Nessuno mi pettina bene come il vento: Recensione in Anteprima

L’ansia e l’irrequietezza a dispetto dell’età e della condizione in questo ritratto ineffabile di tre personaggi agli antipodi. Peter Del Monte torna in sala con Nessuno mi pettina bene come il vento

Un ragazzino viene ritrovato morto sulla battigia. Sono le prime ore del mattino. La madre di Yuri, uno dei protagonisti di questa storia, chiede al proprio figlio se ne sa qualcosa mentre lui ribatte che potrebbe trattarsi di uno di quei tossici che si aggirano per la zona. Da un’altra parte di quello stesso paesino, una giornalista sta intervistando una scrittrice, Arianna, nella sua casa-eremo. La giornalista è lì di passaggio, fa quest’intervista al volo e poi riparte perché ha un aereo per Dubai. Con sé ha una figlia, Gea, una ragazzina taciturna ma non meno irrequieta che si chiude nel bagno perché non vuole essere lasciata dalla nonna. Ed allora resterà lì, insieme alla scrittrice, che suo malgrado si dice disponibile ad ospitare la piccola essenzialmente perché spiazzata dagli eventi.

Con due scene, di cui quest’ultima è la più lunga, Del Monte pone le fondamenta di tutto ciò che è Nessuno mi pettina bene come il vento. L’inquietudine, la sorpresa, l’imprevedibilità di quanto ci accade, talvolta ben al di là del nostro desiderio di “programmare”. Tre i personaggi forti di questa storia piuttosto ermetica, ossia Yuri, Gea e Arianna. Tre esistenze inspiegabilmente intrecciate, sebbene si tocchino solo di striscio. Il tentativo di offrire una netta spiegazione di quanto offre questo film è affare un po’ complesso, il che già di per sé tende a deporre in suo favore.

Non si tratta di uno di quei lavori che procede le elucubrazioni, sensazioni o finti ragionamenti di un autore che ha preferito infilare tutto ciò che gli passa per la testa senza conferire organicità al suo lavoro. È che Del Monte qui lavora per sottrazione; taglia taglia, alla fine si avverte che c’è qualcosa, anche se in questo processo di traslitterazione dalle immagini alle parole hai la percezione di perdere questo “qualcosa”. Ché se dovessimo stare lì ad approfondire certi episodi finiremmo col banalizzarne la portata.

Perché in fondo i fatti di Nessuno mi pettina bene come il vento sono banali. Volutamente. Una scrittrice che si è ritirata in questa villetta che dà sul mare più per rifugiarsi dalla vita che per trovare ispirazione (!); un adolescente costretto ad un’esistenza miserabile, tra spaccio di droga ed amicizie inconsistenti; una ragazzina sballottata da un genitore all’altro convinta di essere stata adottata. Eppure c’è un mistero che s’insinua tra le pieghe di questi personaggi e del loro scontrarsi più che incontrarsi. Quasi fossero elementi ostili per natura l’uno all’altro, la loro vicinanza si traduce in instabilità. Da subito.

Tra tutti, Gea rappresenta l’elemento più imperscrutabile, la bugia fatta carne, che in quanto tale alle volte somiglia sfacciatamente alla verità. Un personaggio scritto con giudizio, non esente da difetti ma comunque particolare. È lei che innesca le svolte, portando avanti una trama per lo più blanda, contraddistinta da pochi passaggi. Muovendosi su un binario impercettibile, Del Monte ricama sopra più piani, alternando alcuni sprazzi d’onirico con situazioni tendenti al “realistico”. Un registro che spiazza, anche se a tratti, perché c’informa di un’imminenza che magari non si concretizzerà, sebbene fino alla fine si dia per scontato che l’inevitabile accadrà, per l’appunto.

Eppure questa progressione su un binario così incerto, indefinito, rappresenta giocoforza il limite più evidente dell’opera: restare in superficie riguardo a una storia così “fumosa” è un po’ come rimanere bloccati alla stazione in attesa di un treno che non passerà mai. Perché mentre gli eventi procedono a rilento, Nessuno mi pettina bene come il vento lavora all’ombra di quanto osserviamo nell’immediato, fomentando quel mistero di cui si avverte l’esistenza sebbene la sua descrizione ci resti preclusa.

Ed è in fondo la fatica del vivere, nonché la sua ineffabilità, il percorso attraverso cui si sostanzia questa meta sbiadita. Ci si arriva a fatica ma nondimeno se ne coglie la presenza. In questa tela di poche e scarne relazioni, dov’è fondamentale intercettare silenzi, intercalari, o magari qualche raro “eccesso”, prende forma un contesto cupo, segnato da un cielo costantemente grigio. Incolore, dunque. Finché Gea, come un alieno, non viene a portare quei colori che non sono mai accesi ma di cui se ne sconosceva l’esistenza. È vero, bisogna riconoscere che ci si mette un po’ per arrivare in cima, né è detto che ci si arrivi. D’altronde è proprio del mistero non essere svelato del tutto. Ma gli elementi grossomodo ci sono e per lo più al posto giusto.

Voto di Antonio: 6

Nessuno mi pettina bene come il vento (Italia, 2014), di Peter Del Monte. Con Laura Morante, Andreea Denisa Savin, Jacopo Olmo Antinori, Maria Sole Mansutti, Massimiliano Carradori, Aurora Garofalo, Marco Paparoni, Sergio Albelli, Monica Dugo, Giada Cortellesi, Luigi Iacuzio, Irina Ustsinava, Diego Ribon, Paco Reconti e Paolo Graziosi. Nelle nostre sale da giovedì 10 aprile.

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