Venezia 2012 - Linhas de Wellington: Recensione in Anteprima

Portogallo, 1810. Le truppe di Napoleone avanzano, dopo aver ridotto il Paese a brandelli. Prossimo obiettivo, superare Torres Vedras, dove il generale Wellington nell'ultimo anno ha fatto costruire delle linee fortificate apparentemente impenetrabili. Questo l’incipit, breve, di Linhas de Wellington, prima ed unica opera in costume in Concorso qui a Venezia. Un lavoro, quello della Sarmiento, che aveva destato un certo interesse alla vigilia, stuzzicando i palati ghiotti di trame tratte da eventi storici realmente accaduti.

Qui, peraltro, non vi è alcuna rielaborazione. Gli eventi, pressoché mai approfonditi, fungono da sfondo a vicende più personali inerenti a quell’epoca. Dinamiche che coinvolgono gente che in qualche modo viene toccata da quella guerra, oltre che dalla strenua resistenza di un popolo invaso da un nemico a prima vista soverchiante.

Vizi e virtù di più classi e categorie di quel tempo, qui descritte nel loro intrecciarsi o anche solo sfiorarsi. Un film corale, quindi, che vive per lo più di momenti fugaci. Ma soprattutto un progetto costruito per farsi evidentemente guardare, a cui piace farsi guardare. La narrazione, alla luce di quanto appena evidenziato, diviene funzionale a tale componente anziché il contrario.

Per testare la veridicità di questa nostra uscita, bastano le prime battute. Certo, solo alla fine sarà possibile tirare le somme in merito alla portata dell’impalco narrativo, ma l’attenzione e la meticolosità riposte nella componente inerente ai costumi traspare già dai primi minuti. Un campo di battaglia coperto di cadaveri, per lo più soldati francesi. Un colpo d’occhio notevole, che esalta sin da subito. Ingenuamente in quei frangenti abbiamo voluto credere che ci stessimo accingendo ad assistere ad una sorta di variante sui generis di Barry Lyndon. Paragone pretenzioso, basato più che altro sulla cura riservata alla contemplazione degli ambienti e del già citato vestiario. Ma che rientra quasi immediatamente, non appena si apprende che la Sarmiento non ha alcuna intenzione di consegnarci quadri, anche in virtù del fatto che la macchina da presa difficilmente riesce a stare ferma.

Come spesso accade nell’ambito del genere, è una voce fuori campo che introduce gli eventi, lasciando presagire che l’intero racconto sarà illustrato mediante l’intervento di questa terza persona. Anche qui, la regista portoghese “contravviene” alle regole, affidandosi alla voce off solo in quei determinati passaggi in cui ci vengono descritti i progressi della trama sotto l’aspetto militare; un’avanzata, una ricognizione e via discorrendo.

E ce n’è bisogno, perché nessuna delle vicende personali porta seriamente avanti gli eventi. Storie su cui quello scontro tra le truppe francesi da una parte e quelle portoghesi ed inglesi dall’altra, incide in maniera relativa. Linhas de Wellington parla di indoli, ci illustra vite, le più disparate. Segmenti di vissuto che convergono verso le cosiddette Linee di Wellington, ma a conti fatti autonomi.

Ma anche storie già viste, già vissute. La moglie rimasta vedova ed in stato interessante corteggiata da un soldato; la sgualdrina intraprendente ed esperta di vita; la brava ed abbiente ragazza di città disinibita oltre le apparenze; gli outsider ed altro ancora su questa falsa riga. Il tutto amalgamato in maniera non esattamente efficace, e per questo a rischio monotonia.

Abbiamo però accennato al fatto che questo film viva di momenti, e che in 150 minuti di pellicola è comunque in grado di elargirne. Alcuni amari, profondi, come quello che coinvolge la prostituta Martirio ed un’anziana donna con problemi mentali. L’intensità della scena è palpabile, con una forte impronta teatrale. Ma non basta, seppure non sia l’unico caso.

A più riprese si ha la sensazione che quella della Sarmiento sia un’opera dai toni annacquati, che stenta a trovare una sua collocazione. Lungi da noi volerlo confinare a forza in qualsivoglia genere, ma questo suo arrancare nel trovare una linea e seguirla più o meno con coerenza, alla lunga disorienta. Comprendiamo la scelta di voler stemperare i toni, visto che il contesto è tutto fuorché frivolo. Ciò nondimeno stonano certi episodi, ai quali imputiamo non a caso una certa leggerezza. Martirio, la prostituta, ed il prete rivoluzionario, sono solo due dei personaggi emblematici in tal senso. Stilizzati, troppo per apparire credibili, troppo poco per potersi dire riusciti.

Non mancano le stoccate, altro elemento auspicabile. Come quando un soldato portoghese sostiene che l’unico atteggiamento di fraternità (valore spudoratamente incensato ai tempi della Rivoluzione Francese) che riesce a riconoscere a Napoleone sta nel fatto che l’Imperatore andava dividendo i Regni d’Europa tra i suoi fratelli. Battute piccate e piccanti, in uno slancio di satira che di tanto in tanto emerge, sia a livello politico che a livello sociale.

Cos’altro dire, dunque su Linhas de Wellington? Se da un lato trattasi di un affresco non certo privo di fascino, dall’altro si distingue per una certa apatia che lascia perplessi. La sua tendenza ad essere inutilmente descrittivo in qualche modo lo limita, vanificando in parte un potenziale enorme; specie se si considera che Linhas de Wellington è la riduzione cinematografica di una serie TV. Rimane comunque un’attraente cartolina di quel periodo e di quei luoghi, per via di location davvero ispirate e costumi di pregevole fattura. Non sarà molto, ma non è nemmeno poco.

Voto di Antonio: 6,5
Voto di Gabriele: 7

Linhas de Wellington (Portogallo, 2012). Di Valeria Sarmiento, con John Malkovich, Carloto Cotta, Catherine Deneuve, Isabelle Huppert, Michel Piccoli, Chiara Mastroianni, João Arrais, Elsa Zylberstein, Marisa Paredes, Nuno Lopes, Soraia Chaves, Victória Guerra, Melvil Poupaud, Mathieu Amalric, Miguel Borges, Adriano Luz, Marcello Urgeghe, Filipe Vargas, José Afonso Pimentel e Jemima West.

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