Un kolossal: 90(radio) 60(tv), un lungo film, la Rai vive o sopravvive? Si ricordi di un “Gigante”

Cinema, radio, tv sono nate una dopo l’altra; nonostante le diversità, se si guarda bene sono uno spettacolone dalle molte facce, che litiga e tende ad assopirsi.

Un grande kolossal, in cui il cinema entra parecchio. Il cinema ha centoventi anni, essendo nato nel 1895; la radio ne compie novanta (dal 1924); la tv appena (?) sessanta (dal 1954). Un intreccio di realtà, uno spettacolo di intersezioni, liti, mugugni, sottovalutazione, dispetti, gelosie, diversità, collaborazioni, pasticci, una storia enorme, spesso però piccola piccola. Sono contento di scrivere, con in testa il cinema e il kolossal spesso irrisolto, sui due traguardi raggiunti da radio e tv nella loro lunga storia. Comincio da qualcosa molto vicino a noi, molto recente.

Il film che ho realizzato in 3D nei giorni della beatificazione di Paolo Giovanni II, nel 2012, intitolato Un Gigante. La definizione di “Gigante” fu usata da Benedetto XIV proprio in quella occasione. Nel filmato, che ha avuto molto successo quando è andato in onda in Rai e ha girato con altrettanto successo, forse anche di più, quando è stato presentato in sedi della chiesa (nella sala della comunicazione in Vaticano) e in sedi laiche (al cinema Massimo di Torino durante un festival). Chi lo ha visto, o lo può cercare su you tube, ricorderà una sequenza storica girata durante l’incontro di Papa Woytila con una folla di giovani americani. Doveva dare il via lo stesso Papa a una diretta televisiva; ma non sembrava molto convinto e prendeva tempo, partecipando con parole- monosillabi-sorrisi all’entusiasmo dei giovani. Parole che echeggiarono quel che aveva detto in un altro momento della sua visita, cioè che dei media non ci si può fidare, senza durezza ma con una dolce ironia che scatenò un lungo applauso.

Ma come su si concluse la sequenza storia delle parole –monosillabi- sorrisi nella diretta che il filmato in 3D citava? Dopo qualche sollecitazione di prelati accanto al Pontefice, ecco come, una frase indimenticabile, soddisfatta, pronunciata con un sorriso tra gli applausi: “Thank you, abbiamo cercato di interrompere la trasmissione !”. Non è una frase che si possa dimenticare, confermava una perplessità, se non diffidenza verso i media, ampiamente giustificata dai comportamenti degli stessi media in tutto il mondo, che continuano a procedere placidi nella bonaccia dei loro poteri spesso garantiti, benché subiscano critiche a volte feroci ingiustificate, a volte moderate e giustificate.

Questa premessa mi aiuta ad entrare nel tema dei 90 anni della radio Rai e dei 60 anni della tv Rai (dal 1980 sono trentaquattro gli anni delle altre tv, per le radio almeno dieci di più). Non è la prima volta per la Rai che vengono i tempi di celebrazione, accade ogni decennio, a volte ogni lustro. Più o meno tutti siamo d’accordo che ne valga la pena, per compiacerci e per fare bilanci utili, positivi e persino esaltanti; si pensa al ruolo che radio tv Rai hanno svolto nel bene più che nel male non solo per il Paese, ma per i cittadini e la immagine del Paese all’estero.

Le celebrazioni hanno un rituale che è sempre lo stesso, non lo documentiamo, specie se abbiamo al polso l’orologio regalato dalla Rai ai suoi dipendenti (non più mi pare); del rituale conosciamo più o meno tutto, al punto che continua a piacere molto, troppo?, nonostante la semplice la ripetitività. La ripetitività dei nomi degli autori e dei programmi che hanno segnato sia chi li ha fatti, sia prima ancora il pubblico al quale la Rai li ha offerti come “servizio” , oggi non basta dire “servizio pubblico” per capire cos’è. Non c’è una gran produzione di idee sul tema. Non mancherà occasione, spero, per partire dagli anniversari, cercare ipotesi di confronto, trovare le soluzioni che appaiono neglette, lontane, lontanissime. Il loro ritardo è al passo con la lunga crisi politica italiano che non tramonta, lascia sopravvivere. Qual è il valore dei 90 e dei 60 anni compiuti? Esistono tanti libri, spesso molto utili, che si sono dedicati alla storia oggettiva (?) della radio e della tv Rai.

