Al di là delle montagne – Mountains May Depart: recensione del film di Jia Zhang-ke in concorso a Cannes 2015

Festival di Cannes 2015: sorprendente Jia Zhang-ke, che con Mountains May Depart continua il suo nuovo percorso intrapreso col precedente Il Tocco del Peccato. Mélo lungo 25 anni ed ennesima urgente riflessione sulla Cina tra ieri, oggi e domani. Cinema ambizioso ma generosissimo, una continua matrioska di sorprese e idee che contano quanto tutto il resto e fanno il film.

Che il cinema di Jia Zhang-ke avesse preso una piega inedita era ben chiaro col precedente Il Tocco del Peccato, premio per la miglior sceneggiatura a Cannes 2013. Possiamo ora confermare che il regista sta proseguendo per questa strada con Mountains May Depart, nuova riflessione sulla Cina in confezione-sorpresa.

Una matrioska continua di idee, spesso anche talmente piccole che non si notano, e che invece fanno la differenza. Un mélo che prende vie sempre diverse, cambia pelle, sbanda e si riprende, ed è sempre generosissimo. Vivo. Ma la sua tematica centrale è sempre lì, ben visibile: la riflessione sullo stato della Cina, tra passato e futuro prossimo.

Il film è formato da tre segmenti. Il primo è embientato nel 1999 a Fenyang, ed è girato in 4:3. Si inizia con la notte di Capodanno, in cui la protagonista Tao balla assieme agli amici sulle note di Go West dei Pet Shop Boys. Tao è molto amica sin dall’infanzia di Jinsheng, proprietario di una miniera, e Liangzi, uno dei molti minatori che lavorano proprio lì.

Entrambi sono innamorati della ragazza e se la contendono, ma un po’ a sorpresa Tao decide di dichiararsi a Jinsheng. Liangzi, che aveva già precedentemente chiuso i rapporti con l’amico proprio a causa di questa rivalità, decide di lasciare tutto e andarsene. Intanto Tao e Jinsheng prendono un cane (che vivrà circa 15 anni secondo la razza: nel 2014 loro avranno 40 anni), si sposano e fanno un bambino che chiamano… Dollar!

Qui c’è subito un’altra sorpresa: a 45 minuti dall’inizio compare il titolo del film. Passiamo subito al secondo segmento dell’opera, girato in formato 1.85. Siamo nel 2014. Liangzi si è sposato e ha un figlio nato da poco. Ha continuato a lavorare in miniera e si è preso un cancro ai polmoni. Intanto Tao si è separata da Jinsheng, che si è trasferito a Shanghai con la nuova moglie e Dollar, ottenuto in affidamento perché la città è certamente migliore rispetto a Fenyang.

Tao riesce a vedere Dollar solo poche volte l’anno: “Abbiamo preso il treno più lento perché mi dà l’idea di poter passare più tempo con te”, gli dice Tao quando lo sta riportando in aeroporto. Soprattutto dopo che la donna è venuta a sapere che Jinsheng ha deciso di trasferirsi con tutta la famiglia in Australia… Nota bene: il cane di Tao è ancora vivo, visto che siamo nel 2014.

Ultimo segmento, formato Scope. Siamo nel 2025. Fenyang è molto diversa rispetto a quello che era nel 1999. I lavori intorno al fiume sono finiti. Tutti parlano inglese, eccetto la vecchia generazione che spesso si ostina a non voler imparare la lingua della globalizzazione. I parenti delle vittime di un incidente aereo avvenuto 11 anni prima continuano a riunirsi per ricordare i propri cari. Jinsheng e Dollar sono tornati in città.

Questa è più o meno la struttura del film, e molto della narrazione l’abbiamo volutamente e giustamente tenuto da parte. Jia ci mette dentro un po’ di tutto, e molti elementi del tutto ritornano in questa sua nuova riflessione sulla direzione in cui sta andando il suo paese. Jia è ancora più narrativo delle opere precedenti e gioca con la divisione in capitoli, segue determinati personaggi e poi li lascia, ne fa comparire altri. Sono tutti nello stesso calderone.

Si fa trascinare dal flusso del racconto, nel terzo capitolo esce allo scoperto (cosa che ha dato fastidio a qualcuno perché il discorso è troppo evidente: come se Jia non raccontasse in modo chiaro le sue tematiche sin dagli inizi…), e si diverte a far ritornare gli elementi che forse in pochi avranno notato (il luogo dell’incidente aereo, le stesse inquadrature con la città ‘modificata’ dalla modernità, il cane di Tao…). Anche a livello musicale ci sono evidenti ritorni, con una canzone cinese di successo e la già citata Go West, un titolo che è tutto un programma.

Nella terza parte decide di contaminare l’opera con un pizzico di ‘fantascienza’, cosa che gli è cara dai tempi di Still Life e qui è più che giustificata dall’anno in cui si svolge il capitolo. Il regista non è più così arrabbiato come ne Il Tocco del Peccato e si abbandona alle emozioni del mélo. Ha un gusto per le inquadature unico al mondo, soprattutto nei campi totali, come quello che inquadra i tre protagonisti della prima parte in un evidente triangolo.

Amarissimo e nostalgico, Mountains May Depart ha anche un finale che strappa il cuore. Rimette al centro del discorso Tao, ricordandoci che è stata lei la vera protagonista sin dall’inizio. Il suo nome in cinese significa “grandi onde”. Il film inizia proprio col rumore delle onde del mare, come la canzone dei Pet Shop Boys. Le che si scontrano contro le montagne, che resteranno nell’identità di un paese anche se spariranno per sempre. Nota finale che potrebbe chiudere il cerchio: si tratta del primo film di Jia non girato in Cina. Provate a indovinare dove l’ha girato?

[rating title=”Voto di Gabriele” value=”8″ layout=”left”]
[rating title=”Voto di Antonio” value=”7″ layout=”left”]

Mountains May Depart (Shan He Gu Ren, Cina/Francia 2015, drammatico 131′) di Jia Zhang-ke; Zhao Tao, Sylvia Chang, Dong Zijian, Zhang Yi.

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