Dal Friuli alla Puglia: echi contemporanei di un cinema indipendente italiano

Con l’avvento della primavera anche in sala potrebbe aprirsi una stagione meno “rigida”. Tra fine marzo ed i primi di aprile usciranno infatti due film indipendenti italiani da tenere d’occhio, ossia The Special Need e In grazia di Dio

Capita di andare in sala e, fra un blockbuster, un film d’autore o semplicemente un pessimo film, beccare qualcosa che vada al di là delle aspettative (!). Non semplicemente in termini qualitativi, ma proprio in relazione all’offerta. Proprio in questi giorni, mentre ancora circola una sorta di euforia per l’Oscar a La grande bellezza, sono stati sottoposti alla stampa due pellicole. Una un po’ meno piccina dell’altra, sebbene in entrambi i casi si tratti di lavori concepiti al di là di certi compromessi, non di rado tipicamente italiani, nonostante non siano logicamente tutto avulsi da qualsivoglia accomodamento artistico, s’intende. Per convenzione si usa parlare di cinema indipendente. Quello che fa anziché disfare, e che si prende non pochi rischi anche perché forse c’ha solo da guadagnare – o tutto da perdere, che in fondo è la stessa cosa.

Dicevamo di questi due film. Uno è The Special Need, del friulano Carlo Zoratti, girato tra Terenzano (vicino Udine), Austria e Germania. L’altro è un film se vogliamo un pelo più ambizioso, ambientato in un paesino della Puglia, diretto da Edoardo Winspeare, il cui titolo è In grazia di Dio. Film diversissimi tra loro, il cui unico punto di contatto sta nell’offrire, ciascuno a proprio modo, una variante ad un certo cinema italiano stanco, svogliato e da troppo tempo privo di mordente.

Onde evitare fraintendimenti, chiariamo pure che noi qui non stiamo scoprendo nulla, dato che prima ci hanno già pensato due Festival, i quali hanno avuto il merito di scommettere sulle due pellicole sopra citate. Il film di Zoratti è infatti passato, tra gli altri, a Locarno l’anno scorso; mentre quello di Winspeare lo si è visto qualche settimana fa a Berlino nella sezione Panorama. Insomma, se c’è qualcuno per cui queste righe hanno un senso costui o costoro non si trovano certo all’estero.

The Special Need ci parla di Enea, un ragazzo autistico la cui ambizione è quella di fare sesso; ma non con una ragazza qualunque, bensì con la donna della sua vita. Diciamo allora di «fare l’amore». Lì per lì leggi la trama e temi possa trattarsi dell’ennesima pubblicità progresso travestita da prodotto vagamente cinematografico, opera magari anche meritoria ma sulla cui utilità c’è sempre da discutere. Capite dunque perché alla fine ricredersi ha una valenza tutta sua, quando realizzi che, per quanto ineludibile, la tematica della disabilità viene qui trattata con un’idea che regge. Ma soprattutto proposta in maniera credibile oltre che garbata. Perché? Perché l’obiettivo è un altro. Districandosi tra le pieghe naif di una storia delicata, Zoratti evita quelle zone d’ombra o peggio ancora minate che sono rappresentate dall’eccesso di accondiscendenza da un lato e dalla costruita pesantezza dall’altro.

E se vano sarebbe stato “normalizzare” una situazione che di ordinario ha poco o nulla, ancor meno agevole era evitare di scadere nella solita denuncia, lasciando che il film finisse con l’essere fagocitato dalle oramai stantie istanze di un certo cinema impegnato. Cinema insomma di cui non se ne può più da tempo, tanto è insopportabile – o insopportabilmente proposto. No, quella di Zoratti è, né più né meno, una commedia, con in più quel taglio documentaristico che fa la differenza e che anzi, a frequenti tratti, prende il sopravvento. Ma il regista ci tiene a precisare che non si tratta di un documentario tout court e noi non solo gli crediamo, ma riteniamo corretto farlo notare. Anche perché i mezzi non sono certo quelli di un film di finzione “tradizionale”: se a questo aggiungiamo l’atmosfera spontanea che si respira per l’intero film, l’equivoco è più che motivato.

