Synecdoche, New York: Recensione in Anteprima del film con Philip Seymour Hoffman

L’angoscia di un autore dinanzi all’impossibilità di ricreare la vita attraverso la finzione. Da tutto ciò prende forma “Synecdoche, New York”, debutto dietro la macchina da presa per Charlie Kaufman, con un Philip Seymour Hoffman forse mai così inquietante, per ovvi motivi.

L’angoscia di un autore dinanzi all’impossibilità di ricreare la vita attraverso la finzione. Da tutto ciò prende forma “Synecdoche, New York”, debutto dietro la macchina da presa per Charlie Kaufman, con un Philip Seymour Hoffman forse mai così inquietante, per ovvi motivi

sinèddoche s. f. [dal lat. synecdŏche, gr. συνεκδοχή, der. di συνεκδέχομαι «comprendere più cose insieme»]. – Procedimento linguistico espressivo, e figura della retorica tradizionale, che consiste nel trasferimento di significato da una parola a un’altra in base a una relazione di contiguità intesa come maggiore o minore estensione, usando per es. il nome della parte per quello del tutto o viceversa (prora o vela per nave; vitello per pelle di vitello), il nome del genere per quello della specie o viceversa (mortali per uomini; felino per gatto), o anche un termine al singolare invece che al plurale o viceversa; differisce dalla metonimia, nella quale il trasferimento di significato da una parola a un’altra avviene in base a una relazione di contiguità spaziale, temporale o causale.

Sei anni. Tanto c’è voluto per portare nel nostro Paese “Synecdoche, New York”, senz’altro in ossequio a Philip Seymour Hoffman, che tra le riprese di questo film e la sua morte ha avuto il tempo di girarne altri tredici e mezzo. Eppure, nella sua bizzarria, questa scelta assume un senso tutto suo. Abbiamo una vaga di quanto si sia abusato di espressioni come “metacinematografico” e affini, ma il meccanismo che innesca la visione di un film come questo alla luce degli eventi ultimi nella vita del succitato attore si collocano su un piano di quel tipo: sentirlo infatti parlare di morte e di suicidio non può infatti lasciare indifferenti.

“Synecdoche, New York” si sofferma sull’impossibilità di ricreare la realtà attraverso la finzione. Un tema già affrontato, non di rado con esiti discutibili, sulla falsa riga di quello che è senz’altro l’esponente per eccellenza di tale filone, ossia 8 ½ di Federico Fellini. I più smaliziati sapranno cosa accadde immediatamente dopo il successo del film: tanti registi, specie tra i più giovani, scorsero nel capolavoro del maestro riminese una chiamata, convinti che «ecco come mi sento io… quel film parla di me, della mia situazione!». E come dar torto a chi incappò in un simile equivoco?

Anche il film di Charlie Kaufman, al debutto dietro la macchina da presa, è mosso da quest’ansia, struggendosi a fronte dell’incapacità di un autore nel dare vita a qualcosa di vero, o per lo meno sincero. Kaufman è anzitutto uno sceneggiatore, il cui curriculum dice qualcosa a riguardo, alla luce di due opere su tutte, ossia Essere John Malkovich e Se mi lasci ti cancello, di cui ha curato entrambe le sceneggiature. Uno che insomma da tempo dimostra tale sensibilità al confine tra ciò che è reale e ciò che non lo è, sondando intersezioni irrealistiche ed iperboliche tra le due dimensioni.

Caden Cotard è un regista teatrale con le sue fisime. Ipocondriaco, costantemente in crisi d’abbandono preventivo, impacciato nelle relazioni sociali, specie con l’altro sesso. Ad Hoffman si deve se nel primo atto di “Synecdoche, New York” il suo personaggio non è afflitto da cliché, cose già viste che in generale sono nel dna di un personaggio che, scrivilo come ti pare, in tanti, troppi possono dire di conoscerlo. La prima, surreale mezz’ora del film è infatti un continuo corto circuito: Kaufamn gioca col tempo mescolando i piani, mostra orologi per offrire delle possibili collocazioni temporali per poi disattenderli nel corso della medesima scena, come a dire che certe cose non contano nulla.

