Storia di una ladra di libri: Recensione in Anteprima

Nella Germania funestata dalla guerra una ragazzina trova riparo, per sé e per gli altri, nei libri. Dal bestseller al film, Storia di una ladra di libri ci racconta la storia della piccola Liesel

La guerra è di lì a venire, mentre la Germania è già pienamente inserita nell’era con Hitler al comando. Un treno sferraglia a gran velocità su una distesa sconfinata di neve, mentre una voce in sottofondo ci introduce la piccola Liesel, a bordo di quello stesso treno. È il viaggio della speranza, quella per una vita migliore, che però parte sotto i peggiori auspici: il fratellino, infatti, muore lungo quella traversata. Giusto il tempo di seppellirlo che Liesel e la madre si avviano verso la nuova casa della ragazzina, presso una scorbutica signora ed il gioviale marito. D’ora in avanti Hans (Geoffrey Rush) e Rosa (Emily Watson), questi i loro nomi, saranno il papà e la mamma di Liesel.

Storia di una ladra di libri è tutto incentrato sui rapporti che la protagonista va intessendo con alcuni personaggi, senza troppi riguardi per la cornice. La vita della giovane protagonista si ritrova immersa in questo piccolo borgo di provincia, con i suoi volti e le sue dinamiche ricorrenti, sui quali però il film glissa, evocandoli giusto per segnalarne la presenza. Se ne abuserà, certo, ma definire l’andamento di questo film didascalico è effettivamente inevitabile, tanto è adeguato il suo utilizzo. Percival prende questa ragazzina e ci mostra per tutto il tempo questo suo esperimento non tanto dell’ambiente ma delle persone in cui incappa; a qualcuno si lega, e sono i co-protagonisti, ad altri meno o per nulla.

La tematica, sulla quale il cinema si è soffermato senza posa, qui sembra un po’ offrire il pretesto per intavolare un discorso per lo più strappalacrime. L’esistenza della nuova famiglia di Liesel viene sconvolta dall’arrivo di Max, ragazzo ebreo che Rosa ed Hans decidono di nascondere; ma in fondo Storia di una ladra di libri tende furbescamente anche di divincolarsi dal tema duro e puro della persecuzione ebraica di quel periodo, soffermandosi più sulla condizione generale di chi attraversa un periodo così duro come quello che una guerra comporta.

Non mancano, è chiaro, certe scaltre concessioni, come quando Max e Liesel si fanno delle grasse risate prendendo in giro il Fuhrer, nell’intimità di una fredda stanzetta che però li mette al riparo dalla cappa nazista che c’è fuori. Ed in fondo è il film stesso ad offrire delle tracce, che si parli dell’uomo in relazione a Dio (come quando Max sottolinea che le differenze tra religioni sono microscopiche e marginali) o dell’uomo preso a sé stante, con quella voce narrante che ricorre con stupore e meraviglia circa quel teatrino che sono le dinamiche umane.

È un film che a dispetto di questi temi alti, senz’altro ostici, punta più alla pancia, talvolta dissimulando quella già citata ingenuità a tal punto da mimetizzarsi anche troppo bene tra le produzioni da target specifico, nel nostro caso per ragazzi. Ma è un po’ come volersela suonare e cantare al tempo stesso, per via della piattezza con cui scorre il film; ché se dopo mezz’ora non guardate l’orologio e ne volete ancora allora vuol dire che è il film che fa per voi – o qualcosa del genere.

Immagazziniamo questi piccoli smottamenti narrativi che rappresentano grossomodo dei giri attorno allo stesso punto per poi proseguire verso la medesima direzione. Il punto è che non si sa di preciso dove si voglia andare; o meglio, lo si sospetta, quasi con “preoccupazione”. Anche perché lungo il viaggio ci si prende poco scrupolo nel conferire una sorta di verosimiglianza alla vicenda, che peraltro è vera quantunque romanzata. D’altronde il film è tratto da un romanzo (La bambina che salvava i libri) che è rimasto tra i bestseller sul New York Times (come non avrebbe potuto?) per ben sette anni. Dunque non un semplice fenomeno passeggero, ma una realtà editoriale solida e conclamata, la cui trasposizione a queste condizioni costituiva una tappa ineludibile del suo percorso.

Rimane però quell’eccesso di placidità con cui la vicenda inizia, si svolge e poi si conclude. Un andamento, se vogliamo, eccessivamente teatrale nel senso deteriore del termine. E dire che Geoffrey Rush c’è e si vede, anche per via di un personaggio che gioca “facile”, Emily Watson non è malvagia neppure, ma a parte loro due tutti gli altri si muovono sul confine dell’anonimato. Sì, Sophie Nélisse inclusa, che forse non era ancora pronta per un ruolo di questo tipo. Niente riesce realmente ad assorbirci, malgrado del materiale nient’affatto banale, tra la passione ed il significato della lettura e del narrare nello specifico, o la fragilità di una bambina che vede costantemente messi in discussione i suoi già incerti punti di riferimento. Niente da fare, durante la visione ci si avvicina alla fine quasi boccheggiando, tanto che ai titoli di coda si tira quasi un sospiro di sollievo. E di certo non per l’immancabile lieto fine, anche se in questo caso trattasi di un happy ending piuttosto smorzato. Comprendiamo le intenzioni, ma le perplessità restano.

Voto di Antonio: 4,5
Voto di Federico: 4.5
Voto di Gabriele: 4

Storia di una ladra di libri (USA, Germania, 2013) di Brian Percival. Con Geoffrey Rush, Emily Watson, Sophie Nélisse, Ben Schnetzer, Nico Liersch, Joachim Paul Assböck, Kirsten Block, Sandra Nedeleff, Rafael Gareisen, Godehard Giese, Hildegard Schroedter e Gotthard Lange. Nelle nostre sale da giovedì 27 marzo.

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