Big Wedding: Recensione in Anteprima

Opera essenzialmente priva di mordente con Robert De Niro, Diane Keaton, Robin Williams e Susan Sarandon, Big Wedding è una commedia blanda e tendenzialmente superficiale su famiglia e dintorni in cui non bastano certi rari sprazzi di ilarità

Il giorno delle nozze, fuor di luoghi comuni, è sempre un gran giorno. Ma in quanti possono dire di aver partecipato ad un gran matrimonio? Big Wedding, family-movie sui generis tutto equivoci e derive moderne, colma questa “lacuna” inscenando uno spettacolo possibile ma non per questo passabile. Cast di prim’ordine, tra un De Niro, una Sarandon, un Robin Williams ed una Diane Keaton, per un progetto che procede per espedienti.

In termini di narrazione, s’intende, dato che al già stravagante scenario si sommano le rivelazioni di fine rappresentazione, quando in qualche modo le somme si devono trarre e da qualche parte si deve pur approdare. Sì perché in fondo quella narrata in Big Wedding si pone come parabola sotto sotto edificante, sebbene offerta con simpatia e senza prendersi troppo sul serio. Così parrebbe, e invece.

Alejandro, giovane colombiano adottato in tenera età da Don (Robert De Niro) ed Ellie (Diane Keaton) Griffin, è in procinto di convolare a nozze con la bella Missy (Amanda Seyfried). I due si amano di un amore sincero, messo strenuamente alla prova da un’organizzazione e un sottobosco di personaggi che involontariamente o meno cospirano a queste attese nozze. C’è il prete (Williams), integerrimo sacerdote di Cristo, attento alla Dottrina prima, ecumenico simpaticone dopo, perché in fondo la Chiesa oramai è al passo coi tempi (sic). C’è la sorella di Alejandro, una stronza camuffata che viene dalla città: eccelsa sul lavoro, appena diventata socia di un grosso studio legale, meno impeccabile sul fronte relazioni, con il suo uomo da poco scappato di casa. C’è il fratello, medico brillante che si sta conservando casto fino al matrimonio, se non fosse per un piccolo intoppo. La madre biologica di Alejandro arriva infatti dalla Colombia, portando con sé l’esotica figlia nonché sorella del promesso sposo.

Ah quasi dimenticavamo: in realtà i Griffin non sono più “I Griffin”, dato che Don ed Ellie hanno divorziato vent’anni prima. Ora Don vive con Bebe (Susan Sarandon), vegana per vocazione che non permette al marito di ingozzarsi con tutti quei cibi o presunti tali che si vedono in TV. Una miscela esplosiva insomma, che promette di regalare ad attori e spettatori (del matrimonio) il giorno più indimenticabile. Cosa manca, infatti, per dare vita ad una serie di scene basate su incomprensioni, discordie pregresse e quant’altro? Nulla, ed infatti è su questo che ruota Big Wedding.

Che qualche risata la strappa pure, per carità, ma il cui sottotesto è meno leggero di quello che intende dare a vedere. Sai già dove andrà a parare quando Ellie, intrufolatasi quasi di soppiatto nella villa dei nuovi Griffin, quelli aggiornati, tenta maldestramente di nascondersi allorché un impetuoso Don è sul punto di applicare un promettente cunnilingus alla sua signora (la Sarandon). L’atmosfera gioviale, pressoché mai asfissiante o anche solo disagevole, è una coperta madida di buone intenzioni, quelle che sembrano suggerirci che, in fondo, chissenefotte della famiglia quando puoi averne due, tre o quello che ti pare. Discorso interessante, se non fosse che l’ansia di soffermarsi sulla tematica venga dissimulata da una struttura senza capo né coda.

E siamo al solito bivio: può una commedia pensata per il puro intrattenimento fornire un che di sensato ai fini di una qualsivoglia riflessione, oppure il suo mandato comincia e ha termine nel momento stesso in cui lo spettatore sorride prendendo gli autori per dei simpatici bontemponi? Di solito si ha la tendenza a rispondere che no, in fondo certe commedie basta che facciano trascorre del tempo in serenità ed è fatta. Ma se già sulla carta vengono evocate determinate questioni è bene che chi di dovere prenda le dovute misure per non sforare oltremodo. Tutto in Big Wedding è forzato, costruito con una leggerezza ed una ostentata superficialità quasi urtante: perché, per esempio, inserire un affermato nonché giovane dottore tanto attaccato alla sua verginità se poi basta trovarsi davanti un’avvenente sudamericana che gli fa gli occhi languidi per mandare in malora ogni proposito seduta stante? Trattasi di un nonsense che in altro contesto avrebbe paradossalmente avuto un suo perché, mentre qui qualcuno vi spiegherà che il gene è pur sempre quello del padre, che alla sua età è ancora lì a contare i minuti dei suoi amplessi.

Non si tratta di morale. Si possono e per certi aspetti si devono raccontare le cose più abiette, purché alla base vi sia un’idea, una concreta s’intende. Big Wedding altro non è che un guazzabuglio di immagini e situazioni d’avanspettacolo, con tutto il dovuto rispetto per l’avanspettacolo, ché una sua dignità ce l’ha eccome. Lascia sempre perplessi il coinvolgimento di nomi che di cinema ne sono quasi sinonimo, ma a quanto pare dispiace più agli altri che ai diretti interessati. E se ci si vuole solo divertire, magari in gruppo con amici assecondando il clima con qualche battuta sconcia, passi pure. Per il resto, in tutta onestà, cui prodest?

Basterebbe soffermarsi sui genitori di Missy, frutto di un copia-incolla che è espressione di una descrizione povera e stantia già al tempo in cui venne fuori per la prima volta: borghesucci da quattro soldi, con le pezze al sedere ma pur sempre ligi ad un’ideologia che oramai è facile attaccare, quella di una famiglia conservatrice (di stampo reaganiano?). Per poi scoprire alla fine (ommioddio!) che dietro a quel malcelato disgusto per ogni cosa giacciono contraddizioni incredibili (capirai…).

Dov’è la provocazione? Dove l’ironia? Big Wedding riesce addirittura ad andare oltre il prototipo di prodotto omologato, perché non c’è opera più disgraziata di quella che si crede al passo coi tempi (se non addirittura precursore) quando invece non fa che ripetere a pappagallo “lezioni” che sono già passate di moda. Alla fine sembra di trovarsi in una di quelle occasioni dove a un certo punto si alza l’animale da festa di turno prodigandosi in battute sagaci e pregne di umorismo a buon mercato: la tragedia non è che nessuno rida a tali battute, ma che l’animale sia convinto di essere una sagoma. Non resta perciò che distinguersi per la presunta trasgressività (!), cifra di un progetto che si vuole anche solo intrigante perché esalta l’infedeltà e la gioia di vivere senza vincoli di sorta. Senza però conoscerne i motivi. E dopo l’ennesima storia di corna vorreste che le comprendessimo noi tali ragioni?

Voto di Antonio: 2

Big Wedding (The Big Wedding, USA, 2013) di Justin Zackham. Con Robert De Niro, Katherine Heigl, Diane Keaton, Amanda Seyfried, Topher Grace, Susan Sarandon, Robin Williams, Ben Barnes, Christine Ebersole, David Rasche, Patricia Rae, Ana Ayora, Marc Blucas, Shana Dowdeswell, Quincy Dunn-Baker, Edmund Lyndeck, Megan Ketch, Sylvia Kauders, Joshua Nelson, Doug Torres, Marvina Vinique e Ian Blackman. Nelle nostre sale da giovedì 26 giugno.

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