Synecdoche è un film che “avviene” nella testa del suo protagonista, totalmente assorbito da ciò che intende creare; una creazione su cui in nessun caso sembra avere alcun controllo, e che anzi lo sovrasta. Senza alcuna plausibile spiegazione, questa prima parte ci offre un personaggio che ha già imboccato la strada che lo condurrà sino alla fine del film: le sue ansie, le sue reazioni psicosomatiche che si riversano in irritazioni o rigonfiamenti cutanei. Il Caden che conosciamo ci è già dentro fin sopra la testa. A differenza, infatti, del già citato 8 ½ Synedoche non prevede alcuna riconciliazione da parte del regista, né con sé stesso, né con tutti i suoi personaggi. La sua è una parabole puramente discendente, verso un baratro che lui stesso a contribuito addirittura a costruire.

So che a questo punto chi legge potrebbe essersi smarrito, ma certo è che descrivere un film di questo tipo non solo è sconsigliabile ma non è neanche così agevole. Caden rientra nel programma MacArthur, un ambito e blasonato riconoscimento conferito ai cittadini o residenti americani che con il proprio genio si sono maggiormente contraddistinti in vista del loro ulteriore contributo creativo. Uno di quei premi, se così si possono definire, che dunque ti impegnano in funzione di quanto accade dopo, che non attestano nulla se non che d’ora in avanti sei tenuto a partorire solo capolavori. Una sentenza irrevocabile per Caden, che da quel momento ha in testa una cosa ed una soltanto: dare vita al suo opus magnum, l’opera definitiva che lo consacri quale regista assoluto.

Qui, suppongo, il film comincia, proprio a seguito di quest’evento che comporta la svolta definitiva, dalla quale non si torna più indietro. Ed è qui, ahinoi, che “Synecdoche, New York”, gradualmente, s’incarta con la stessa inesorabilità. Confinato in una enorme stazione in disuso adibita a teatro, Caden non intende più ricostruire alcunché se non ciò che è vero. Poco per volta mette su uno spettacolo che fa il verso alla vita, la stessa che poco a poco viene soverchiata dalla mole di comparse, eventi e situazioni che la rappresentano in questo mastodontico, artificiale palco. Per ogni persona coinvolta nella sua vita, infatti, il regista convoca attori e comparse. Compreso uno che interpreti sé stesso.

Ciò a cui Kaufman dà vita è una spirale potenzialmente infinita, perché come fa più o meno dire a Caden mentre osserva una Manhattan dalla sconfinata profondità di campo «quanti sogni e quante situazioni ci sono dietro ciascuna di quelle persone?». Troppe per poterle anche solo immaginare, figurarsi per rappresentarle in un’opera teatrale che vuole letteralmente ricostruire ciò che c’è fuori dal teatro. Tutto, per intero e senza compromessi. Il lavoro di una vita che infatti si protrae per una vita, senza mai giungere non dico al termine, ma anche solo a metà. Perché ogni giorno vanno apportate modifiche, aggiunte cose, espunte altre. Tenendo conto nel frattempo del tempo, quello vero, che scorre implacabile e che trascina con sé tutto e tutti.

Un discorso su cui potremmo attardarci per pagine e pagine, se non per interi tomi, avendone la competenza. In realtà però quanto accade in “Synecdoche, New York” è in fondo la metafora imperfetta dei limiti di questo film, che nel tentativo di mostrarci la sofferenza e il dolore di colui a cui non basta una vita intera per cogliere la differenza tra palco e realtà, si perde nei meandri di tale speculazione. Forse, e dico forse, manca a Kaufman quell’autorialità che gli avrebbe consentito di smorzare la freddezza di certi ragionamenti, obiettivamente complessi; evitandogli pure di apparire così indulgente verso sé stesso, perché, come in parte accennato poco sopra, è evidente che la questione gli stia a cuore. Così com’è “Synecdoche, New York” è una figura retorica incompiuta, estremamente fascinosa e pregna di spunti, che però rimangono per lo più in potenza. Nonostante questo, non ci si stanca mai abbastanza di fiaschi del genere, che in realtà vorresti sempre premiare. E di cui in fondo c’è comunque bisogno.

Voto di Antonio: 6

Synecdoche, New York (USA, 2008) di Charlie Kaufman. Con Philip Seymour Hoffman, Samantha Morton, Michelle Williams, Catherine Keener, Emily Watson, Dianne Wiest, Jennifer Jason Leigh, Hope Davis, Tom Noonan, Sadie Goldstein, Robin Weigert, Daniel London, Robert Seay, Stephen Adly Guirgis, Frank Girardeau, Paul Sparks, Jerry Adler, Lynn Cohen e Daisy Tahan. Nelle nostre sale da giovedì 19 giugno.

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