INLAND EMPIRE secondo Massimo

E’ arrivata la terza recensione del film di David Lynch! Ci scrive Massimo:La storia. Una donna in lacrime guarda in tv una bizzarra quanto inquietante sit-com interpretata da tre conigli antropomorfi. Altrove, una strana signora preannuncia (con frasi enigmatiche) ad un’attrice (eccola, Laura Dern!) i rischi che corre ad essere scelta come protagonista di un

di carla,

E’ arrivata la terza recensione del film di David Lynch! Ci scrive Massimo:

La storia. Una donna in lacrime guarda in tv una bizzarra quanto inquietante sit-com interpretata da tre conigli antropomorfi. Altrove, una strana signora preannuncia (con frasi enigmatiche) ad un’attrice (eccola, Laura Dern!) i rischi che corre ad essere scelta come protagonista di un film maledetto, la quale cosa avviene l’indomani con somma gioia della donna e pericolosa gelosia del marito. Sennonché non appena le riprese del film iniziano sotto lo sguardo dell’acuto regista Jeremy Irons, l’attrice inizia a perdere contatto con la realtà: confonde se stessa con il personaggio, il tempo si smaterializza e i conigli sembrano uscire dalla tv. Tutto, sembra, sotto il sofferente sguardo della donna di cui all’inizio.

Il doppio. Si conferma il tema cardine della cinematografia di Lynch. Ma se è la protagonista a confondere realtà e fantasia, il film fa molto più che mostrare due mondi. IE è come un fiore che si schiude: più va avanti, più si moltiplicano mondi e personaggi. Il risultato è l’impressione di vedere non uno ma più film e qui si capisce il titolo tutto in maiuscolo che quando compare all’inizio sembra quasi straripare dallo schermo: è il film stesso che quasi rifiuta lo stretto spazio dello schermo e vuole andare oltre, uscire fuori. Qui, a mio parere, si inserisce la scelta di stile del regista, ovvero quella del digitale.

La regia e il digitale. Come qualcuno ha già scritto in precedenza, la
scelta del digitale non è infelice: ci rimette (poco, a dire il vero, a
patto che vediate il film in una sala moderna e adatta) la qualità
dell’immagine ma la tecnica si rivela funzionale alla storia e all’idea
lynchiana del cinema: con il digitale, Lynch sta addosso ai suoi attori e
all’azione; deforma gli spazi e si incolla alla pelle, segue nei minimi
dettagli movimenti ed espressioni, gioca con la luce e con le ombre di cui è
fatto il suo cinema. Il digitale si fa strumento per risvegliare i sensi
ormai assopiti dello spettatore al cinema canonico ed elimina tutti i limiti
che rischiavano di ingabbiare la creatività del regista che grazie al
digitale può dare libero sfogo, senza freni, a tutta la sua inventiva.
Creando, così, tutti quei mondi di cui è sublime autore, va dritto a quella
che è stata la definizione più abusata ma certamente più adatta per IE:
un’esperienza extra-sensoriale.

“Non guardate il film, lasciate che sia il film a guardare voi.” Il
consiglio di Justin Theroux, uno dei protagonisti, è sicuramente calzante
per il decimo film di Lynch. IE è un’orgia di sensazioni costruite con un
delicato equilibrio che affascina, conquista e ci conduce nell’universo del
regista che per quanto confuso ed angosciante, risulta sempre essere
accogliente. La parabola di Laura Dern è coinvolgente non solo per la
monumentale bravura dell’attrice, ma perché va a toccare corde e sensibilità
comuni, come l’universo femminile, le incontrollabili attrazioni sessuali,
il senso stesso del cinema e ciò che questo film dovrebbe essere. Ed è su
quest’ultimo che vorrei azzardare una personalissima interpretazione.

