Flags of our fathers: gli eroi non esistono

Flags of our fathers (Flags of our fathers, USA, 2006) di Clint Eastwood; con Ryan Phillippe, Jesse Bradford, Adam Beach, Barry Pepper, Jamie Bell, Neal McDonough, Paul Walker, John Benjamin Hickey.

Sicuramente le illusioni, le cose che vorremmo fossero vere e gli autoconvincimenti che spesso ci facciamo, ci aiutano a vivere "meglio" e a tenere nascoste crude e dolorose verità. La foto scattata a Iwo Jima in cui sei soldati americani innalzano la bandiera americana è servita a far sì che la gente in America avesse fiducia in una guerra che a breve sarebbe finita, e servì a chi di dovere per accapparrare soldi. "Una foto può farci vincere o perdere una guerra", quasi uno slogan. Anche se la verità riguardo a quella foto era così scomoda che doveva essere tenuta segreta. Solo tre soldati ritratti (John "Doc" Bradley, Ira Hayes e Renè Gagnon) erano sopravvissuti, e quei tre avrebbero dovuto lanciare un messaggio forte e chiaro agli Americani, un messaggio da eroi di guerra. Ma come continuare a fingere a se stessi e agli altri e come poter dimenticare certe cose e certi orrori?
Clint Eastwood dirige con questo primo capitolo del doppio film sulla battaglia di Iwo Jima un film complesso, in cui si fondono le scene belliche e gli orrori della guerra e il potere della politica che manomette e contorce le verità. Con un continuo uso del flashback, Eastwood fa rivivere ai suoi tre protagonisti molti episodi che li vedono protagonisti, tra il ricordo dei loro compagni per cui avrebbero dato la vita e le sanguinose battaglie. La fotografia annulla i colori e ci offre l'isola di Iwo Jima in toni grigi, cupi, e la tensione delle battaglie è esasperata dalla violenza che non risparmia nessuno. Dall'altra parte intanto c'è l'America che tenta in ogni modo di convincere la gente a sganciare soldi e che nasconde le sue verità, tra i bagliori dei fuochi d'artificio, i flash dei fotografi e gli applausi della folla che accoglie i tre eroi. Che poi sono eroi solo quando servono, tant'è che Ira Hayes non viene neanche accettato nei bar perchè indiano.
Raccontato dal punto di vista del figlio di Doc in cerca ci testimonianze per scrivere un libro su quelle vicende che il padre, in punto di morte, non ha mai voluto raccontargli, Flags of our fathers è duro e crudo, certamente non solo nella violenza e nei corpi martoriati (ed è vero che fa ancora più male quando Doc ritrova il cadavere di un grande amico, Iggy, decisamente mutilato, ma non ci viene fatto vedere), ma in ciò che dice. Gli eroi non esistono, e non sono esistiti in quella guerra fatta da ragazzi che magari combattevano anche per la loro Patria, ma combattevano soprattutto per i loro compagni. Ed è così che li vuole ricordare Doc: solo dei ragazzi, degli amici. E la scena finale offre quell'emozione che purtroppo gli ultimi minuti della pellicola, in un finale decisamente un po' lungo e con un momento da tagliare (si vede lo zampino di Spielberg nel dialogo tra figlio e padre morente), non riescono a dare. Sono proprio certe scene, certi momenti in cui la retorica sembra prendere il sopravvento (soprattutto il finale) che forse fanno scordare la lucidità, la crudeltà e l'emozione che comunque nella pellicola ci sono. E la sensazione è un po' quella di capolavoro mancato, e i capolavori di Eastwood, soprattutto Million Dollar Baby, restano nel cuore.

Voto Gabriele: 8
Voto Federico: 7

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