Letters to Max: Recensione del film di Eric Baudelaire

Milano Filmmaker 2014: la vita in Abkhazia attraverso gli occhi, ma soprattutto i ricordi, di un ex-ministro, ma sopratutto di un uomo. Attraverso una fitta corrispondenza Eric Baudelaire si sofferma sui limiti della realtà rispetto agli ideali, laddove la storia pare avere sempre la meglio

Abkhazia. Maxim Gvinija è l’ex-Ministro degli Esteri dello stato sovrano divenuto tale nel 2008. Medvedev, l’allora Presidente russo, dichiara in uno storico discorso alla nazione il riconoscimento da parte del suo Paese dei due stati di Abcasia e Ossezia, sigillando una pratica partita più di dieci anni prima, nel lontano 1992.

Letters to Max non parla di storia, ma inevitabilmente questa disciplina vi entra dentro. Perché la storia è maestra, perché la storia è realtà, a prescindere da chi e come la si racconti. No, piuttosto il film di Eric Baudelaire è opera sperimentale, come molte qui al Filmmaker, che percorre quelle terre di confine, non ancora del tutto esplorate, tra documentario e fiction. Argomento tutt’altro che nuovo e che tiene banco da tempo, specie con l’avvento di dispositivi che il cinema non può più trascurare, per quanto diffusi e poco costosi: ed allora i mockumentary, i found footage e chi più ne ha più ne metta.

Qui ci si muove su un territorio ulteriore, in cui i codici si mescolano. Tenetelo a mente d’ora in avanti, perché l’andazzo di questa contenuta rassegna è proprio questa. Letters to Max, come supponiamo altri titoli presenti alla manifestazione, soffre questo suo porsi in zone liminali, né troppo dentro né troppo fuori. La struttura è molto semplice: Eric, il regista, spedisce delle lettere a Max, in Abcasia, sperando che giungano a destinazione. Con sua sorpresa, oltre che gaudio, buona parte arrivano, sebbene in maniera disordinata. Il contenuto è di volta in volta domande, dalle più semplice alle più complesse.

In mezzo c’è la situazione in Abcasia prima e dopo il riconoscimento quale stato indipendente, e prima ancora dei dissidi, con annessa, profonda frattura, con la Georgia. Baudelaire costruisce e ricostruisce, inseguendo e lasciando indietro la stessa storia che intende raccontare. Ciò comporta un’ovvia libertà nel procedere lungo il corso di questa corrispondenza, libertà che si traduce in voluto disordine, sebbene il filo conduttore venga mantenuto dall’inizio alla fine. Mostrare, a tratti semplicemente riportare, la vita in Abcasia, ciò che la gente del posto si è lasciata dietro, quali sono le aspettative di un popolo riconosciuto da appena sei delle nazioni che aderiscono all’ONU, tra cui la Russia, certo, ma anche Vanuatu (laddove per essere legittimamente considerato paese sovrano, servono poco più di 190 riconoscimenti).

La prima parte procede molto a rilento, rendendo l’ingresso arduo, quasi fosse una salita scoscesa alla cui vetta non si capisce bene cosa ci sia; per cui si è poco invogliati a proseguire. La storia di Max emerge a film parecchio inoltrato, eppure è lì, sotto i nostri occhi – ma soprattutto le nostre orecchie – per tutto il film. Le immagini sono infatti sconnesse dalla voce fuori campo, che è quella di Max, sicché le prime accompagnano la seconda e non viceversa. In un solo caso ci è parso seriamente di avvertire, se non continuità, quantomeno “complicità”, tra immagini e racconto verbale, e l’impatto è stato degno di nota: si parla di quanto l’Abcasia fatichi a partire davvero, a fronte di un territorio smobilitato, i cui paesaggi sono per lo più rovine. Qui le parole di Max ci toccano, mentre su schermo vengono passati in rassegna edifici e strutture rimaneggiate, quasi che la guerra fosse appena terminata.

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Ma dove a parer nostro Letters to Max pone i quesiti e le sfide più interessanti per lo spettatore, è nel suo manifestarsi come opera decisamente attuale. In un periodo di pressanti rigurgiti indipendentisti, insofferenza verso accentramenti di alcun tipo, vecchi e nuovi malumori scatenati dalla crisi e dal generale malcontento verso il sogno di un’Europa realmente unita, certi spaccati ci raccontano cosa potrebbe significare andare sino in fondo. Sia chiaro, senza prese di posizione, ché non spetta ad un cineasta fare propaganda (per quello bastano gli spot che passano alla RAI); ma sottoponendo all’attenzione di noi occidentali, delusi e forse traditi da quel sogno lì, uno dei tanti, probabili corollari.

Perché sì, va bene il diritto di autodeterminarsi in quanto popolo e poi in quanto nazione; e va bene pure che un processo di quel tipo lo si valuti alla luce della storia e delle istanze che la gente di quelle specifiche aree avanzano. Ma oltre alle ambizioni, ai desideri (più o meno di pancia) e quant’altro, c’è l’amara realtà. Quella dell’isolamento, per esempio. Max ci dice che l’Abcasia riesce ad esportare i propri prodotti solo in Russia, per quanto non dispiacerebbe affatto fare la stessa cosa anche in Europa. Eppure, si affretta a dire, si sono rivelate infondate le voci che volevano il suo “nuovo” stato in totale balia di Santa Madre Russia: «No, mai nessun russo è venuto nel mio ufficio sbattendo i pugni sulla scrivania per dirmi avrei dovuto fare. Mai». Quel che più lascia interdetti è il sottotesto: perché, qualcun altro l’ha fatto? Intendiamo, di venire a dettare una linea dall’esterno.

Peccato per lo squilibrio tra la prima e la seconda parte, dove quella sorta di non meglio precisato intimismo viene controbilanciato da un racconto più diretto, oseremmo dire “pratico”, sul perché e sul come di certe situazioni. Di nuovo, senza mettere la parola fine ad una storia ben più complessa, specie per noi, digiuni di tradizioni e passato di quei popoli. Diversamente, con non poca fatica, si arriva ad estrapolare qualcosa; quel qualcosa che ci ricorda che dietro un titolo di giornale, furbo o meno che sia, si cela sempre una tragedia, collettiva e personale. Ed il sorriso stampato sul faccione di Max questo dice. Senza dirlo, se non alla fine.

Voto di Antonio: 5 ½

Letters to Max (Francia, 2014) di Eric Baudelaire. Con Maxim Gvinjia, Sergueï Agumaa, Sipa Labakhua e Bagrat Gvinjia. In Concorso.

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