go, lustrini, peli depitati e capelli imparruccati; il secondo, glabro, sfilatino, poi ciccione come l’altro poi di nuovo co-sfilatino, scudiero che dà e non prende sul set nelle posture sex, disperato e commovente nel bilancio dell’amore-avventura in camera, molto in bagnoschiuma, e nella piena luce dei riflettori. Un film che sorprende, conquista, inciampa, sbanda, volutamente mette volgarità per poi recuperare amore al profumo di violette. Una cascata di note della tastiera e tasti che a volte sono cariati.

Il passato dell’iraniano Asghar Farhadi, con Bérénice Bejo (quella di The Artist) ovvero: un'attrice così non l’abbiamo, neanche dipinta, forse in foto d’altra epoca. Un film magistrale. Comincia come un film neorealista di marca iraniana ma noi, che abbiamo visto e gradito La separazione dello stesso regista, abbiamo pazienza, e ci aspettiamo che Farhadi ci stupisca. Cosa che avviene. Le solite corna pirandelliane, croce e molta delizia dei nostri cinema e teatro, show primigenio dei cornuti bisex da noi indispensabili idioti, si sfarinano in gesso. Sulla lavagna il gesso potrebbe scrivere: “Asino chi legge”, intendendo colui o coloro che in made in Italy non sanno più raccontare una storia d’amore o disamore. Invece del pirandellismo tarantolato, ecco emergere un Hitchock dei sentimenti e dei complotti. Come macellai che si tengono le lacrime in tasca, i personaggi della pellicola si affettano a vicenda, con raffinatezza. Come in un piano sequenza più virtuale che effettivo, il delitto procede di personaggio in personaggio, dagli adulti ai giovani, ai ragazzi. Il sangue è già scolato. Odio, menzogne, tradimenti, ferite si danno appuntamento nella banlieue e nelle botteghe delle città, in cui le tintorie non smacchiano e le farmacie dispensano pozioni diaboliche. Le immagini e le parole scorrono come il sangue di Psycho che finisce eroico nel buco della doccia.

Finalmente Woody. Reduce da atroci marchette, con albergo e ristoranti a cinque stella, con legion d’onore, targa di Barcellona e lupa de Roma, mister Allen ritrova l’America e le sue tragedie, in piena atmosfera “interiors” (titolo di un suo film da ricordare). Blue Jasmine: Cate Blanchett, è assassina che si assassina lentamente, goccia dopo goccia, distribuendo generosi avanzi a chi le sta intorno. Blue, triste, distraziata Jasmine che potrebbe uscire o entrare nel film “Il passato”. Perché, nei temi dell’amore o del disamore, non c’è né passato né presente, e forse c’è o s’intravede il futuro, se ci prendiamo un cannocchiale spaziale, cercando l’ago dell’amore nel pagliaio della via lattea.

Conclusione. Soggetti, sceneggiature, regie, interpreti. Voto nove (se devo fare il difficile) o dieci (se devo fare l’esagerato). Film così non li pensiamo perché non li sappiamo fare. O meglio non li sanno fare i produttori (balordi per eccellenza), le tv (indescrivili, sentine di masochismo), gli autori (annodati ai loro ombelichi). Ma non perdiamo ogni speranza noi che entriamo, puri (?), in sala. Bisognerebbe legare i responsabili, la Spremiata Ditta del Maldicinema & Soci, alla sedia di Burgess-Kubrick. La sedia di contezion, quella di “Arancia meccanica”: cura a occhi aperti obbligati, fissati con mollette, per vedere e rivedere il buon cinema, imparare, almeno un po’ di umiltà e di rispetto per lo spettatore pagante.

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