Una folle passione: Recensione in Anteprima

In Una folle passione Susanne Bier conduce uno studio impietoso che sacrifica la narrazione all’analisi, condendo il tutto con alcune metafore tendenzialmente spericolate

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Carolina del Nord, sul finire degli anni ’20 del secolo scorso. Qui il giovane e affascinante George Pemberton (Bradley Cooper) va poco per volta costruendo il suo impero nell’ambito del legname. Sono tempi non facili, con una crisi (quella del ’29) che ha colpito tutti, anche a chi, come George, i mezzi non mancano di certo. Finché non conosce la misteriosa Serena (Jennifer Lawrence), una donna dalla spiccata femminilità che colpisce immediatamente il facoltoso giovane. Susanne Bier adotta un registro straniante per Una folle passione. E da subito.

Tre minuti per presentarci George, due per Serena, uno per il corteggiamento («George Pemberton, piacere. Credo che dovremmo sposarci»), altri tre per illustrarci le tappe che, dal Montana, riportano i due in Carolina passando per le estemporanee nozze. Specie nella prima metà, la Bier condensa all’inverosimile ogni scena nell’arco di pochissimo tempo. Quasi come se il film avesse fretta di andare avanti, per accostarsi a quella piega che è un po’ il suo fulcro centrale.

Una folle passione, come in maniera piuttosto invadente ci suggerisce il titolo italiano, si sofferma proprio su questo inquietante rapporto tra George e Serena. Quest’ultima non è certo una donna ordinaria: sopravvissuta ad un incendio in cui ha perso la sua famiglia quando era piccola, non è avvezza a sale da tè altolocate, preferendo piuttosto imporsi in un contesto dominato da uomini. Con una moglie, perciò, George acquisisce anche un socio, che subito attira le antipatie di chi non vede di buon occhio, per un motivo o per un altro, questa donna coi pantaloni che tenta di mettere in riga dei burberi operai.

Il carattere alienante poco sopra evocato non è però semplicemente corroborato dalla scelta di scene brevi e sintetiche, bensì dall’atmosfera che si fa viepiù incalzante col procedere del film. È come se Serena celasse un segreto, portando con sé in quel piccolo villaggio una sorta di maledizione. Certe scelte della Bier le si potrebbe pure tacciare di sospetto “avanguardismo”, mentre altre lasciano perplessi senza il ricorso ad alcuna etichetta, come il reiterato ricorso a scene di sesso – immotivate oppure motivate sempre dal medesimo intento, che è quello di mostrare attraverso quale espediente Serena eserciti il proprio controllo su George.

A tal proposito va riconosciuto alla regista danese di non volersi adagiare su uno schema ben più tradizionale, che una storia del genere chiama a gran voce, optando piuttosto per uno sviluppo meno scontato, che però, quale contraltare, porta con sé situazioni che sfiorano pericolosamente il ridicolo involontario (vedi il grottesco saluto di Serena dopo essere stata stesa per terra con violenza). All’interno di uno scenario in cui le sfumature lasciano il tempo che trovano, dove la malvagità si fa caricatura ed allora perde completamente di mordente.

Il torbido di Una folle passione agisce per lo più per vie mentali, quando vira sul thriller psicologico; dove però certi passaggi appaiono tirati per i capelli, come quello a seguito del quale Galloway (Rhys Ifans) si fa vassallo di Serena, vincolato da una profezia di sua madre (?). Qui si perde anche quell’aura velatamente mistica che gli eventi avevano contribuito a generare, impedendoci di sospendere oltre l’incredulità. Che a questo punto muta in impossibilità a credere, per via di una verosimiglianza del tutto travisata attraverso un escamotage di scrittura che ci rovina addosso come una frana. Difficile resistere.

Va altresì evidenziato l’eccesso d’istrionismo nel quale cade la Lawrence, raramente in parte all’interno di una storia che la vede indiscussa protagonista (il titolo originale del film è Serena, fate voi). In generale il comparto recitativo rappresenta una nota dolens per questo film in cui praticamente nessuno dei suoi interpreti riesce ad incastrarsi a dovere nei rispettivi ruoli e di conseguenza nella storia. Lo stesso approccio macchiettista di Ifans ci pare non voluto, mentre Cooper non va oltre l’impiego a singhiozzo dell’inflessione d’accento locale (sempre in originale).

Ma anche le metafore, che rappresentano sempre un rischio, remano contro. L’aquila che Serena si fa appositamente portare in Nord Carolina per ammaestrarla si sovrappone alla donna-predatrice, che è anche oggetto di profezia, esasperando l’aura sacrale e sacrilega da incantatrice di uomini che in fondo si trascina per tutto il film; il serpente che decima le fila degli operai, ovvero il socio di George, Buchanan (David Dencik), che non a caso è destinato a fare la fine medesima del rettile, ad opera dell’aquila, per l’appunto; e dulcis in fundo il puma: qui la metafora è più complessa, ma basti dire che in questo caso è George ad essere chiamato in causa.

Un film sorprendentemente inattuale e privo d’interesse, che cerca a suo modo di soffermarsi sulla vita di coppia, in particolare sul matrimonio, tentando di esplorarne certe dinamiche. Tutt’al più anche qualche concessione alla tematica ecologista, con quelle panoramiche sulle montagne (specie l’ultima) che preparano il campo ad una quasi ironica “vendetta” ai danni di chi «sfrutta e deturpa la natura per una guadagno immediato». In Una folle passione la bussola viene smarrita troppo presto; il resto è un reiterato quanto infruttuoso tentativo di tornare in carreggiata. Finendo, oltre il danno la beffa, col peggiorare la situazione con l’approssimarsi della fine. Apprezzabile l’intento analitico, fintanto però che non incide su quello narrativo.

Voto di Antonio: 4½
Voto di Federico: 2

Una folle passione (Serena, USA, 2014) di Susanne Bier. Con Bradley Cooper, Jennifer Lawrence, David Dencik, Rhys Ifans, Ana Ularu, Toby Jones, Sean Harris, Kim Bodnia, Blake Ritson, Charity Wakefield, Sam Reid, Ned Dennehy, Mark O’Neal, Michael Ryan, Raymond Waring e Jim High. Nelle nostre sale da domani, giovedì 30 ottobre.

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