Come si riesce perciò a sopperire a queste presunte mancanze in The Special Need? A tal proposito ci vengono in mente alcune parole di Fellini, quando invitava i registi, giovani e meno giovani, a girare film onesti, o per lo meno sinceri. Ecco, è proprio la sincerità a “salvare” questo film. La sua modestia è più che controbilanciata da una pacata integrità, che mai si vuole mettere in mostra, gridando ai quattro venti quanto sia buona e brava contro tutto e contro tutti.

Tanto che ci tocca tornare sulla categoria menzionata poco sopra, se non altro per chiarirne la portata. Una certa idea di commedia, che non riguarda solo film italiani ma provenienti un po’ da tutto il mondo, specie USA, ci ha fatto credere che se non si ride, se non ci si «diverte» non va bene. Si è sconfinato così nel comico, involontario, inopportuno, anche perché certi film vivono in quel limbo a metà strada, infilando a forza pillole di commozione laddove prima non ci si è premurati di costruire un contesto adatto sostenere certe derive. The Special Need non accetta questi sterili compromessi e, per quanto possibile in meno di un’ora e mezza, la realtà ce la restituisce tutta insieme.

Enea, l’ignaro protagonista, diventa per noi qualcosa di simile a quel particolare amico che è per Carlo e Alex. Ci fa sorridere, ci fa commuovere, ci fa incazzare e ci fa passare l’incazzatura. Non si capisce nemmeno se il suo sia un bisogno reale o meno, ma la sua innocenza nel vivere questa sensazione colpisce, quantomeno perché risulta interessante. Cosa che non si può dire in relazione a tanti, troppi altri film, spesso e volentieri ben più blasonati.

Come abbiamo accennato poco sopra, diverso ma affine è il discorso che va approntato per In grazia di Dio. C’è di più: qualcuno potrebbe pure dissentire sull’accostamento, perché in questo ultimo caso i mezzi sono diversi come anche i propositi, malgrado lo stesso regista abbia definito quest’ultimo «un film a chilometri zero». È lo spirito che è analogo, a partire dal ricorso ad attori non professionisti, mossa felice anche a dispetto dei limiti che tale scelta comporta.

Un film che, così per come ci è stato mostrato, appare troppo denso, senza peraltro la reale necessità di esserlo. Un lavoro che, ci dicono, necessita ancora di parecchie smussature e su cui quindi tocca soffermarsi con una certa cautela. Ma è proprio per questo che vale la pena parlarne. Il film di Winspeare è come una statua di marmo raffigurante un uomo dalle forme credibili e aggraziate dalla testa alla vita, solo che non si tratta di un mezzo busto. Il motivo è che il marmo che si trova nella parte inferiore non è stato ancora lavorato a dovere, per cui le gambe, che ci sono, si scorgono appena. Tuttavia, tanto basta per trarne alcune ragionate conclusioni.

Siamo a Capo di Leuca, oggi, al tempo della crisi economica più nera. Quattro donne, tutte imparentate tra loro, devono far fronte alla chiusura della fabbrica di famiglia. Scelta radicale ancorché forzata dai debiti crescenti e dalle mancate commesse, che costringono Adele ed il fratello ad optare per il classico male minore. Ecco l’analogia. Checché se ne dica, la mente va di nuovo a quel cinema civile che non è un male di per sé ma che è stato tenuto in vita ben oltre la sua scadenza così per come lo si conosceva, motivo per cui si è finito col rischiare di mettere in discussione pure opere meritevoli appartenenti a tale categoria. Ed anche in questo caso è bello avere avuto l’impressione sbagliata.

