Cristiada: Recensione in Anteprima

La storia dei cristeros messicani per la prima volta al cinema. Non è sufficiente il taglio epico, scelta che anzi rema contro una vicenda sconosciuta ai più ma che andava sottoposta in maniera meno didascalica

Risale al 1926 la cosiddetta Legge Calles, inerente a una sostanziale riforma in ambito di diritto penale: in altre parole la libertà di culto venne drasticamente ridimensionata, di fatto bandendo ogni atto ad esso riconducibile. Non andò per il sottile l’allora presidente del Messico Plutarco Calles, che non a caso escogitò questa misura come prima tappa di un processo che avrebbe dovuto portare la Chiesa di Roma ed i suoi consociati fuori dal suo Paese.

Ne seguì una guerra civile che da ambo le parti, fedeli cattolici (detti cristeros) e forze dell’ordine, contò all’incirca 90 mila morti. Una tragedia, oltre che una macchia per una nazione decisamente giovane, che si affacciava ad un XX secolo carico di promesse. Cristiada parla di questo, ovvero della lotta senza quartiere che imperversò tra i confini messicani a causa di questa decisione di sopprimere il cattolicesimo in ogni sua forma.

Data la vicenda, Pablo Josè Barroso, produttore del film, ha optato per una scelta ben precisa: conferiamo al nostro prodotto un taglio che lo renda appetibile a dispetto dei contenuti. Perché in fondo della resistenza cattolica nell’America Centrale potrebbe fregare ben poco, oltre alla preventivabile ritrosia verso un argomento delicato, le cui conclusioni potrebbero apparire ai più “sospette”. Eppure, ci tiene a precisare il distributore del film in Italia, Cristiada è un film che non si rivolge solo a credenti e affini (ci mancherebbe, aggiungiamo), bensì a tutti coloro «che hanno a cuore la libertà». Il che è un modo intelligente di promuovere questo lavoro, sebbene alcune cose vadano chiarite. Ma ci penseremo più avanti; ora occupiamoci della storia.

Il generale Gorostieta (Andy Garcia) è un ex-militare praticamente in pensione, che si gode il successo ottenuto nel corso della sua luminosa carriera nell’agio del suo ritiro casalingo, dove si occupa, tra le altre cose, di sapone. Nel senso che lo produce. La moglie Tulita (Eva Longoria) è una fervente cattolica che, improvvisamente, si ritrova senza Santa Messa la domenica per via degli ultimi provvedimenti presi dal governo Calles. Lei tuttavia non è l’unica a restare, per così dire, “contrariata”: Anacleto Gonzales Flores (Eduardo Verastegui) è un avvocato pacifista che intercetta la portata degli avvenimenti e, insieme ad altre persone, si rende conto della necessità di formare un gruppo di resistenza; dapprima pacifico, per l’appunto, salvo poi, a dispetto dell’impronta che Flores voleva conferire al movimento, dover ricorrere alle armi.

Ha così inizio una lotta sanguinosa, dall’esito tutt’altro che scontato però. I cristeros contavano tra i propri esponenti persone facoltose, che a conti fatti finanziarono la resistenza, anzitutto ingaggiando Gorostieta, ansioso di tornare sul campo di battaglia. Fu quest’ultimo a trasformare «un branco di mangia-ostie» in un esercito, tale che ci volle l’intervento terzo degli Stati Uniti per sedare una guerra che di certo i cristeros non stavano perdendo. Tra martiri ed eroi di altro tipo, alla fine si riuscì a trovare un accordo e all’urlo di Viva Cristo Re la resistenza cattolica tornò ad ascoltare le campane delle chiese in suolo messicano.

Il lavoro del regista Dean Wright fa emergere quesiti non da poco: a suo modo quella dei cristeros fu una “guerra santa”, definizione di cui oggigiorno sembra si sia smarrito il senso; ma al netto delle fragilità dei singoli, tutta quella violenza fu originata dalla ferma volontà di non vedersi negato il diritto di essere cristiani. Per chi ci crede, cos’è più santo di questo? Ad ogni modo, in quanto film essenzialmente storico, evita di fare troppa leva sul seppur percepibile intento, che è quello ripescare una pagina di storia di cui al cinema non si è mai fatta menzione per riproporla in un determinato periodo storico, qual è quello che stiamo attraversando. Magari per discutere sul presente.

