Tu dors Nicole: Recensione in Anteprima

Il compito, arduo, di crescere mentre tutto ciò che ci circonda tende a complicarci le cose senza nemmeno sforzarsi troppo. Surreale coming-of-age con vocazione minimalista, Tu dors Nicole maneggia con opportuna ironia e senza false ipocrisie l’ansia di una ragazza alle prese con le cose di tutti giorni

Nicole è poco più che una teenager, come si sentiva dire fino a non molto tempo fa. Una ragazza che dunque sta attraversando un periodo delicato della sua vita, più rivolta all’età adulta che all’adolescenza. Vive ancora con i suoi, in una bella casa con piscina, e quasi per rompere la monotonia ha pure un lavoretto part-time. La sua migliore amica, Véronique, e lei sono inseparabili, tanto che appena ha inizio l’estate cominciano praticamente a vivere insieme.

Tu dors Nicole parte da tale presupposto: l’estate quale foriera di una nuova pagina, un nuovo capitolo che finalmente capovolga l’ansia di vivere avvertita sino a quel momento. I genitori di Nicole sono partiti e la giovane ha casa tutta per sé. Senonché il fratello, Remi, decide di approfittarne per insediarsi insieme alla sua band e trasformare il soggiorno in un’improvvisata sala prove.

Il film di Stéphane Lafleur dispone pressoché di ogni elemento tipico del coming-of-age, qui però proposto in salsa più autoriale, e se vogliamo pure di stampo ibrido, rispetto ad una sensibilità o del tutto americana o del tutto europea. Bianco e nero, inquadrature fisse, silenzi surreali, sono solo alcuni degli elementi assimilati che rimandano ad un certo cinema specifico, ovvero quello di Aki Kaurismäki. Meno glaciale rispetto al maestro finlandese, Lafleur coltiva però un gusto analogo per l’insolito, che non di rado sfocia nel sofisticato grottesco. Apporto fondamentale nell’ambito di una storia ridotta all’osso, che in buona sostanza ci parla di questo brevissimo periodo durante il quale Nicole vede andare in fumo in maniera tragicomica ogni speranza. Senza che l’estate entri nemmeno nel vivo peraltro.

La capacità del regista canadese è infatti quella di infondere una tragica ironia, a tratti confortante, ad una vicenda che invece è decisamente sconfortante. Gestendo molto bene i tempi, e ricorrendo ad un sarcasmo quasi sempre incisivo; quasi a dirci che non di rado il delirante si cela dietro l’ordinario. Nel giro di pochi giorni il piccolo cosmo di Nicole crolla a pezzi, scaraventandola in basso attraverso una serie di delusioni difficilmente tollerabili a quell’età. La vita della giovane protagonista si compone infatti di piccole cose, per lo più routine, o percepite come tali: il lavoro, le uscite senza senso, le discussioni che non portano da nessuna parte, il sesso insoddisfacente e via discorrendo. D’altronde basta osservarla, con quell’aria di chi ha sempre la testa altrove, disincantata, quasi inespressiva.

Eppure è una pesantezza che ci viene somministrata a piccole dosi, intelligentemente smorzata com’è da una serie di intuizioni che a conti fatti contribuiscono alla resa di un progetto sulla carta ben meno ambizioso. Nicole è stata fino a poco tempo prima la baby-sitter del piccolo Martin, un bambino di 10 anni che non smette di corteggiarla mantenendo un profilo da gentiluomo d’altri tempi. Nella prima scena in cui compare Martin, però, ci accorgiamo di questa particolarità: il bimbo non ha più la voce di un bimbo bensì quella di un adulto. Una voce suadente, da uomo vissuto eppure non ancora entrato negli –anta. Sono momenti esilaranti, mentre da quel volto d’angelo trasuda un’ovattata saggezza sotto forma di lezioni di vita a pillole.

Come spesso accade in contesti di questo tipo, l’accento viene posto sulle sfide che la giovane o il giovane di turno devono affrontare; prove alle quali col senno di poi si guarda sempre con tenerezza, specie se si è un po’ più adulti e certe cose appartengono ad uno spensierato passato. Cazzate. Quegli eventi nefasti Nicole gli sta sperimentando qui, adesso, mentre non sa nemmeno quale ferita leccarsi prima. Gli adulti, e con loro la maturità, possono aspettare, perché non c’è niente di peggio di veder sfumare cose alle quali in fin dei conti non si tiene manco un po’, come un viaggio in Islanda o una torbida relazione con l’amico del fratello, più grande e inaccessibile. È la presa di coscienza che il mondo non risponde ai suoi desideri, ai suoi appetiti, e sì che non ha nemmeno un palato così fine.

Tu dors Nicole ci racconta tutto questo, adottando un registro strutturalmente rigoroso in termini stilistici, per poi sviluppare il tutto in chiave marcatamente post-moderna. E non si può che sentirla vicina questa vittima della nostra epoca, del suo ambiente, mentre viene presa a pesci in faccia da tutto e da tutti; facendo certo sorridere, ma dandoci anche da pensare. Attraverso un viaggio dalla venatura onirica, come se tutto ciò che sta accadendo, nel bene e nel male, fosse solo l’ennesimo incubo da cui l’ammaccata protagonista è in procinto di risvegliarsi. Una sagace dark-comedy travestita da operazione buona giusto per un Festival. Ed infatti Tu dors Nicole è qualcosa di più e di diverso rispetto a ciò che si evince da quanto reca in copertina.

Voto di Antonio: 8
Voto di Gabriele: 8

Tu Dors Nicole (Canada, 2014) di Stéphane Lafleur. Con Marc-André Grondin, Julianne Côté, Fanny Mallette, Francis La Haye, Simon Larouche e Catherine St-Laurent.

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