Quasi tutti tessono elogi per la programmazione artistica e culturale della radio degli inizi e del dopoguerra, grazie alla musica, all’intrattenimento, al varietà, alle canzoni, alle personalità che parteciparono e fecero sentire la loro voci. Molti rilevano il contributo dato alla ricerca di un’unità linguistica nazionale, al sostegno alla letteratura e alle manifestazioni d’arte. Una tendenza che decollò dal dopoguerra in poi, quando la radio Eiar fu ribattezzata in Rai e il cambiamento ci fu di sicuro ma non avvenne sempre in modo convincente e veloce.

Un cenno merita la radio già al servizio del regime fascista quando sostenne con toni sempre ancor più fortemente di propaganda la Repubblica mussoliniana che era nata Milano, totalmente dipendente dal nazifascismo che occupava il Nord Italia, negli anni tragici della guerra civile, con la caccia ai “banditi” come venivano chiamati i partigiani. In parallelo, nelle zone progressivamente liberate dagli Alleati nell’ offensiva verso Milano iniziata dal luglio 1943, cominciarono a farsi sentire le radio di un’Italia libera e antifascista cominciavano a farsi sentire, fino alla Liberazione del 25 aprile 1945. La radio del consenso al fascismo si trasformò, a cominciare dal nome, da vecchia Eiar (1924) a Rai (1944), nella Repubblica Italiana, retta dai partiti democratici della Resistenza. Nel 1946, gli italiani in un referendum cancellarono la monarchia. Il cambiamento repubblicano fu politicamente assunto ma a causa delle scorie del fascismo ci volle del tempo affinchè lo stile e i contenuti si modificassero. Per rendersene conto basta ascoltare oggi su Rai3 i documenti ritrovati in archivi spesso abbandonati, spesso distrutti: gli anni Cinquanta e Sessanta garantiscono la scoperta o riscoperta di formule, di autori, di personaggi di grande rilievo, in tutti i settori della programmazione. L’informazione e l’attualità erano più libere rispetto al passato ma il rapporto con la politica e i partiti non fu risolto, suscitando polemiche anche forti da parte delle forze escluse o marginalizzate.

A questo punto, segnalo una distinzione a proposito del modo di considerare i 90 o dei 60 anni trascorsi, celebrati, da celebrare. Una distinzione che riguarda la radio e la televisione. La storia di entrambi è documentabile in vario modo: esistono libri ed esistono dati importanti: ore di trasmissione, ascolti, indici di gradimento oggi poco usati e considerati, referti sugli spazi di tempo dedicati alle presenze di politici o a temi, eccetera. Non si tratta di dati freddi, inespressivi, se vengono con giudizio posso offrire spunti utili. Per quando riguarda la Rai della televisione, nata 1954, questi dati e le reazioni degli studi e della stampa servono per completarli; tuttavia noi sappiamo una cosa precisa su la storia che si stratifica su conferme della memoria collettiva che opera nel concreto della storia in divenire.

Ad esempio, per i 60 anni della tv la maggioranza degli storici o dei commentatori, sono d’accordo nel lodare un’offerta televisiva che al momento della messa in onda non era gradita dagli osservatori leader d’opinione che scrissero critiche velenose con l’inferno ignorante della televisione. Per anni, i critici della stampa stroncarono spesso gli sceneggiati di grandi romanzi perché macchinosi, lenti, talvolta noiosi. Oggi nessuno, o pochissimi, negano il valore degli sceneggiati del passato remoto, tratti da grandi scrittori (da Manzoni a Dostoevskij). Gli sceneggiati sono entrati nel novero della cosiddetta “tv pedagogica” in cui entravano il cinema presentato il lunedì, la commedia del venerdì, la rubrica culturale solenne e paludata, il quiz del giovedì con Mike (che costrinse i cinema a chiudere), lo show chiamato ancora varietà del sabato sera, il calcio raccontato da Nicolò Carosio.

Per il Festival di Sanremo per sdoganarlo bisognerà attendere il 1958 quando vinse “Il blu dipinto di blu-Volare”, una sorta di nuovo inno nazionale che invitava a guardare al futuro con leggerezza e incanto sentimentale, con qualche brivido. In realtà, la “tv pedagogica” negli anni Sessanta conobbe la sveglia e mutamenti significativi, attraverso i telegiornali troppo di mediazione, di parte, ingessati, timidi che però avevano intorno programmi con novità profonde nel settimanale Tv7, nelle inchieste, nei documentari.

