St. Vincent: Recensione in Anteprima

Bill Murray in un personaggio fatto su misura, mediante il quale giganteggia nell'ambito di un film a dire il vero ben più modesto

Vincent è un buono? Malgrado tutto, manco per sogno. Vince (Bill Murray) è un sarcastico misantropo, solo e al verde per giunta. Cosa c’è dunque di speciale in lui? Nulla, se non proprio la sua normalità. In St. Vincent Theodore Melfi propone esattamente questo, ovvero un elogio, forse tardivo, dell’uomo medio, quello con una storia che c’è ma troppo spesso si sconosce. Perché nessuno nasce “fatto”, bensì “si fa” nel corso degli anni, accumulando esperienze, vivendo la vita e bla bla bla.

Starete già contando tutte le volte che avete sentito certe cose, in una salsa o nell’altra. Ed allora è bene dirlo subito che anche qui il discorso è più o meno quello: proporre una forma di santità quanto più laica e accessibile, per poi sforzarsi in tutti i modi di renderla appetibile, con o senza lacrime. Di solito certe considerazioni giungono alla fine, dopo avere più o meno circostanziato, preparato il campo insomma, ad affermazioni così nette e lapidarie. Non stavolta. Perché stavolta ci pare più opportuno offrire prima il l’amaro e poi il dolce.

Bill Murray. Oramai, e lo sappiamo, l’attore di origini irlandesi predilige questo tipo di operazioni, che sono un po’ un discorso su sé stesso. Di chi, consapevole dell’incedere degli anni, sente il bisogno (ma non il desiderio) di tirare le somme. E poiché recitare è ciò che Murray sa fare meglio, è attraverso l’esercizio di tale pratica che tenta di ragionare.

Il suo Vincent MacKenna è uno scorbutico ma estremamente simpatico individuo, che ogni tanto alza un po’ il gomito perché, vabbé, effettivamente la vita ha più tolto che dato. Finché non arrivano Maggie e suo figlio Oliver, che come biglietto da visita fanno cadere un grosso ramo sulla sua non più recente automobile. Per necessità (Maggie fa la radiologa) Oliver comincia a frequentare casa MacKenna, e così il vecchio stronzo si ricicla in baby-sitter a ore. Tra puntate ai cavalli, sbronze, lezioni di vita e puttane, Oliver acquisisce un bagaglio di esperienze notevoli. Ma soprattutto utili. Ed in fondo St. Vincent molto si concentra su tale rapporto, quello tra Vince ed Oliver.

Ma ciò da cui davvero il film viene risucchiato è lui, principalmente lui, quasi soltanto lui: Bill Murray. Si capisce perché prima andava somministrato l’amaro: perché come si fa a tessere le lodi di quest’attore e poi parlar male del suo film?! Un film che nella misura in cui può essere definito “suo”, vola sulle ali dell’entusiasmo, per un attore – più che maturo, oseremmo dire stagionato – il quale lascia già un vuoto. Prima del tempo, sì. La sua interpretazione di uno dei profili più inflazionati del cinema (ma forse anche della letteratura, se già si pensa al solo Scrooge di dickensiana memoria) è magnifica. Ma soprattutto personale.

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Quasi ce lo si immagina così il buon vecchio Bill, a spostarsi dal divano di casa allo sportello di banca nella piccola cittadina in cui abita con indosso un paio di calze sotto le pantofole. Il suo è un personaggio decisamente attuale; lo è nel disincanto, nel sarcasmo che dissimula un malcelato disprezzo, nel totale disinteresse (scambiato per egoismo) verso tutto ciò che non ama. Ecco appunto, cosa ne è di ciò che ama?

Ad un certo punto gli vengono rivolte delle condoglianze, al che lui risponde: «Che parola è questa?! Perché alla gente non passa mai per la testa di chiederti “come stai” oppure “quanto ti manca quella persona”?» Le domande che la storia, un po’ pelosa a dire il vero, non pone, Vince le lascia trapelare attraverso sé stesso. Cose come: «è ancora possibile amare, oggi?». Se sì, «come?». Nella misura in cui St. Vincent si pone come parabola edificante, però, mortifica il suo scopo, che è essenzialmente Bill Murray-centrico, totalmente ripiegato su un personaggio che sta stretto in quella spiccia morale per cui i santi della nostra epoca sono quelli che resistono nonostante tutto, anche se per inerzia.

Ci sarebbe dunque da valutare il personaggio e poi, a parte, il contesto nel quale viene inserito. Ma come è possibile? Si può alienare un teatrante dal palcoscenico in cui si muove? Domande alte, troppo per un così modesto scritto. Ed allora la nostra aspirazione ad non meglio precisato equilibrio non può che risolversi nella seguente affermazione (e perciò nel seguente numeretto): St. Vincent è un film in cui un personaggio come quello di Vincent MacKenna sta piuttosto stretto; al contempo, però, Vincent MacKenna riesce ad “allargare” St. Vincent quel tanto che basta da non strapparlo. Più di questo non sapremmo dire.

Voto di Antonio: 5½
Voto di Federico:7

St. Vincent (USA, 2014) di Theodore Melfi. Con Melissa McCarthy, Naomi Watts, Bill Murray, Chris O'Dowd, Terrence Howard, Nate Corddry, Scott Adsit, Kimberly Quinn, Katharina Damm, Alyssa Ruland, Alexandra Fong, Greta Lee, Dario Barosso, Jaeden Lieberher, Parker Fong, James Andrew O’Connor, Jaime Tirelli, Joseph Basile, Ray Iannicelli, Melissa Greenspan e Casey Roberts. Nelle nostre sale da giovedì 18 dicembre.

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