Winspeare, che bravo lo è, e pure logicamente più scafato rispetto all’esordiente Zoratti, prende quelle premesse col solo intento di immagazzinarle quanto prima per non più tornarci. Non che nel film ci riesca così facilmente, ma questo emerge anche da quella strabordante seconda parte. Essenzialmente perché troppo lunga, certo, ma che al tempo stesso svela la reale intenzione del regista, che è quella di soffermarsi sulle persone, su come vivono e si confrontano con un cambiamento di questo tipo. Anche qui, come nel caso di The Special Need, non vengono disprezzate quelle piccole misure tese ad integrare un briciolo di poesia a film che di poetico hanno nulla. Ma ci sta. Anzi, se nel film di Winspeare certi evocativi carrelli su strade sterrate deserte fossero stati gestiti meglio, il loro senso ne avrebbe guadagnato ulteriormente. In alcuni punti si ha infatti l’impressione che una determinata sequenza la si sia voluta inserire a prescindere dal discorso che si stava portando avanti, o per affezione o perché impropriamente giudicata funzionale.

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Tutti sintomi di quella mancata completezza sopra accennata, ma che al tempo stesso ci informano involontariamente di un film ad ogni modo compiuto, non solo circa le buone ma spesso inutili intenzioni, quanto soprattutto sulla possibilità oggettiva di porvi rimedio e far seguire a queste qualcosa di concreto. Perché a dispetto di escrescenze di vario tipo, di una buona mezz’ora di troppo, il cuore di In grazia di Dio rimane intatto, robusto e operante.

Bisogna ammettere una certa perplessità quando si pensa che oramai certi film sembrano così scriptati che, tutte le volte che tale format viene contraddetto, l’attenzione sale e non di poco. Così quando la famiglia, tutt’altro che unita, si trasferisce in campagna, prefiguri un corollario in cui la povertà coatta faccia rinsavire un po’ tutti, mandando a scatafascio una narrazione che fino a quel punto deve solo carburare in funzione di ciò che viene dopo. Invece la storia grazie al cielo prosegue, ed anche in questo caso fedele a sé stessa. Nessuna redenzione laddove non desiderata, non voluta. La vita è quella di prima, solo con problemi differenti; né migliore né peggiore… semplicemente diversa. Un’esistenza la cui trasposizione è imperfetta, va concesso; ma che si sforza di lavorare su quella autenticità di fondo di cui si può e si deve dire solo bene. Perché quasi sempre l’ordinario è più difficile da raccontare rispetto a tutto il resto.

Insomma, volevamo fare un breve punto sulla situazione e l’abbiamo fatto. Senza alcuna pretesa di esaurire una panoramica che richiederebbe più tempo e più materiale, né tantomeno profondendoci in proclami ottimistici oppure pessimistici. C’è poco da divinare riguardo ad un futuro che al momento non esiste nemmeno, perché sia The Special Need che In grazia di Dio sono realtà. Non sono prodotti a cui spetta risollevare o far ricredere su alcunché; tuttavia ci sono. E questa è la notizia.

Senza nulla togliere, s’intende, ad altri film in un modo o nell’altro rientranti in questo filone indipendente. Film che non abbiamo citato ma che sono comunque sintomo di qualcosa che si muove. Pensiamo a Salvo, su cui ci siamo già soffermati l’anno scorso, quando a Cannes riscosse consensi più o meno unanimi alla Semaine de la Critique. Oppure a Su Re, passato dalle parti del Festival di Torino nel 2012 e di quello di Rotterdam nel 2013. Il cinema in Italia è ancora vivo ed è italiano, a dispetto di tutto e tutti. Si parta (o riparta) da qui.

The Special Need verrà distribuito dalla Tucker Film tra l’1 e il 4 aprile in alcune sale. Questa la pagina ufficiale.

In grazia di Dio verrà distribuito da Good Films a partire dal 27 marzo. Questa la pagina ufficiale.

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