• Film

Juliette Binoche: “Cosmopolis parla del nostro bisogno di procurarci denaro, sesso, potere e di mescolare tutto”

Juliette Binoche intervistata parla del suo ruolo in Cosmopolis di David Cronenberg, al cinema e a Cannes dal 25 maggio

di cuttv

Aspettando Cosmopolis di David Cronenberg, dal 25 maggio al cinema e sul red carpet di Cannes, con Robert Pattinson, Paul Giamatti, Sarah Gadon e Juliette Binoche, oggi è proprio la bella ed eclettica attrice a concedere qualche indiscrezione sul film. La Juliette Binoche che nel freddo mondo di Cosmopolis veste i panni della quarantunenne mercante d’arte Didi Fancher, una donna sola e perduta che propone di acquistare un’opera di Mark Rothko al giovane e immorale milionario Eric Packer (interpretato da Robert Pattinson), più interessato alla Rothko Chapel, luogo di spiritualità che «appartiene al mondo». Oggi è proprio Juliette Binoche a svelare qualcosa dell’atteso film, senza evitare di parlare di se e della sua filosofia di vita e d’arte, in un intervista che oggi su Cineblog condividiamo in anteprima, ma sarà in edicola con il numero di Io Donna di sabato 19 maggio.

«Ho 41 anni e capisco qual è il problema» dice nel film il suo personaggio. «La vita è troppo contemporanea».
La scrittura di Don DeLillo – e il film è molto fedele al romanzo – è stata per me la straordinaria scoperta di un universo. Un mondo freddo, senza umanità. Che ci costringe a guardare in faccia l’incubo del desiderio, l’ansia di possedere tutto, l’ossessione di vincere, di salire sempre più su, alla ricerca di un “di più” che non c’è.

Anche il suo personaggio è molto contemporaneo, mescola sesso e affari e forse non crede più in niente, nemmeno nell’arte. Che effetto le ha fatto?
Didi Fincher è una donna perduta, così come è perduto Eric Packer. È una persona sola, la sua apparente leggerezza è in realtà un nascondiglio, il luogo dove placare l’ansia. Cosmopolis parla del nostro bisogno di procurarci denaro, sesso, potere e di mescolare tutto. Un gioco molto pericoloso.

Lei ha guardato Hollywood negli occhi, preso il meglio di quel che offriva e respinto le sue lusinghe. Non ha mai avuto la tentazione del “di più”?
Non so dove mi dirigo certe volte, faccio le mie scelte giorno per giorno, vado istintivamente verso le cose più belle, più eccitanti. E non ho mai considerato le lingue o i confini degli ostacoli. Dopo aver lavorato in America sapevo di dover tornare in Europa per prendermi cura dei miei bambini (ha due figli, Raphaël e Hannah, ndr). I soldi non sono mai stati un obiettivo per me. E la fama è sempre stata solo una conseguenza di quello che facevo. Da giovane avevo un grande bisogno di riconoscimento perché da bambina non mi ero sentita abbastanza considerata, ma il riconoscimento che cercavo era quello che viene dall’amore, la magia della vita. Da grande ho cercato di dimostrare che potevo assecondare quella magia, che mi potevo trasformare come volevo. E diventare attrice è il modo migliore per farlo!

Non c’è attrice che pianga quanto lei in pubblico. L’ultima volta è stata proprio sul palco del festival di Cannes per Jafar Panahi, il regista iraniano agli arresti per aver mostrato nei suoi film una realtà che il regime di Teheran non approva. Cos’è il pianto per lei?
È l’espressione del cuore, non mi vergogno di aver pianto in situazioni ufficiali. Il cuore deve potersi esprimere! Il pianto è l’esperienza più completa di empatia. Certe volte siamo solo ipersensibili perché siamo stanchi o troppo scoperti. Ma con la maturità conosciamo meglio le nostre emozioni, siamo più consapevoli delle nostre reazioni. Quando parliamo di maturità, di vecchiaia, ci riferiamo sempre solo ai cambiamenti della pelle, ma mai abbastanza alla liberazione e alla leggerezza che l’esperienza ci da.

A un giornale inglese non molto tempo fa ha dichiarato: «È normale per una donna francese essere considerata un’iniziatrice, una dea dell’amore!». Essere etichettata, anche se l’etichetta è prestigiosa, non la infastidisce?
Nessuno dovrebbe mai essere messo in una scatola. La vita non è geometria. Ma io dimentico le interviste che faccio, l’oblio è il terreno più fertile per coltivare nuove idee e avviare nuove esperienze! Ed essere di fronte a una macchina da presa è una sfida sempre nuova, è una storia d’amore, ti confronti col vuoto, con la responsabilità, la paura, la gioia, ti poni domande, c’è la sorpresa, c’è Dio e c’è anche solo la persona in carne e ossa che dice la parola fatale: «Azione!». Se la sfida è un salto nell’oceano dell’essere io ci sto!

Parlava di invecchiare. I suoi primi piani erano intensi nel 1991 in Gli amanti del Pont-Neuf e lo sono ancora oggi, nel 2012 in Cosmopolis.

Quando lavoro posso solo affidarmi al direttore della fotografia, al montatore, al regista, ai loro sguardi e al loro amore. Se sei filmato con amore e intelligenza e se dietro quel film c’è una visione, non importa l’età che hai, sarai sempre bella. Questa è la mia filosofia e spero di poterci credere il più a lungo possibile. E poi quello che interpreto è più importante di me, quando lavoro non c’è spazio per ansie narcisistiche. Certo, dopo, quando torno a casa, anch’io posso pormi le mie piccole domande, come: «Sarò stata a posto? ». Di colpo torno alla realtà.

Robert Pattinson, che di Cosmopolis è il protagonista, è un’icona globale, l’immagine vivente della bellezza e della giovinezza. Una scelta perfetta.

Ho incontrato Robert per la prima volta sul set. Devo ammettere che non avevo visto i suoi film. E ho scoperto in lui una fiera passione cinefila, conosce il cinema molto meglio di me. È stato bello e divertente lavorare con lui, è un uomo molto ambizioso: produrrà e dirigerà i suoi film un giorno.