Ritorno al Marigold Hotel: recensione in anteprima

Gli affari del Marigold Hotel procedono a gonfie vele, grazie ai suoi ospiti, oramai veri e propri inquilini. Ritorno al Marigold Hotel spinge ancora di più sul romanticismo di una commedia trascinata da un’irresistibile Maggie Smith, a fronte però di conclusioni per lo più deboli

Dov’eravamo rimasti? Ah sì, il Marigold Hotel. Dopo aver preso le redini della struttura, Muriel (Maggie Smith) è riuscita a trasformare una specie di ospizio per anziani facoltosi provenienti dal Vecchio Continente in un esercizio redditizio. Tanto che lei e Sonny (Dev Patel) si recano negli USA per proporre ad una catena alberghiera un piano d’espansione. Gli altri sono tutti lì dove li abbiamo lasciati, mentre quello che doveva essere un semplice ritiro si è trasformato in un nuovo inizio.

Evelyn (Judi Dench) sta per ricevere una proposta di lavoro irrinunciabile; Douglas (Bill Nighy), dal canto suo, non si è ancora ufficialmente dichiarato, sebbene ciò che lo lega ad Evelyn sia nell’aria e quest’ultima ne è al corrente; Norman (Ronald Pickup) pare abbia trovato finalmente l’amore, oltre che un’occupazione presso un circolo esclusivo della zona; Madge (Celia Imrie) divide il suo cuore tra due pretendenti, senza sapere chi scegliere.

Insomma, le promesse di Sonny, il giovane gestore del Marigold, sono state mantenute: quel soggiorno si è rivelato indimenticabile. In quel primo film abbiamo avuto modo di soffermarci sulla “furbizia” di un’operazione siffatta, palcoscenico di alcuni tra gli interpreti migliori del cinema britannico degli ultimi quarant’anni, che si danno tutti appuntamento sotto lo stesso tetto. Prendendosi poco sul serio, come in fondo non è malvagio che sia. Una base magari non solida ma in fin dei conti sufficiente per portare avanti un discorso sulla terza età, sorridendo e facendo riflettere senza appesantire più di tanto.

I protagonisti di Ritorno a Marigold Hotel però non hanno problemi tanto diversi rispetto a certi quarantenni o giù di lì: ancora una volta è centrale il tema della coppia, per lo più declinato quale ancora, perché anche dopo i sessanta (ci dicono Madden e soci) innamorarsi è possibile, in maniera diversa ma con non meno intensità. Non è perciò errato parlare di commedia romantica, che qui anzi viene spinta ben oltre: a ciascun personaggio tocca infatti confrontarsi col proprio (o coi propri) partner, in un modo o nell’altro. Tanto che uno degli avvenimenti principali del film lo troviamo nei preparativi per il matrimonio tra Sonny e Sunaina, con tanto di immancabile coreografia finale in pieno stile Bollywood (siete avvisati).

L’unica a fare eccezione è però colei che, paradossalmente, è invece la protagonista di questo sequel, ovvero la signora Donnelly. Il graffiante sarcasmo di Lady Maggie Smith rappresenta senz’altro uno degli elementi più piacevoli del film, oltre che essere meno decentrato rispetto a tutti gli altri. Che si tratta di sfottere gli americani perché non hanno idea di cosa sia il thé, o pizzicarsi un po’ con tutti per via di quella sua scontrosità di facciata, a lei appartengono alcuni dei momenti migliori. D’altra parte, anche quando rimane sullo sfondo, la coralità dell’opera viene però costantemente messa in discussione dalla sua presenza, impressione che sul finale trova consistenza.

Tuttavia laddove il primo poteva contare su una freschezza dovuta per lo più alla reunion, venuta meno questa componente certe debolezze si notano con più facilità. In primis un discorso sulla terza età che già nel primo lasciava un po’ tiepidi, qui “abbellito” da alcuni risvolti tendenzialmente favolistici, magici persino: India come luogo incantato dove tutto può accadere, salvo accorgersi della caducità della vita, così però, en passant. D’altra parte il leitmotiv è questo: c’è sempre tempo per innamorarsi, ed in generale c’è sempre tempo per tutto. Massima a cui non dispiace affatto credere, ma per cui il film non si spende più di tanto, ottenendo perciò l’effetto contrario, con l’immancabile e inflazionato «certe cose succedono solo nei film».

In più c’è Richard Gere, peccato di gola nell’ambito di un’operazione che a questo punto non poteva resistere a simili tentazioni. Anche lui, scappato in terra indiana per amore (con la scusa del lavoro), trova nell’Oriente la località perfetta per ricominciare, a tutti i livelli. Qualche accenno leggero al sesso, che in un contesto del genere è di per sé ironico, e la portata è servita; con pudore, non a caso si allude ad amplessi et similia solo in chiave umoristica, perché cosa fa più sorridere di due, tre anziani ancora dediti al vizietto (sic)?

Dunque, pur mettendo da parte incerti messaggi, nemmeno come commedia scacciapensieri questo Ritorno a Marigold Hotel riesce ad incidere più di tanto. Ottima confezione, toni tutto sommato pacati, ma che farsene di così tante eccellenze per raccontare una storia come questa? In questo modo poi. Il pericolo è peraltro quello di percepire certe opere come espressione di una fase calante, per attori che, a dispetto dell’anagrafe, sembrano ancora perfettamente in grado di calcare ben altri palcoscenici. Se c’è qualcosa su cui questo secondo capitolo fa riflettere, perciò, è su come mai in un film che sulla carta si vuole ancora meno “serioso” del precedente si finisca col sentirsi ancora più emotivamente debilitati; diremmo addirittura scoraggiati, ma ci rendiamo conto che forse si stia esagerando.

Voto di Antonio: 5

Ritorno al Marigold Hotel (USA, 2015) di John Madden. Con Judi Dench, Maggie Smith, Bill Nighy, Dev Patel, Celia Imrie, Penelope Wilton, Ronald Pickup, Tena Desae, Diana Hardcastle, Lillete Dubey, Tamsin Greig, Shazad Latif, David Strathairn e Richard Gere. Nelle nostre sale da giovedì 30 aprile.

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