Il punto è che, al di là del taglio affabulatore che si è cercato d’imprimere, Cristiada arranca dinanzi a quella che è una delle sfide più ardue quando si tratta di focalizzarsi su un determinato evento storico: faticando a condensare l’intera vicenda nello spazio ristretto di un film, per quanto lungo (143 minuti), lo spettacolo non riesce a raffinare la mera cronaca. In altre parole, alto è il rischio di restare indifferenti dinanzi ad una serie di episodi senz’altro forti ma ai quali manca un altro tipo di potenza, che è quella della narrazione per immagini.

Voliamo ancora più basso. La sana ambizione nel voler portare su schermo siffatta pagina di storia, unita alla volontà di blandire lo spettatore mediante un’atmosfera che quest’ultimo potesse immediatamente intercettare (qualcuno oserebbe dire mainstream) risulta una mossa ahinoi goffa. Goffa perché, al di là dell’evidente potenziale narrativo, i seppur non trascurabili mezzi non potevano a priori competere con certi blockbuster dal taglio epico ai quali ciononostante Cristiada si ispira, tra uno slow motion o una cruenta imboscata. Una scommessa che finisce col frangersi nello scoglio di un ibrido che tenta di prendere in prestito qualcosa da prodotti ben più blasonati e seducenti quale scorza di un’operazione che in realtà non regge simile trattamento.

Ma come in parte evocato, i limiti non sono soltanto di natura prettamente formale. Ciò che manca a Cristiada è altresì una sceneggiatura che vada oltre lo stabilire i ruoli e tenerli distanti tra loro, permettendoci di assimilare una serie di eventi che, così come sono, recepiamo per lo più a mo’ di notizie. Sta infatti nell’eccessivo approccio didascalico il difetto più evidente di questo film, che pur non rimanendo schiacciato dalla storia alla quale si rifà non riesce a veicolarla come senz’altro avrebbero voluto gli autori. Ed è un peccato perché, sarà probabilmente banale dirlo, una scrittura di tutt’altra portata, attenta non solo all’aderenza storica bensì anche (se non soprattutto) a certi efficaci espedienti narrativi, avrebbe non solo sublimato la scelta di optare per il prodotto di chiara ispirazione hollywoodiana, ma forse ne avrebbe smorzato l’incidenza al punto da costringere a ripiegare su un indirizzo ben diverso.

Guardando Cristiada ci sono venuti in mente due film che abbiamo visto quest’anno rispettivamente a Cannes e Venezia, ossia The Search di Michel Hazanavicius e The Cut di Fatih Akin. Entrambi prodotti dalle premesse coraggiose e incoraggianti; entrambi diversi ma mossi dalla medesima necessità di raccontare una tragedia specifica sotto un diverso punto di vista. Come Cristiada, che a sua volta è altra cosa rispetto a questi due. Eppure tutti e tre, con i dovuti distinguo, vengono accomunati dalla palese difficoltà nel riuscire ad infondere credibilità alle vicende attorno alle quali ruotano. Mancando questo, purtroppo, l’intero progetto rischia di crollare su stesso come un castello di carte. Malgrado qualunque tipo di premessa.

Voto di Antonio: 4

Cristiada (USA, 2011) di Dean Wright. Con Andy Garcia, Oscar Isaac, Catalina Sandino Moreno, Santiago Cabrera, Rubén Blades, Bruce McGill, Adrian Alonso, Eva Longoria, Peter O’Toole, Eduardo Verástegui, Bruce Greenwood, Nestor Carbonell, Luis Rosales, Raúl Méndez, Karyme Lozano, Joaquin Garrido. Nelle nostre sale da mercoledì 15 ottobre.

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