Selma - La strada per la libertà: recensione in anteprima

La trascinante figura di Martin Luther King in una delle pagine più significative della sua storia oltre che di quella americana. Ava DuVernay porta in sala la tragica vicenda della marcia su Selma

Siamo nel marzo del 1965. Martin Luther King Jr., insieme ad altri membri del Southern Christian Leadership Conference più altri attivisti, hanno già tentato due volte di portare a termine quella che dovrebbe essere una tappa definitiva. Si tratta della marcia di protesta da Selma a Montgomery, al fine di ottenere l’estensione del voto per i neri, sulla carta esistente ma nella pratica sistematicamente disatteso.

Mezzucci ve ne furono svariati, come quello secondo cui i neri che volevano presentarsi alle urne erano tenuti a compilare moduli in cui comparivano chiaramente nomi, cognomi e luoghi di residenza, sì da rendere agevoli potenziali ritorsioni ai loro danni. Una vicenda che definire scabrosa è un eufemismo, lì nella patria della democrazia, che ne ha tanta da esportarla pure fuori. Solo che la storia non la si fa con le frecciate o le velate antipatie, perciò Selma, che è un film fortemente incentrato su un evento storico, si dà ad un approccio differente.

Ava DuVernay opera una scrematura netta, cercando di andare dritta al punto, segnalando e mostrando quelli che a suo parere sono stati i momenti chiave della pagina Selma. Un marcia riuscita al terzo tentativo, dopo il pestaggio della prima volta, quando la comunità nera intervenuta viene ricacciata verso dove era venuta a suon di botte e mazzate. Nel dare rilevanza a certi episodi specifici, la regista però risulta meno incisiva e più affabulatrice, ponendo una strana enfasi in particolar modo nelle scene di violenza, rallentate, “costruite”, quasi che il resto sia contorno.

È evidente che la DuVernay non si limiti a questo, e che anzi cerchi di evitare l’esposizione del mito, specie in relazione a quello che a conti fatti è il vero protagonista di Selma, ovvero King. In una delle scene più riuscite, senza dubbio più intensa di tante altre, il matrimonio di Martin Luther King è appeso a un filo, mentre si tiene una conversazione dal tono dirimente a tu per tu con la moglie Coretta (brava Carmen Ejogo): si scopre allora che King ha più di un amante e che la moglie ne è perfettamente al corrente. Ciò che quest’ultima vuole sapere è se è la sola ad essere amata.

Qualcuno, tuttavia, ci pare abbia un pelo ecceduto nel soppesare la portata di questa seppur intelligente mossa; vero è che così King ci viene consegnato meno divino e più umano, specie in considerazione del suo ruolo, oltre che dell’epoca, ma bastano poche scene successive a riportare il contesto su binari diversi. Non disturba per nulla tale trattamento, visto e considerato che la storia fino ad ora si è espressa in maniera poco equivocabile in tal senso. Ed è proprio sulla tale vocazione che è bene soffermarsi. Roger Ebert sosteneva che se avesse cercato di conoscere come e perché si sono svolti certi eventi, di certo non si sarebbe rivolto a un film.

Selma è ciò che al cinema riesce meglio, ovvero la drammatizzazione di una vicenda, che a quel punto non funge che da incipit, quasi contorno di un avvenimento per forza di cose manipolato, ricostruito, non per forza con l’intento di negarlo o avvalorarlo; semplicemente per farlo “funzionare” agli occhi dello spettatore. Ecco, è probabilmente questo il passaggio in cui il lavoro della DuVernay un po’ s’inceppa; qui la regista di Middle of Nowhere non riesce a tenere saldamente le redini, lasciando che Selma “sbandi” in poche ma rilevanti occasioni.

Chiaro che negli USA un film di questo tipo attecchisca meglio, perché la pagina è di quelle importanti ed in un certo senso si ha l’impressione che la ferita sia ancora fresca. Ma allora va altresì detto che in tal senso permangono dei limiti. Proprio perché trattasi di una pagina forte, di personaggi forti, quella di muovere il pubblico diviene una priorità più quanto ai modi che altro. Anzi, ci si domanda fino a che punto una parabola così edificante, positiva al di là dei risvolti, possa beneficiare da ritratti così apparentemente composti. Una simmetria che anziché pacificare i sensi li mette lievemente in allerta, dato che oramai le dinamiche da Academy le conoscono anche i muri.

Una correttezza, quella da Oscar, che prima ancora che indisporre lascia l’amaro in bocca proprio alla luce di film come Selma. Che non è affatto un film cattivo, né tantomeno lo si può considerare “poco urgente” nella misura in cui si mette costantemente in discussione la concreta applicazione di tutti quei concetti con cui, non di rado a sproposito, ci si riempie la bocca. Ma quando alla fine hai l’impressione che un’opera del genere poteva essere migliore di quanto in realtà non sia, concepita com’è secondo criteri che dovrebbero rilevare secondariamente, un po’ l’amaro in bocca rimane. Le coordinate sono quelle, alcune delle quali molto telefonate, come quando si sorride non appena compare J. Edgar Hoover, o quando non si può far altro che provare sdegno per un Wallace, governatore dell'Alabama, che provoca il presidente Johnson uscendosene con un «che ce ne frega di cosa dirà la gente fra vent'anni?».

Insomma, Selma piace e piacerà perché è la storia che indigna e al tempo stesso conforta sentirsi raccontare. Manca però quel coraggio di andare oltre, di mettere in discussione un classicismo che non sempre ha ragione. I rischi in certi casi sono sempre molti (troppi); la DuVernay alcuni li evita, e con bravura (l’idea di fare un film “piccolo”, per esempio), altri invece non riesce proprio a sventarli – Selma verrà ricordato per il suo messaggio, che sarà pure indiscutibile, ma che ad ogni modo trascende l’operato degli autori, che se da un lato non lo sviliscono, dall’altro non ci pare nemmeno che lo elevino più di tanto. Da questa parte consideriamo tutto, ma da certi inciampi abbiamo fatto più fatica a rialzarci.

Voto di Antonio: 5
Voto di Federico: 8
Voto di Gabriele: 5

Selma - La strada per la libertà (USA, 2014) di Ava DuVernay. Con David Oyelowo, Tom Wilkinson, Cuba Gooding Jr., Alessandro Nivola, Carmen Ejogo, Lorraine Toussaint, Tim Roth, Oprah Winfrey, Tessa Thompson, Giovanni Ribisi, Omar J. Dorsey, Andre Holland, Lakeith Lee Stanfield, Corey Reynolds, Stephan James, Colman Domingo, E. Roger Mitchell, Brandon Carroll, Elizabeth Diane Wells, Wendell Pierce, Jeremy Strong e Dylan Baker. Nelle nostre sale da giovedì 12 febbraio.

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