The Rum Diary – Cronache di una passione: Recensione in Anteprima

Ecco la recensione di The Rum Diary, con Johnny Depp, in anteprima su Cineblog

Un sogno divenuto realtà, questo è stato The Rum Diary per Johnny Depp. Quest’ultimo ha coltivato una profonda amicizia con l’autore del libro da cui è tratto questo film, quel Hunter S. Thompson che divenne uno dei giornalisti più famosi in America a cavallo tra gli anni ’60 e gli anni ’70. I più informati tra queste mura trasudanti cinefilia si ricorderanno di Thompson per un’altra pellicola, rimasta cult a tutt’oggi, ossia Paura e Delirio a Las Vegas, tratta dall’omonimo romanzo autobiografico.

Quest’ultimo rappresenta l’aspetto in comune con The Rum Diary, lavoro che Thompson ultimò intorno al 1960 ma che non fu mai pubblicato fino a quando non lo “dissotterrò” Johnny Depp rovistando tra gli scatoloni dello scantinato dell’amico e scrittore. La notte stessa, finito di leggerlo, i due convennero sul fatto che, dopo la pubblicazione, sarebbe stato il caso di girarci un film. Anni dopo eccolo qui, a quanto pare fedele alle premesse originarie.

The Rum Diary racconta la storia di un giovane giornalista approdato a Puerto Rico da New York. Ingaggiato dal San Juan Star, quotidiano locale sull’orlo del fallimento, intraprende un viaggio che segnerà la sua carriera, e quindi la sua vita. Considerati i presupposti, sarebbe lecito attendersi una pellicola scalmanata e all’insegna di droga e alcool, ma Bruce Robinson non è Terry Gilliam, ed in generale quest’ultimo film segue un canovaccio differente.


In nuce, probabilmente, il personaggio di Thompson è già lì, ma con parecchi anni in meno e quindi un bagaglio di esperienza ben diverso. Non sappiamo dire se Paul Kemp (Johnny Depp) sia o meno un alcolista, ma quel che è certo è che la sua gita a Puerto Rico deve molto a questa sua abitudine. Sarà forse vero che, come dice uno dei fautori del film, in The Rum Diary “sono tutti ubriachi“, ma il contesto è meno leggero di quanto sembri. Vuoi per una sorta di riverenza nei riguardi della persona a cui si ispira l’opera, vuoi perché parliamo di un periodo in cui ancora il protagonista sta cercando di comprendere quale sia la sua strada.

E’ un viaggio di maturazione quello che ci viene mostrato, in cui si alternano personaggi ed episodi che vanno dal grottesco all’insopportabile. Il contesto è quello di uno spicchio di paradiso adocchiato da squali pronti a sfruttarlo attraverso un processo di edificazione coatta, tipico di quei loschi figuri tanto avvezzi a qualunque tipo di business, purché altamente redditizio. Sanderson (Aaron Eckhart) rappresenta ciò che c’è di marcio nel film. Per certi aspetti, se vogliamo, è a lui e a quelli come lui che Kemp si ribella a tal punto da inaugurare quel suo stile che cerca disperatamente e che non trova praticamente per tutta la durata del film. In realtà la vera storia comincia esattamente dove il film finisce. Ma non vi preoccupate: pochi si sarebbero mostrati sinceramente interessati all’ennesima scalata al successo marchiata a stelle e strisce.

La sceneggiatura, che prende le distanze dal romanzo, mantenendo solo la struttura del soggetto originale, non si concede particolari libertà. Tutto procede in maniera piuttosto lineare, senza grosse sorprese ma con alcuni tocchi di classe. Su tutti, il personaggio di Moberg, interpretato da un fantastico Giovanni Ribisi, che quasi sembra preso paro paro proprio da quel Paura e Delirio a Las Vegas che tanti ricordano con un sorriso. Un tipo grottesco, presentatoci come uno svedese che però di svedese non ha probabilmente nulla. Costantemente in un altro mondo per via di chissà quale sostanza assuma, rappresenta un po’ il jolly, relegato ad un ruolo marginale ma non troppo. Applausi per la trovata del trench, che unita all’interpretazione di Ribisi fanno di questo personaggio uno degli elementi da citare con maggiore evidenza in positivo.


Ma The Rum Diary è essenzialmente atmosfera, la stessa che si respira sin dalle primissime fasi e che cede qualcosa alla narrazione solo col progredire degli eventi, quando cerchiamo di capire più che dove, come voglia andare a parare. Gli ambienti e la fotografia giocano un ruolo fondamentale nell’economia di questa pellicola, che in entrambi i casi si avvale di collaborazioni di un certo livello. Gli esterni sono quelli di un posto magico come Puerto Rico, quindi spiaggia, sole, mare, ma anche anche quell’accenno di sfarzo, oasi nel poverissimo deserto di un luogo ancora al di sotto della soglia minima di povertà. E poi c’è il fotografo, Dariusz Wolski, lo stesso che (piccola curiosità) ha da poco concluso il proprio lavoro in Prometheus di Ridley Scott. Tra l’altro, seppur ben lontani da quell’effetto filigrana tipico delle produzioni di Michael Mann, a tratti non abbiamo potuto fare a meno di rievocare fugacemente un certo Miami Vice, che in tal senso condivide con The Rum Diary delle comprensibili affinità.

Tutto ciò non fa che contribuire alla resa di un film denso di stile, in cui quasi ogni componente lavora di squadra ai fini del risultato finale. Stile personificato dall’ammaliante bellezza di Amber Heard, o meglio, dall’aspetto costruitole su misura. Una bellezza tipicamente anni ’50, quasi ripescata da un decennio in cui rossetti sgargianti e boccoli biondi andavano per la maggiore. E’ in questi particolari, come la sfarzosissima villa sulla spiaggia di Stevenson, che va rintracciata la valenza di The Rum Diary. Un’opera che, in quanto originariamente biografica, porta in dote la descrizione di un periodo ben preciso, di caratteri e profili che pur nella finzione esplodono con veemenza.


Volendo liberamente trarre qualche spunto su cui riflettere, può forse esserci una relazione tra la gioventù che andava formandosi a quel tempo e l’artificiale benessere di cui godettero quelli Stati Uniti lì? Lotterman (Richard Jenkins), caporedattore del San Juan Star sbatte in faccia una realtà filtrata servendosi di poche parole: “Qui siamo in America!“. C’è da meditare su quali fossero le ansie e le angosce di quel giovane Thompson allorquando, evidentemente privo di un qualunque serio appoggio – come molti, troppi dei suoi coetanei – riversavano la loro incertezza in esperienze allora considerate tabù come l’alcool sfrenato o la droga. Forse che – con lo stesso humor incazzato che in quel suo primo, sepolto romanzo autobiografico era appena sbocciato – ancora oggi Thompson non intenda dirci che fu tutto un errore e che quel paradiso altro non era che un inferno? Non lo sappiamo, ma la realtà nuda e cruda non è che ci conceda ampio margine di scelta, eh.

The Rum Diary – Cronache di una passione (USA, 2011). Di Bruce Robinson, con Johnny Depp, Aaron Eckhart, Michael Rispoli, Amber Heard, Richard Jenkins, Giovanni Ribisi, Bill Smitrovich, Marshall Bell, Amaury Nolasco, Karen Austin, Jimmy Ortega, Karimah Westbrook, Gavin Houston, Bruno Irizarry, Jason Smith, Andy Umberger, Julian Holloway e Aaron Lustig. Qui trovate il trailer italiano. Nelle sale da domani, martedì 24 Aprile.

Voto di Antonio: 8
Voto di Simona: 6,5

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