Nymphomaniac: perché per ora è no (a parole nostre)

In attesa della nostra recensione, ecco alcune impressioni più o meno a caldo sul Volume I di Nymphomaniac, a due giorni dall’uscita in sala dell’ultimo lavoro di Lars von Trier

Questa non è una recensione. È chiaro dal titolo ma niente di male a confermarlo esplicitamente, anzi. Solo che la prima tappa di uno degli appuntamenti dell’anno (per alcuni L’appuntamento) ce la siamo appena lasciati alle spalle e non si può rimaner lì a rigirarsi i pollici. Di Nymphomaniac s’ha da dire qualcosa ma non più di questo. Punto primo perché, essendo opera divisa in due parti, la visione d’insieme è d’obbligo. Punto secondo… beh, dato che la scelta di vederlo a metà non è dipesa da noi, chi di dovere avrà certamente pensato che accostarsi alla “critica” della sola prima parte non fosse affatto un crimine, non per ora. O almeno speriamo.

Per chi avesse vissuto in un rifugio antiatomico in attesa che i Maya avessero ragione, stiamo parlando del tanto chiacchierato ultimo lavoro di Lars von Trier, quello che già in partenza riuscì a far dire a mezzo mondo che il suo sarebbe stato un porno, sebbene lui non abbia mai nemmeno pronunciato questo termine quale definizione del suo film: gli è bastato semplicemente suonare il proprio campanello e gli altri, a mo’ di cani pavloviani, hanno risposto esattamente com’era preventivato. Ci sta, fa parte del gioco. D’altra parte von Trier che gira un film esplicito su una ninfomane (definizione di gran lunga più aderente alla realtà) sembra di per sé una battuta; non a caso è proprio così che sembra averla immagazzinata il diretto interessato. Sì perché ce lo immaginiamo il regista danese, come era solito fare Fellini, ad apporre un memento in posti chiave durante le riprese; sopra c’è scritto «ricordati che questa è una commedia». Mi pare che nessuno l’abbia posta in questi termini, eppure alcuni hanno sviluppato i propri ragionamenti su questo film lasciando vagamente a intendere questa conclusione, allorquando ammettono che a tratti si ride e pure di gusto.

La cosa a suo modo “sorprendente”, infatti, è che i picchi di Nymphomaniac siano in larga misura rappresentati da scene, uscite o battute divertenti. Un po’ come qualcuno che racconta delle freddure sconce ma sofisticate, si finisce con lo strappare una risata sincera per la reazione della moglie cornuta, per la conta dei colpi subiti, per la metafora della pesca con immagini alternate, per un sacco di patate e via discorrendo. Tutte cose che fanno sorridere pure genuinamente, ma allora si ammetta con altrettanto candore che ci troviamo dinanzi a qualcosa che non è, in maniera un pelo altisonante, «una lunga e profonda storia che scorre sul letto del fiume, narrata in un contesto quasi terapeutico e che trascina lo spettatore fino all’orlo del precipizio», come si può leggere altrove.

Perché in fondo, più che in altre occasioni, a ‘sto giro von Trier, da tempo consapevole delle proprie, innegabili doti, tanto di regista-narratore quanto di affabulatore, gioca senza star lì a dissimulare alcunché. Non si sforza più di tanto nel costruire un’impalcatura invisibile; come con un mago, mi pare di capire che si è soliti darsi ai film di von Trier con la consapevolezza che il trucco c’è ma non si vede. Ed è talmente ben camuffato questo trucco, che tanti e tanti vontreriani hanno fatto proprio il “dogma” (quello vero, altro che il 95!) secondo cui al diavolo se quel numero di magia è impossibile… grazie a Lars sembra vero, e tanto basta. No, su Nymphomaniac si potranno anche sprecare fiumi d’inchiostro, e non dubito che sarà così: solo che stavolta sarà più difficile venderla come in passato. D’altronde a tanti di noi piace accalcarci su certe cose, e già soltanto su un frammento come il Capitolo 5, tra polifonie à la Bach e spugne sotto le ascelle, potrebbero venir fuori saggi, se non addirittura tesi di laurea negli indirizzi più disparati; l’importante è non prendersi troppo sul serio. Ma è qui che, con ogni probabilità, si consumerà definitivamente l’ennesima vittoria di von Trier. Penetrazioni o meno.

In attesa dunque di capire dove voglia andare a parere la persona non grata a Cannes par excellence, ci si può solo limitare a poche cose. Oltre a quanto già scritto, bisogna aggiungere che il film per lo più annaspa, a tratti pure vistosamente. Si percepisce che a von Trier non interessi l’analisi del fenomeno quanto piuttosto la condizione, irriducibile a mere categorie, di questa donna; non a caso ci pare che la metafora della pesca si applichi bene proprio al lavoro di Lars nei confronti del suo pubblico, usando l’esca di cui al titolo (Nymphomaniac) e agitandola abilmente fino a quando i pesci non abboccano (e abboccheranno, abboccheranno…). E più che una summa sul suo cinema, forse sarebbe più appropriato rilevare che è un pretesto per infilare qui e lì cose che lo riguardano in prima persona, anche passando per citazioni tratte dalla sua filmografia, certo – come il discorso sugli antisionisti da parte di Seligman o il dogma tradito da B. Tra una cosa e l’altra von Trier trova pure il modo di dare indicazioni, fornire indirizzi, in maniera nemmeno così sottile: «temo che questa storia alla fine abbia pure una morale», dice Joe prima di cominciare il suo racconto, oppure «andiamocene prima che lo scenario diventi grottesco», avverte il personaggio della Thurman dopo averlo senz’altro oltrepassato, il grottesco. Va da sé che anche questo è un gioco, e che come tale non va preso alla lettera ma probabilmente nemmeno ribaltato.

Tornando però a quello che potrebbe essere il nocciolo della questione, l’aspirazione (sic) di questo film, il discorso imbastito in questo Volume I è più pretenzioso che altro. Fate attenzione alla struttura, tutt’altro che inedita, e confrontatela con i suoi film precedenti: qui la progressione è molto più scollata, venendo palesemente meno quella compattezza che avrebbe dovuto caricare a dovere i vari episodi, i quali si distinguono più per eccesso di costruzione che altro. Girando intorno al medesimo punto, non si ha pressoché idea riguardo a dove voglia andare a parare von Trier: una vera manna per coloro i quali, stando così le cose, potranno sbizzarrirsi a dire o scrivere di tutto e di più – perché comunque di spunti ce ne sono, ci mancherebbe. Salvo costoro non essere ridimensionati dal Volume II, sulle cui spalle grava l’ineludibile peso di dare consistenza non solo all’intero progetto ma anche a quel difettoso scherzo d’autore che è questa prima metà.

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