La Rai cominciò a raccontare il mondo e l’Italia: l’industrializzazione, le emigrazioni all’estero e le migrazione dal sud al nord. Era una rivoluzione di denunce e analisi che la Rai seguì con giornalisti di diversa preparazione: cattolici, liberali, socialisti, laici, comunisti; tutti convinti di non potersi sottrarsi al dovere di presentare l’Italia che non era più la stessa. Non voglio neanche riassumere per sommi capi uno sviluppo della Rai che attende una nuova narrazione storica, senza prevenzioni e con il senno del poi (conoscenza più profonda). La Rai contribuì non solo alla unificazione linguistica ma anche ad una presa di coscienza radicale, addirittura sconvolgente e drammatica, che la classe politica vedeva con miopia. Ne fui testimone, scrivendo di tv, prima di essere chiamato a lavorare in Rai per curare i programmi sperimentali. Fu così che compresi meglio, quegli anni, nel passaggio da fuori a dentro, che la storia della radio e della televisione può essere raccontata, e fatta, soltanto da chi poi la fa.
Ascoltando la radio e vedendo la tv ho appreso , lo specifico, che ognuno di noi ha potuto farsi un’idea di aspettative e di risposte della Rai, solo prestando orecchi e occhi, cioè attenzione. Ho capito che cosa è stata la Rai è stata dopo la riforma del 1975 e fino alla metà degli anni Ottanta. E’ stata, con travagli, sofferenze, una sorta di nuova università. Un’ università popolare in senso alto e non solo tecnico, in quanto “insegnava” all’interno del difficile crogiolo del Paese ribollente di fatti spesso tragici (attentati, violenze, terrorismo). Era un’università anche per chi ci lavorava.

La Rai per molti anni ha pescato tendenzialmente, a volta con troppa timidezza e sospetto, nel professionismo del teatro, del cinema, della musica, della cultura, e lo ha sciolto in un professionismo interno che ancora le fa dà da sostegno tra le onde contraddittorie della contemporaneità, nonostante le servitù codificate delle clientele dei partiti, in una logica talvolta confusa e superficiale. La Rai è stata, malgrado tutto, un’università possibile, di competenze esistenti o plasmate dalla esperienza diretta (la tv sono industrie diverse, di talento molto specifiche). Oggi stinge se stessa, a poco a poco.Dalla seconda metà degli anni Ottanta, gradatamente, la situazione del “servizio pubblico” cominciò a soffrire molto le tv private e commerciali, le influenze esterne delle maggioranza governative e le loro leggi ad hoc, le lottizzazioni tra i partiti, l’assurdità dell’assegnazione di reti radio e tv distribuite a partiti e a loro correnti (penso che il caso italiano sia unico nella sua estensione). Con il risultato di creare esclusivi feudi e feudatari di potere oligarchico. Questa situazione , alla luce di scelte e responsabilità diverse ha trasformato la Rai e l’ha messa in difesa, togliendole il carattere di laboratorio complessivo di lavoro e di modelli, così bloccando quel che doveva e deve essere aggiornato, creandole intorno un contesto, un contesto da cui la Rai è dipendente. Ecco una realtà nota, condivisa globalmente dentro e fuori le sue mura, che le ha lasciato, momentaneamente (?) , un ingannevole e dolce passato di nostalgie, che rischia di confermate e coprire un livellamento di forme e di contenuti importato dai canoni delle tv commerciali, a loro volta appese a condotte, modelli, soluzioni prevalentemente americane o inglesi ( non la BBC) o latinoamericane per le soap e la fiction.
Non vado oltre. La Rai è stata non solo per me, ma per grandissima parte di chi ci ha lavorato, un luogo di apprendimento, di professionismo , in una logica di nuove prospettive, elaborazioni, capacità di capire tra esterno ed interno; tra ciò che si collauda e poi sfiorisce, per cercare e far rifiorire una qualità senza esclusive nostalgie. Fa parte di un kolossal utile, vorrei, vorremmo che fosse migliore e fare una bella, onesta, libera, stimolante concorrenza.Invece…ma restiamo alle rivale canuta più del vecchio, caro cinema.

Ciò che salta agli occhi, non solo in questi 90/60 celebrati, è il lodevole “senato” mobilitato, come sempre, composto di conduttori, giornalisti, autori; lo sfoderare gloriosi documenti prodotti e trasmessi in un ripescaggio previsto e prevedibile, affezionato, abbarbicato alla gloriosa e già spremuta “tv pedagogica”. Mentre altri snodi, appuntamenti, sperimentazioni, scommesse, esperienze vinte o perse sono rimasti fuori. Tuttavia, c’è ancora tempo per rimediare in questo doppio bel 2014, senza attendere i 100 e i 70 anni. Auguri Rai. Portaci al cine.

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