Chi è la donna in pericolo? Al termine del film, la sensazione che ne ho
ricevuto io è che la vera donna in pericolo del film non è tanto Laura Dern
quanto la “donna perduta” che apre e chiude il film e che sembra essere
salvata dalla Dern stessa. Questa donna, reale o irreale che sia, sembra
seguire tutto ciò che avviene nel film nell’angosciosa attesa che Nikki\Sue
arrivi a salvarla travalicando tutti i confini fra mondo reale e sogno.
Quasi metaforizzando il potere catartico dell’arte cinematografica, la
“donna perduta” viene salvata dall’attrice. Sta in questo, a mio parere, uno
dei sensi più prepotenti di IE. Cerco di spiegarmi meglio: ciò che è
imponente del cinema (e dell’arte in generale) è la forza che ha nel farci
identificare con un personaggio di cui seguiamo le vicende; il nostro
identificarci con un personaggio fittizio dimostra che ciò che stiamo
guardando, per quanto falso, può diventare vero in quanto noi come pubblico
siamo capaci di provare, tramite identificazione, tali sensazioni. Sta in
questo la micidiale forza del film di Lynch: è un film nel film che disvela
il potere extra-sensoriale che un film può ottenere arrivando al pubblico e
non fermandosi alla sua sterile realizzazione. Infatti, l’attrice Nikki non
arriva a liberare la “donna perduta” limitandosi ad interpretare il film ma
anche e soprattutto vedendolo al cinema: siamo noi pubblico, dunque, a
salvare la “donna perduta” utilizzando il nostro intuito, quell’intuito che
proprio come ha detto Lynch “servirà a ciascuno spettatore per dare risposta
alle domande poste dal film. Basta uscire dai confini della logica e
abbandonarsi.” In questo senso, ho percepito la scena finale della “donna
perduta” come un vero e proprio colpo di scena, metodo quanto mai nuovonella
carriera di Lynch.

“Ogni azione ha una conseguenza.” Mesi fa scrivevo dei cortometraggi di
Lynch e azzardavo che il corto Darkened Room poteva essere l’ideale trailer
di INLAND EMPIRE. Mai affermazione mia fu più azzeccata: Lynch, infatti, fa
collimare in IE tutti i mondi da lui creati negli ultimi 5 anni. La
vestaglia di seta con la bruciatura di sigaretta arriva proprio da Darkened
Room (dove, fra l’altro, c’è una donna in pericolo chiusa in una stanza!);
il giardino che viene invaso dagli artisti itineranti lo abbiamo già visto
nel corto inserito in Room to dream dove, fra l’altro, comparivano due delle
molte personalità femminili che popolano IE; infine, prorompente, compare
anche il serial Rabbits che diventa protagonista e terra di confine tra
reale e irreale e acquista quel senso, in termini di trama, che ai tempi
della sua realizzazione (nel 2002) era sfuggente e si limitava a puro
esperimento sui tecnicismi cinematografici. Si può dire che Lynch, un po’
per gioco un po’ perché se lo può permettere, cita se stesso e perfino
l’atmosfera alla Twin Peaks, ammessa dallo stesso autore, si materializza
nel taglialegna che compare nei titoli di coda.

La durata. Forse l’unico punto debole che offre il fianco ai critici più
feroci. In realtà, la durata, almeno per me, è quella giusta: quasi 3 ore
dove non c’è un minuto di noia o di stanca sono un miracolo! Non solo, ma
Lynch usa tutto lo spazio a disposizione per riempire l’immagine e perfino i
titoli di coda diventano strumento per lanciare indizi utili ad un’eventuale
interpretazione della pellicola.

INLAND EMPIRE. Più che la vetta artistica di Lynch, è la vetta del pensiero
Lynchiano cinematografico: INLAND EMPIRE è un atto d’amore come lo era
Mulholland Drive, un omaggio al cinema e al potere che ha il cinema e dunque
alle responsabilità artistiche a cui deve far riferimento ogni buon regista.
Molti diranno che Lynch è un megalomane, che ci prende in giro, che INLAND
EMPIRE è un pasticcio. Io dirò che sono grato a Lynch perché appartiene a
quella minuscola schiera di registi (sulla scena mondiale) che ancora
credono che un film non è lanciare un messaggio ma comunicare sensazioni
indelebili. E rischiare, rischiare soprattutto, affrontando tutte le
critiche del caso. Non è facile avere un coraggio del genere ma quanto meno
a Lynch si deve il rispetto che richiede la sua carriera: unica,
inarrivabile, coraggiosa ed imperdibile. Tutti aggettivi che ben riassumono
INLAND EMPIRE.

Massimo Manuel
www.mulhollandblog.blogspot.com