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È arrivata mia figlia!: recensione in anteprima

Il Brasile di oggi visto attraverso certe dinamiche sociali su cui non è facile soffermarsi senza prendere posizioni troppo nette. Eppure Anna Muylaert questo fa in È arrivata mia figlia!, concentrandosi sulla storia di Val, una governante posta dinanzi a un bivio. Il bivio

Val è più che una semplice governante. È colei che ha accudito il figlio dei suoi datori di lavoro da che questo è nato, tanto che il ragazzo, oramai diciottenne, vede in lei il suo punto di riferimento. Val vive nella lussuosa villa del dottor Carlos e di donna Barbara, facoltosi coniugi che però la ospitano nella dépendance. Non c’è da scandalizzarsi: si usa così, ovvero le distanze con i dipendenti vanno sempre mantenute.

In È arrivata mia figlia! Anna Muylaert non cerca lo scontro ideologico, non apertamente almeno. La sua è in fondo una fotografia della realtà, su cui l’impressione è che non calchi troppo la mano. Piacciano o meno sono queste le dinamiche di chi offre vitto e alloggio a quella che un tempo veniva definita, non per forza con spregio, la servitù. Una realtà che Val accetta di buon grado, grata a chi le ha dato fiducia e lavoro pur delegandole praticamente l’organizzazione della casa. Ma soprattutto la crescita di un figlio, che è poi la vera “critica” che la regista pone.

Non a caso, dopo averci iniziato ai meccanismi della vicenda, dopo aver insomma delineato i ruoli dei vari personaggi (tutti all’altezza, c’è da dire), la Muylaert inserisce l’elemento che si abbatte come una bomba a idrogeno sulla storia, ovvero la figlia di Val, Jessica. Venuta da una zona più povera del Brasile, approda a San Paolo perché lì intende studiare architettura. I rapporti con la madre non sono idilliaci poiché quest’ultima si è trasferita dove vive tutt’ora quando Jessica era ancora piccola, “fuga” che la giovane non ha ancora perdonato alla madre.

Tuttavia ogni cosa viene messa in discussione dacché Jessica irrompe in quel mondo fatto di codici, di cose che si fanno e non si fanno. La sua permanenza nella villa di donna Barbara viene vissuta più come chi si sente ospite gradito anziché una temporanea alternativa al fatto che Val non sa dove altro mandare la figlia. È in questo frangente che emergono i conflitti che si trascinano fino alla fine del film, e che intendono farci riflettere. Jessica è una scheggia impazzita: siede alla stessa tavola dei padroni di casa, si rivolge a loro senza alcuna ossequiosità, fa il bagno in piscina. Tutte cose proibite, impensabili per una come Val, che conosce da sempre entro quali confini ci si deve muovere.

Ma Jessica? Lei ha dalla sua l’età, in particolar modo l’incoscienza che porta in dote, oltre che la totale ignoranza circa le dinamiche di un contesto lavorativo così attaccato a certe etichette. In tal senso la regista si destreggia con intelligenza, senza tradire alcuna antipatia o facile isteria nei confronti della cosiddetta classe agiata; seguendo il film con attenzione noi stessi non ci scandalizziamo del fatto che esiste una scatola di gelato per le badanti ed una per i padroni, né in fondo colpisce che donna Barbara a fatica contenga lo sdegno per il regalo di compleanno fattole da Val, per quanto apprezzi sinceramente il pensiero.

È un po’ uno spaccato, ci pare di capire, di quel Brasile che oggi, almeno relativamente ad una parte della popolazione, sta conoscendo un benessere da cosiddetto Paese emergente. Impossibile probabilmente evitare il ricorso al dualismo ricco/povero, che qui è più che altro ricchezza/povertà, perché in fondo la divisione in quelle zone è netta. Ogni tentativo di mostrare il contrario avrebbe tradito una certa disonestà, fattispecie da cui la Muylaert prende le distanze, spostando altrove i suoi veri sentimenti.

Nella maternità in primis, quell’ambizione non assecondata per il tutt’altro che illegittimo desiderio di benessere minimo, sia proprio che della prole. Ma a quale costo? La domanda risuona incalzante per buona parte del film, fornendo un’implicita risposta che non è moralismo da quattro soldi; solo la risposta, per l’appunto, di una donna che, in quel tempo e a quelle condizioni, ritiene di dover agire in un determinato modo anziché in un altro. Un epilogo edificante che, alla luce della diffusa sensibilità di oggi, può sembrare anche un po’ favolistico, lo concediamo. Specie perché la struttura è piuttosto calcolata, geometrica nel suo tirare le fila del discorso. Tuttavia rimane quell’onestà di fondo che chi scrive tende sempre ad apprezzare, a prescindere dal fatto che convenga con le conclusioni. E quando un film è onesto, o quantomeno ci prova, è sempre un traguardo.

[rating title=”Voto di Antonio” value=”6.5″ layout=”left”]

È arrivata mia figlia! (Que horas ela volta, Brasile, 2015) di Anna Muylaert. Con Regina Case, Michel Joelsas, Camila Márdila, Karine Teles, Lourenço Mutarelli ed Helena Albergaria. Nelle nostre sale da domani, giovedì 4 giugno.